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Una prigioniera politica iraniana rifiuta un intervento chirurgico urgente per protestare contro il trattamento riservatole dal regime

a cura dello staff del CNRI

CNRI – Una prigioniera politica iraniana sta rifiutando un intervento urgente per la perforazione della cistifellea, per protestare contro il disgustoso trattamento cui viene sottoposta dal regime iraniano.

Ad Atena Daemi, condannata a sette anni di reclusione con accuse false, è stato detto che per potere essere operata, avrebbe dovuto restare ammanettata mani e piedi mentre si trovava in ospedale. 

Dopo essersi rifiutata, è stata riportata nel famigerato carcere di Evin lunedì 25 Settembre senza aver ricevuto nessuna cura.

La madre di Atena, Massoumeh Nemati, ha detto: “Non capisco come una detenuta, imprigionata per i suoi principi, possa scappare da un ospedale? Dove potrebbe scappare?”.

Di certo una persona che si sta riprendendo da un’operazione o una che ha disperatamente bisogno di un intervento, raramente è in grado di arrampicarsi su una finestra dell’ospedale e scivolare giù dal palazzo.

La Nemati ha spiegato che a sua figlia era stato anche vietato di avere un parente in ospedale per un sostegno morale.

Il procuratore di Teheran, Haj Moradi, aveva precedentemente incontrato il padre di Atena promettendogli che la figlia non sarebbe stata ammanettata e che gli sarebbe stato il permesso di ricevere visite, ma quando la famiglia ha parlato di nuovo con Moradi, questi ha finto di non potere fare nulla.

I problemi di Atena ai reni e alla cistifellea le erano già stati diagnosticati ad Aprile, quando erano relativamente meno gravi, ma grazie alla mancanza di cure mediche, imposta dal regime, si sono aggravati fino ad arrivare a mettere in pericolo la sua vita.

All’inizio di Settembre i medici hanno detto che, anche con l’operazione, ci sarà ancora un grave rischio di infezione.

Atena aveva incontrato un medico ad Aprile, alla fine dei suoi 54 giorni di sciopero della fame per il trattamento riservato dal regime ai prigionieri politici e le era stata diagnosticata una precipitazione iniziale di calcoli e un inizio di infezione ai reni, motivo per il quale avrebbe dovuto essere immediatamente ricoverata in ospedale.

Ma gli agenti del regime l’avevano accusata di fingere la sua malattia, nonostante vomitasse bile e accusasse febbre e nausea, e si erano rifiutati di permetterle di essere ricoverata. Avevano ordinato un secondo consulto con un medico di parte del regime, il quale aveva escluso qualunque necessità di un intervento e le aveva dato persino un tipo sbagliato di antibiotici. 

Il capo dell’infermeria di Evin, Abbas Khani, aveva persino accusato Atena di aver protestato per le sue condizioni e di aver “insultato i funzionari”. E questo nonostante i medici specialisti dell’Ufficio del Medico Legale iraniano, avessero già confermato le condizioni di Atena.

Sebbene Atena sia ufficialmente accusata di “associazione, collusione e propaganda contro il regime”, “blasfemia e insulti a Khamenei” e “occultamento di prove di un crimine”, molte organizzazioni per i diritti umani ritengono che sia stata condannata per le sue critiche alla pena di morte, per le sue visite alle tombe degli attivisti assassinati dal regime per aver protestato contro i risultati delle elezioni presidenziali del 2009 e per i suoi articoli sui prigionieri politici.