
In una diffusa dimostrazione di sfida, prigionieri politici in 56 diverse carceri in Iran hanno avviato uno sciopero della fame coordinato martedì 28 aprile 2026. In occasione della 118ª settimana consecutiva della campagna “No alle esecuzioni del martedì”, gli attivisti hanno diffuso un comunicato toccante che condanna l’ultima impennata delle esecuzioni capitali da parte del regime e il suo atteggiamento “da economia di guerra” contro la società civile.
Condanna della “discrezionalità in tempo di guerra”
Il comunicato critica duramente il sistema giudiziario del regime iraniano per aver sfruttato le tensioni regionali e interne come pretesto per accelerare le esecuzioni e privare i detenuti dei loro diritti fondamentali.
“Siamo consapevoli che le direttive dei funzionari di alto livello della tirannia religiosa al potere, basate su una ‘logica di guerra’, hanno ulteriormente ampliato il potere della magistratura di violare i diritti dei detenuti nelle proteste di gennaio e nel recente conflitto.”
Gli attivisti sottolineano che tale direttiva porta di fatto alla negazione di tutti i diritti legali all’emissione di pesanti condanne senza processi equi e giusti
1/ 🚨#Thread BREAKING | IRAN- Political Prisoners in Grave Danger
On April 13, 2026, seven political prisoners were transferred from Ward 7 of Evin Prison to solitary confinement in Unit 3 of Ghezel Hesar Prison. Three others transferred to Ghezel Hesar from Fashafouyeh pic.twitter.com/Cn9JMrmEpi— SIMAY AZADI TV (@en_simayazadi) April 23, 2026
Accuse di crimini contro l’umanità
La campagna ha reso omaggio a tre manifestanti recentemente giustiziati—Amir-Ali Mirjafari, Erfan Kiani e Amer Ramesh—e ha denunciato le “politiche crudeli e contrarie ai diritti umani” dello Stato.
In particolare, il comunicato evidenzia il rifiuto delle autorità di restituire i corpi dei giustiziati alle famiglie:
“Senza dubbio, la politica di sparizione forzata adottata dal governo è un esempio di crimine contro l’umanità.”
Abusi all’interno del sistema carcerario
Le segnalazioni provenienti dalle 56 strutture coinvolte, tra cui Evin, Qezel Hesar e Adelabad, descrivono un aumento sistematico degli abusi sui detenuti.
Il comunicato denuncia comportamenti “sfacciati e disumani” da parte delle guardie, tra cui:
* percosse, torture e umiliazioni
* rasature forzate, abusi verbali e insulti
Harrowing video shows Iranian protesters sing before being hanged https://t.co/bBf9BePGZp pic.twitter.com/hc2pSw9jJq
— New York Post (@nypost) April 27, 2026
Appello a un intervento globale
Mentre il regime mantiene un clima di paura attraverso “esecuzioni quotidiane”, la campagna sottolinea che il popolo iraniano viene considerato dallo Stato come il “nemico principale”.
I prigionieri hanno invitato la comunità internazionale a rompere il silenzio imposto dai blackout di internet:
“È molto importante ed essenziale che, in questi giorni volatili e decisivi, le persone amanti della libertà in Iran e tutti gli attivisti contro la pena di morte non restino in silenzio di fronte alla repressione governativa, ma agiscano come voce dei prigionieri e dei condannati a morte.”
Il comunicato si conclude con una richiesta alla Missione d’inchiesta delle Nazioni Unite affinché intraprenda “azioni serie”, visitando i centri di detenzione iraniani e facendo pressione sul governo per fermare la macchina delle esecuzioni.
