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Il regime iraniano stringe la morsa tra guerra, esecuzioni e arresti di massa per sedare la popolazione ribelle

Iranian state-affiliated cleric wearing military gear and uniform during deployment to crack down on protesters

Di fronte a quello che gli osservatori descrivono come un clima interno sempre più instabile ed “esplosivo”, il sistema di potere clericale iraniano ha rafforzato drasticamente la sua presa sulla società durante i 40 giorni di confronto militare con Israele e gli Stati Uniti. Organizzazioni per i diritti umani, citando schemi coordinati di repressione, avvertono che le autorità stanno sistematicamente seminando il terrore per prevenire nuove proteste a livello nazionale.

Secondo le conclusioni di meccanismi delle Nazioni Unite, tra cui la Missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti (A/HRC/61/60), unitamente ai rapporti di Human Rights Watch, Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani, il periodo a partire dal 28 febbraio 2026 ha segnato una netta intensificazione della repressione statale. Quelle che i funzionari hanno definito “misure di sicurezza nazionale” in tempo di guerra si sono, in pratica, trasformate in una vasta campagna contro il dissenso in tutti i settori della società.

Un clima di paura

Le autorità sono intervenute rapidamente per imporre uno dei blocchi di internet più lunghi e completi degli ultimi anni. Il gruppo di monitoraggio NetBlocks riferisce che l’Iran ha subito oltre 40 giorni consecutivi di interruzione quasi totale della connettività, per un totale di oltre 960 ore, isolando di fatto milioni di persone e ostacolando il flusso di informazioni. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno definito il blackout una forma di “guerra digitale contro i civili”, volta a nascondere le azioni dello Stato e a impedire la mobilitazione.
Contemporaneamente, alti funzionari hanno lanciato minacce esplicite. Il comandante di polizia Ahmadreza Radan ha avvertito pubblicamente che qualsiasi protesta sarebbe stata trattata come un’azione ostile, dichiarando che le forze dell’ordine erano pronte con “il dito sul grilletto”. Gli organi di intelligence hanno fatto eco a queste dichiarazioni, segnalando tolleranza zero per il dissenso.

Arresti di massa e ampliamento degli obiettivi

Organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato che migliaia di persone sono state arbitrariamente detenute dall’inizio del conflitto, in aggiunta alle oltre 50.000 arrestate durante le precedenti proteste tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Gli arresti sono avvenuti senza mandato, spesso durante perquisizioni domiciliari o a posti di blocco.
Tra i soggetti presi di mira figurano giornalisti, avvocati, studenti, insegnanti e utenti dei social media accusati di aver condiviso filmati o di avere lanciato appelli alla pace. Le autorità hanno inoltre arrestato membri di minoranze religiose ed etniche, tra cui bahá’í, curdi e arabi ahvazi, nonché parenti di attivisti residenti all’estero, in quella che sembra essere una strategia di coercizione indiretta.
Solo negli ultimi giorni, i media statali hanno riportato decine di nuovi arresti in diverse province. Alcune persone sono state accusate di “collaborazione con Stati ostili” semplicemente per avere inviato immagini o comunicato con organi di stampa stranieri. Persino il seguire canali mediatici esteri è stato criminalizzato.

 

Torture, sparizioni e confessioni estorte

Numerosi detenuti sarebbero stati trattenuti in luoghi segreti, senza che le famiglie ricevessero alcuna informazione sulla loro ubicazione: uno schema coerente con le sparizioni forzate documentate dalle Nazioni Unite.
Testimonianze di gruppi per i diritti umani descrivono un uso diffuso della tortura, tra cui percosse, scosse elettriche e abusi psicologici. In un caso, un uomo bahá’í detenuto sarebbe stato sottoposto a finte esecuzioni e costretto a firmare confessioni precompilate che lo implicavano in atti di violenza. Sono state utilizzate minacce contro i familiari, compresi i bambini, per estorcere obbedienza.
Il caso del manifestante scomparso Morteza Ebrahimi mette in luce l’opacità del sistema. A più di 90 giorni dalla sua scomparsa, le autorità negano di averlo in custodia, mentre la sua famiglia riceve comunicazioni contraddittorie ed estorsive che insinuano che possa essere stato ucciso.

 

Esecuzioni e omicidi politici

Lo sviluppo più allarmante è stato l’aumento delle esecuzioni. Secondo i rapporti della Resistenza iraniana, confermati da organizzazioni per i diritti umani, almeno 14 prigionieri politici sono stati giustiziati nell’arco di tre settimane. Sei di loro erano membri dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran (OMPI) e gli altri avevano partecipato alla rivolta del 2026.
I processi sono stati ampiamente condannati come profondamente iniqui, spesso condotti senza rappresentanza legale indipendente e basati su confessioni estorte sotto coercizione.
Osservatori internazionali, tra cui l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, hanno chiesto l’immediata cessazione delle esecuzioni, affermando che la pena di morte viene utilizzata come strumento di repressione e intimidazione politica.

Sequestri di proprietà e pressioni economiche

La repressione si è estesa oltre gli arresti e le esecuzioni, includendo una sistematica coercizione economica. Le autorità hanno ordinato la confisca dei beni appartenenti sia a oppositori interni che a cittadini iraniani residenti all’estero, e si stima che oltre 100 iraniani all’estero siano stati presi di mira.
I tribunali provinciali hanno annunciato sequestri che interessano decine di persone, tra cui cittadini stranieri, con vaghe accuse di “propaganda” o “violazioni della sicurezza”. Gli analisti considerano queste misure parte di un più ampio sforzo per smantellare le reti di sostegno finanziario e mettere a tacere il dissenso al di fuori dei confini iraniani.

Una strategia di sopravvivenza

Esperti di diritti umani indicano che queste azioni non sono né isolate né reattive, bensì componenti di una politica statale coordinata, concepita per mantenere il controllo in un contesto di fragilità interna. «Le autorità non si limitano a reagire al dissenso, ma tentano di prevenirlo instillando la paura. La portata, il coordinamento e l’intensità di queste misure indicano un regime profondamente preoccupato per la propria stabilità.»
Le recenti uccisioni di manifestanti, tra cui individui colpiti a morte durante le dimostrazioni e altri deceduti in circostanze sospette mentre erano in custodia, evidenziano ulteriormente la natura letale della repressione.

Allarme internazionale

Organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno avvertito che le azioni del regime clericale potrebbero costituire crimini contro l’umanità, citando violazioni di diritti fondamentali tra cui il diritto alla vita, alla libertà di espressione e alla protezione dalla tortura.
Nonostante le crescenti pressioni internazionali, le autorità iraniane non hanno mostrato alcun segno di volere invertire la rotta. Al contrario, alti funzionari giudiziari hanno esplicitamente chiesto di accelerare le esecuzioni e le misure punitive.
Mentre le tensioni continuano a crescere, molti osservatori affermano che la repressione generalizzata non riflette la forza del potere costituito, bensì la sua paura di una società che ha subito anni di oppressione e che potrebbe sentire di non avere più nulla da perdere, il che fa presagire nuove proteste a livello nazionale che le autorità faticano a contenere.