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Una prigione chiamata “Liberty” non si adatta ai dissidenti iraniani in Iraq

HUFF POST – Di David Amess – 5 Marzo 2012
Immaginate di scambiare la vostra casa con una prigione. Invece della casa che conoscete da decenni, dovete vivere ora in una baracca grande quanto un container. Puoi portare gli effetti che riesci fisicamente a caricarti e devi perciò lasciarti dietro praticamente tutto.
Nel campo verso cui sei diretto non c’è assistenza medica per i tuoi familiari ammalati. Una volta arrivati, le onnipresenti guardie ti umilieranno costantemente. Al colmo di tutto ciò, non sai quando e nemmeno se, lascerai mai questo campo. Vaghe promesse di risistemazione in paesi terzi fluttuano nell’aria, ma non ti fidi di quelli che te le stanno facendo. Ma una cosa è certa: non si può tornare indietro.
Chi, sano di mente, accetterebbe volontariamente questo tipo di scambio? Nessuno penso. Ma nonostante ciò, questo è esattamente quello che è successo.
Quattrocento dei 3400 residenti di Campo Ashraf, a nord di Baghdad, hanno volontariamente lasciato la casa in cui alcuni di loro hanno vissuto per quasi tre decenni. In un gesto di buona volontà verso le Nazioni Unite e gli Stati Uniti, questi uomini e donne hanno acconsentito ad essere trasferiti a Camp Liberty, una ex-base militare adatta più ad ospitare bestiame che essere umani. Ora vivono in un complesso circondato da alte mura. Non hanno accesso ai loro avvocati e possono solo sperare che le guardie irachene, i loro carcerieri, rispetteranno il fatto che sono stati designati come richiedenti asilo dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
I loro nuovi compagni, le guardie irachene, sono tristemente famosi. Guardie con le stesse uniformi hanno invaso la loro casa, Camp Ashraf, in due occasioni durante i tre anni passati, lasciando dozzine di morti e molti feriti. Per essere sicuri che neanche per un momento potessero sentirsi i benvenuti, l’arrivo del convoglio di autobus è stato accolto ai cancelli di Camp Liberty, da un tentativo di un’altra perquisizione dopo quella di 12 ore a Campo Ashraf. I nuovi arrivati sono stati perquisiti con i cani poliziotto come se fossero pericolosi terroristi.
Secondo il Primo Ministro iracheno Nouri al-Maliki, i residenti di Campo Ashraf rimanenti dovranno arrivare a breve. Al-Maliki è intenzionato a svuotare Campo Ashraf per compiacere il suo padrone della vicina Tehran. Se non fosse per la presenza delle Nazioni Unite, degli osservatori internazionali e dei media mondiali, i residenti di Ashraf sarebbero già stati giustiziati. Questo perché sono sostenitori dei Mujahedin del Popolo Iraniano (PMOI/MEK), il principale gruppo di opposizione iraniano e nemico giurato dei mullah.
Secondo l’accordo raggiunto tra il governo iracheno e l’ambasciatore delle Nazioni Unite Martin Kobler, gli standards a Camp Liberty avrebbero dovuto essere decenti. Invece, al loro arrivo i volontari hanno scoperto che non avevano nemmeno acqua da bere, figuriamoci per lavarsi. L’area resa disponibile per loro è molto più piccola di quella prevista nel piano originale. Dato che non possono neanche muoversi liberamente, come possono considerarsi se non prigionieri? E la domanda inevasa è, perché il Rappresentante delle Nazioni Unite, l’Ambasciatore Kobler ha dato un immagine rosea delle condizioni di Camp Liberty ai residenti di Ashraf a Gennaio? Un’immagine che ovviamente non ha nulla a che vedere con la realtà.
E’ teribilmente strano che quelli che sono rimasti a casa, ad Ashraf, non siano particolarmente entusiasti di seguire questa avanguadia verso il cosiddetto Camp Liberty. Anche se lo scopo ufficiale – la risistemazione di tutti i residenti in paesi terzi – è lodevole, i rappresentanti di Ashraf hanno posto delle condizioni che devono essere attuate immediatamente affinché il trasferimento tra i due campi abbia una qualche probabilità di successo. Anzitutto, le guardie irachene devono lasciare il campo e stazionare fuori dalle mura. I nuovi residenti devono avere libero accesso ai servizi medici per i più deboli fra loro. Deve essere consentito loro di portare i veicoli da Ashraf a Liberty e gli deve essere permesso di vendere tutto ciò che non può essere trasferito per potere pagare i costi della loro risistemazione all’estero. In nessuna circostanza agli agenti iraniani deve essere permesso di confondersi tra loro – condizione questa che richiederà il costante e totale monitoraggio delle Nazioni Unite.
La coraggiosa avanguardia che ha abbandonato la propria casa ad Ashraf si è guadagnata il rispetto della Comunità Internazionale. Ospitarli in nient’altro che una prigione, e trattarli da criminali, non risolverà questa crisi umanitaria.
Anche gli Stati Uniti devono fare la loro parte esercitando pressione su al-Maliki e il suo governo. Dopo tutto è stato l’esercito americano che ha garantito la sicurezza dei residenti di Ashraf quando le loro truppe hanno liberato l’Iraq da Saddam Hussein.
E’ tempo che gli Stati Uniti e le Nazioni Unite contraccambino la buona volontà dei residenti di Ashraf garantendo i diritti e i bisogni minimi di quelli che sono andati a Camp Liberty.
Senza questo, la credibilità dell’espressione “Nazioni Unite” non andrà tanto lontano, specialmente per i residenti di Ashraf.
Se mi prendi in giro una volta, è colpa mia. Se mi prendi in giro due volte, è colpa tua. Questo non vale anche per le Nazioni Unite?
David Amess Membro del Parlamento per il Southend West e membro del Comitato per la Libertà in Iran del Parlamento Britannico

 

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