domenica, Dicembre 4, 2022
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Iran: La madre di una giovane prigioniera giustiziata scrive una lettera per ricordare la data del 20 Giugno

CNRI – In una lettera scritta per ricordare il 20 Giugno, il giorno in cui si commemorano i 30.000 prigionieri politici massacrati nelle carceri del regime iraniano negli anni ’80, Sholeh Pakrava, madre di Rayhaneh Jabbari, morta giustiziata, ha chiesto che gli autori e gli istigatori di questo crimine vengano processati.

Di seguito alcuni brani della lettera di Sholeh Pakrava:

Oggi è il giorno in cui ricordiamo i prigionieri politici, sia quelli giustiziati negli ultimi decenni che quelli detenuti in carcere ancora oggi.

In quel giorno, il 19 Giugno 1981, ero poco più che adolescente. Il giorno in cui aprirono il fuoco contro i manifestanti, dopo il quale solo i nomi dei ragazzi e delle ragazze giustiziate vennero pubblicati sui giornali. Il giorno che divenne il punto di svolta nella storia della lotta per la libertà del popolo.

Ciò che avvenne anni dopo, ad opera di attivisti civili, fu di nuovo affrontato con un’ondata di repressione, arresti e persino massacri.

Allora, io non avevo idea di cosa significassero le parole arresto ed esecuzione. Per me erano solo due parole con un enorme dolore nascosto dentro, che io non comprendevo. Non ero consapevole e ora mi vergogno di questa mia inconsapevolezza.

Sarebbero dovuti passare anni prima di sedermi dietro le porte di un tribunale per capire cosa significa veramente la parola oppressione. Cos’è la vera ingiustizia.

Sarebbero passati anni prima di ritrovarmi io stessa ad aspettare dietro le porte di un carcere ad imparare il significato di frustrazione, a comprendere il significato di pena di morte e a provare il dolore di perdere un familiare a causa di un’esecuzione.

Quando dico che mi vergogno della mia inconsapevolezza, voglio dire che noi esprimiamo la nostra solidarietà alle vittime di allora, ma forse avremmo dovuto impedire che venissero create leggi tanto disumane.

Essere informati sulla situazione in cui vivono i prigionieri e le loro famiglie, è un dovere che ricade su ogni singola persona della società, così non ci vergogneremo nei decenni a venire.

Tenere informata la comunità viene fatto ora, in qualche modo, grazie ai social media, sebbene molto di più potrebbe essere fatto a questo riguardo.

La ricerca della giustizia delle famiglie continuerà fino a che le forche non diventeranno pezzi da museo e i prigionieri di coscienza non apparterranno solo alla storia.

Fino a che i prigionieri di coscienza e la pena di morte resteranno, noi continueremo a commemorare le vittime di questa ingiustizia anno dopo anno, senza fare nessun cambiamento nel destino dei figli di oggi e dei prigionieri di domani, dei ragazzi di oggi e del cibo per la macchina delle esecuzioni di domani.

Sono anni che la magistratura combatte contro le legittime richieste dalla gente.

Diversi decenni sono passati e noi abbiamo visto come i corpi e le anime delle persone vengono sempre più incatenate, tanto che oggi noi assistiamo ad amputazioni, fustigazioni ed esecuzioni compiute in pubblico, vediamo sindacalisti torturati e centinaia di altri esempi di odio contro l’umanità.

Proprio mentre, durante i dibattiti elettorali, venivano rivelati i casi di corruzione, ruberie e gli omicidi commessi dai capi del regime, Esmaeil Abdi era in sciopero della fame per protestare contro la perdita dei diritti degli insegnanti.

Mentre i ministri e gli avvocati ipocriti sorridevano e stringevano le mani ai politici di tutto il mondo, Jafar Azimzadeh, Arash Sadeghi, Saeid Shirzad, i fratelli Rajabian e decine di altri prigionieri, si rifiutavano di mangiare e invocavano giustizia sacrificando la loro salute.

Mentre si vantavano della firma della carta dei diritti del cittadino, Atena Daemi stava lottando per impedire che i familiari dei prigionieri venissero presi in ostaggio per zittire le proteste dei prigionieri.

Dato che queste stesse leggi, l’ingiustizia e i metodi repressivi sono proseguiti nel corso degli ultimi quattro decenni, sta a noi cercare nuove vie per riprenderci i diritti persi e per ristabilire la giustizia. Così non ci vergogneremo di fronte alle generazioni future, ai giovani giustiziati e ai nostri cari caduti nel corso della nostra storia recente.

Io, una che ha perso una sua cara con un’esecuzione, non resterò in silenzio e continuerò a cercare giustizia fino a che quelli che hanno ucciso la mia bambina innocente non subiranno un giusto processo. Nei giorni a venire, io sarò al fianco delle migliaia di persone che chiedono giustizia, per invocare la giustizia, l’abolizione della pena di morte, il divieto di tortura e il rilascio dei prigionieri di coscienza. Viva la libertà! Viva la vita! Basta esecuzioni in qualunque forma e con qualunque scusa!

 

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