mercoledì, Febbraio 8, 2023
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Ingrid Bettancourt: Oggi, nel rendere omaggio alle donne d’Ashraf, rendiamo omaggio alla libertà, alla democrazia

In occasione della giornata mondiale delle donne, migliaia di difensori e militanti dei diritti umani, hanno partecipato ad una conferenza a Parigi – 10 marzo 2012. Ecco di seguito l’intervento di Ingrid Bettancourt, ex candidata alla presidenza in Colombia
 
Siamo qui riuniti, tutte noi e tutti noi, per rendere omaggio innanzitutto alle donne del campo d’Ashraf, ed agli uomini che sono con loro in quel campo che è fonte di preoccupazione per tutti noi. Veniamo a rendergli omaggio, in uno slancio di solidarietà, perché siamo tutti coscienti del sacrificio che si preparano a fare, del loro spirito di resistenza che rappresenta per noi un modello, del fatto che si trovino assoggettate all’arbitrario rischio di torture, di morte. Del fatto che si tratta di donne che sono scappate da un regime pericoloso per le donne, che hanno trovato asilo nel paese fratello, l’Iraq, e che per un processo del quale non capiamo le modalità, sono state trasformate dall’attuale governo dell’Iraq dei rifugiati, delle donne amiche, in pericolosi nemici che devono essere sottomessi ad una vigilanza continua e incessante, come degli individui che potrebbero far del male a quel Paese che li ha accolti e che loro amano, che hanno amato, che continuano ad amare sicuramente. Dunque è in loro onore che siamo qui oggi. Ed è in loro onore che diciamo loro che rappresentano per noi, tutti i rifugiati del mondo, uomini e donne.
 
Ho appena visto le cifre che ci sono state fornite dalle organizzazioni internazionali: si parla di 15 milioni di rifugiati nel mondo; altri parlano di 43 milioni. La maggioranza sono donne. E versano in condizioni difficilissime. E le donne che si trovano in questo momento al campo di Ashraf ne sono il simbolo. Il simbolo della resistenza e della dignità nelle difficoltà. E per noi tutti che poniamo la nostra attenzione e il nostro interesse all’attualità internazionale, sentiamo chiaramente che nel campo di Ashraf si è vissuto molto prima che nella primavera araba.
In effetti, il campo di Ashraf, è stato l’annuncio lontano nel tempo di questa primavera araba, alla quale guardiamo con speranza ed inquietudine. Ed è perché siamo coscienti della sua fragilità che lo siamo anche dell’importanza di difendere il destino di queste donne di Ashraf, che rappresentano anche per noi la speranza di tutte le donne nei Paesi arabi che stanno ora conoscendo la possibilità di un cambiamento di regime, molto più rispettoso nei confronti del loro genere, delle loro identità, e molto più rispettoso dei diritti dell’uomo.
Allora, parlare delle donne del campo d’Ashraf significa anche parlare del pericolo degli abitanti del campo. Abbiamo conosciuto gli avvenimenti nel dettaglio, quelli che hanno fatto del campo di Ashraf un luogo difficile dove vivere, perché sottoposto all’aggressione dell’esercito iracheno, e ci rendiamo ben conto che di fronte ai carri, alle armi, di fronte a questa violenza; ci rendiamo conto che mentre rendiamo omaggio alle donne del campo d’Ashraf, è proprio di fronte ai carri che ci prepariamo a posizionarci. È di fronte a questi che facciamo barriera, noi tutti qui presenti. Con la consapevolezza che con le parole possiamo essere più forti che con le armi. E quando parliamo della parola e della sua forza, siamo anche molto coscienti che per fermare i carri, bisogna anche fermare le calunnie. Bisogna anche fermare le menzogne. Perché calunnie e menzogne sono pericolose tanto quanto i carri, le armi e le bombe.
Ed è per questo che voglio parlarvi, oggi, di un uomo che rappresenta quelle persone che nel mondo ricevono informazioni e le trasmettono in una forma che può fare molto male. Ho letto con stupore e molta tristezza, un articolo apparso nel Foreign Policy Magazine, di un uomo, Josh Rogin, giovane, interessante, colto, intelligente, very articulate, diremo in inglese. E leggendo quello che ha scritto, ho pensato che non potevo stare in silenzio e non reagire a quelle parole. Perché se vogliamo rendere omaggio alle donne del campo di Ashraf, dobbiamo anche dichiarare guerra alle calunnie e alle bugie. Tanto per iniziare, quest’uomo dice che si tratta di un’organizzazione Islamico-Marxista [l’OMPI – ndt]. Noi sappiamo con certezza che questo non è vero. Ma è triste che il suo articolo inizi con quest’affermazione, perché questo è un modo per deviare l’attenzione da ciò che è davvero importante: la vita di 3400 persone.
Non possiamo solamente dire che sia giusto o sbagliato difendere qualcuno in base al suo modo di pensare. Io sono qui perché credo fermamente nell’importanza della lotta per i diritti umani, e non m’interessa se la persona che difendo sia comunista o no. Ma quest’uomo la pensa diversamente; perché mente quest’uomo? Questo giornalista, Josh Rogin, è particolarmente interessato a descrivere altri, impegnati a propugnare la causa di Ashraf, come persone come minimo alienate o non del tutto mature. E in questo gruppo sono evidentemente inclusa, e mi sento in qualche modo coinvolta.
Ha detto ad esempio, che l’ex sindaco di New York ha detto che il campo di Ashraf è un campo di concentramento. E questo è stato ovviamente oggetto di numerose riflessioni. Un campo di concentramento, dunque. Devo parlare anch’io, perché ho vissuto in un campo di concentramento, so cos’è un campo di concentramento e so cosa non è un campo di concentramento.
Josh Rogin ha detto che, in un modo che trova strano, Giuliani non ha detto la stessa cosa su questo campo, quando il campo stesso si chiamava camp Liberty, ed era al servizio delle truppe americane. Beh, evidentemente, nessuno ha detto nulla di simile su questo recinto, quando era aperto, quando era al servizio delle truppe americane e quando era dotato di tutto quanto di cui è stato dotato in precedenza. Quello che questo “signore” si è dimenticato di dire, è che il campo è stato devastato dalle truppe irachene prima dell’arrivo dei primi rifugiati del campo di Ashraf. E ciò che risulta insostenibile, che non possiamo accettare, è che mentre noi abbiamo visto le immagini e abbiamo assistito al processo di tutta questa messa in scena di questo campo Liberty, per fare in modo che dal campo di Ashraf 3400 uomini e donne siano infine trasferiti in questo nuovo campo; quello che egli non dice, è che è stato l’esercito iracheno a fare in modo di rendere questo spazio totalmente invivibile. 
Ma ciò che maggiormente m’inquieta, non è tanto l’aspetto logistico del campo Liberty, la situazione fisica nella quale uomini e donne vi si ritroveranno come prigionieri. Quello che m’inquieta – ed è proprio il punto nel quale mi congiungo con Giuliani nella sua relazione – è il processo mentale. E vorrei che riflettessimo insieme su quello che sappiamo, su quello che abbiamo appreso – per alcuni direttamente dai sopravvissuti, o dai nostri familiari, altri dai libri di storia – di quello che è successo durante l’olocausto. Perché conosciamo i meccanismi delle dittature. Noi sappiamo che all’inizio, in Germania – prima di Hitler, prima del nazismo – c’erano uomini e donne liberi. Poi, dopo l’arrivo di Hitler al potere, c’erano uomini e donne liberi, e c’erano ebrei. E non erano più tedeschi, non erano più persone legittimamente o legalmente tedesche, erano Ebrei. Tutto d’un tratto, questi erano diventati dei proscritti, d’un tratto, erano diventate persone criminalizzate. E a poco a poco – con un modo di fare molto sottile, col quale un giorno sei qualcuno, una brava persona, e il giorno dopo sei un criminale – queste persone sono state messe nei campi. E all’inizio erano campi più o meno come Camp Liberty. Erano dei ghetti nei quartieri,  diffusi ovunque in Germania, a Berlino in particolare, dentro palazzi abitati precedentemente da altri. E tutti a dire: “Bene, beh, perché no”; “perché no” fino allo sterminio.
Ed ecco, è esattamente quello a cui stiamo per assistere, ed è per questo che siamo qui. Per dire che non chiuderemo gli occhi e che non staremo zitti. E che continueremo a dire che vediamo e sappiamo. Perché non saremo complici col silenzio. E quello che vediamo è che degli uomini e delle donne, legittimamente rifugiati in Iraq da anni, sono adesso diventati dei criminali sotto il governo iracheno di Maliki. 
Ci sono alcune riflessioni da fare, perché tutte le informazioni che leggiamo sono cariche di veleno, e sono pericolose, e si deve contrastarle. Quando si cerca di avviare una campagna di denigrazione, la prima cosa da farsi è spegnere la testa di questa iniziativa. Ho fatto una breve indagine – per essere sicura di quello che avrei detto – sul modo col quale sono stati trattati nel mondo e nella storia i capi delle opposizioni. Ne prendo un esempio non a caso, ma perché l’amiamo ed è per noi tutti un simbolo, Nelson Mandela. Nelson Mandela, che ha vissuto il carcere, che ne ha conosciuto i comportamenti arbitrari, fu accusato dai suoi oppositori politici di essere un clown e un folle. E mentre passiamo in rassegna la storiografia di uomini come ad esempio Gandhi o Bolivar in America Latina, vediamo come il modo di sminuirli, di contrastarli, di contrastare la loro grandezza d’animo, la loro resistenza, sia stato sempre quello di toccarli nell’intimo delle loro persone.
Questo signore, Josh Rogin, ha voluto sminuire Maryam Rajavi in un modo che io trovo indegno ed inaccettabile. Ha affermato trattarsi di una donna che ha costruito un culto attorno ad essa, che è convinta di essere una regina. Non allarmatevi, hanno detto la stessa cosa di me, quindi so molto bene che, sfortunatamente, quanto è una donna ad essere attaccata, ci sono alcune parole che emergono. Ed è quel genere di parole che si riferiscono alla condizione, al modo di resistere, che emergono. È per questo che, forse, questo fatto mi tocca e mi indigna, e non lo voglio accettare. Ha detto segnatamente, questo giovane Josh Rogin – che mi piacerebbe conoscere, e spero vivamente che l’inviterete un giorno perché possa esprimerci le sue idee; vorrei davvero conoscerlo. Ha detto che è un culto della personalità il movimento presieduto da Maryam Rajavi, perché le persone si vestono come lei. Suppongo dunque che durante le campagne presidenziali americane, quando gli uni e gli altri indossano le magliette dei loro favoriti, si tratta anche in questo caso di culto della personalità. Noi stiamo per fare una campagna, e se ci sarà bisogno di vestirci allo stesso modo perché ci ascoltino, ebbene, ci vestiremo tutti uguali! Ci sono delle cose delle quali non dobbiamo avere paura.
Ma in tutto questo trovo anche delle idee che mi mettono a disagio. La prima è che c’è stata un’assunzione alla camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, qualche settimana fa. Nella quale i rappresentanti Dana Rohrbacher e Ted Poe hanno posto delle domande ad una donna straordinaria – che noi amiamo e ammiriamo, Hillary Clinton – e le hanno chiesto di Ashraf, su cosa pensava di quello che succedeva e qual’era la politica degli Stati Uniti in merito al campo di Ashraf. E lei ha detto delle cose molto importanti, credo; ha detto che effettivamente gli Stati Uniti vogliono fare in modo che il governo iracheno fermi le vessazioni, io credo che abbia scelto il termine giusto, che non ci sono delle pressioni sul del governo iracheno da parte delle forze armate, contro la popolazione del campo di Ashraf. Il segretario Clinton voleva anche essere sicura che l’ONU – attraverso l’alto commissario ai rifugiati delle Nazioni Unite – mettesse in conto il caso dei rifugiati e di cercare di essere presente e di monitorare le operazioni dell’insediamento. Qualcosa che mi sembra di una certa importanza. Poi ha usato un’espressione che mi ha lasciata interdetta. La esprimo in inglese poiché anche lei l’ha fatta in inglese: “if the OMPI really want to be off the list of foreign terrorist organization, it should get with the program at camp Liberty”. (Se l’OMPI vuole veramente uscire dalla lista delle organizzazioni terroriste internazionali, deve collaborare col piano di campo Liberty). Perché questa dichiarazione mi ha lasciata interdetta? È perché sono mesi che chiediamo che sia fatta giustizia. Il movimento di Maryam Rajavi non è un’organizzazione terrorista. L’Unione Europea lo ha riconosciuto, la giustizia europea lo ha riconosciuto, la giustizia americana ha anch’essa chiesto al Dipartimento di Stato di far sì che il movimento non sia più nella sua lista delle organizzazioni terroriste internazionali. E quello che mi lascia sbalordita, è che possa essere o meno un’organizzazione terrorista, ma che non può non esserlo a condizione che si accettino delle condizioni che non hanno nulla a che fare con lo statuto. Se si è considerati un’organizzazione terrorista, ecco, lo si è, ma non si può non esserlo se non si collabora ad un programma X o Y.
E questo è un punto sul quale vorrei insistere, perché nella mia riflessione – che è una riflessione di molti anni, dovuta all’essere osservatrice della sofferenza nel mio Paese e in molti altri – c’è qualcosa che per me è diventata assolutamente fondamentale, ed è quella di non agire in funzione di un qualche interesse. Dobbiamo costruire un mondo nel quale le nostre azioni siano dettate dai principî, e non da interessi. Ed è perché noi agiamo in funzione dei principî che possiamo permetterci di essere qui oggi, che possiamo batterci per altre persone nel mondo. C’è stata, proprio in quest’ultima settimana, una dichiarazione della Casa Bianca. La casa bianca ha fatto una dichiarazione dopo l’elezione, in Russia, di Vladimir Putin. E in questa dichiarazione si è fatta menzione alla crisi in Siria. E le parole utilizzate dalla casa bianca sono state: “Siamo turbati perché crediamo che il governo russo stia per armare il regime brutale di Bashar el-Assad”. Forse la casa bianca non vuole che qui, in questo movimento, ci sia la stessa causa che contro il regime dittatoriale di Bashar el-Assad? Perché utilizza due pesi e due misure? Quali interessi fanno in modo che in un caso si chieda che le cose si facciano in un certo modo, e in un altro caso si chieda che si facciano in un altro modo? Se deve esserci una coerenza nel pensiero e nella politica degli affari esteri americani, se gli affari esteri americani sono contro il regime siriano, allora, con coerenza, deve difendere il campo di Ashraf.
Perché noi parliamo delle stesse vite, della stessa umanità, e perché parliamo degli stessi nemici, e perché credo che sia importante, oggi, che noi siamo consapevoli di chi siano i nostri alleati e con chi ci dobbiamo confrontare. Ed oggi, che rendiamo omaggio alle donne di Ashraf, noi rendiamo omaggio alla libertà, alla democrazia, agli eroi sconosciuti che si battono in questo momento nei Paesi arabi, perché la primavera araba non si riveli una delusione. E che la primavera araba renda alla donna il posto che le spetta, nei Paesi arabi e nel mondo.
 

 

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