venerdì, Gennaio 27, 2023
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“Fermate le esecuzioni in Iran. Io odio la pena capitale”

CNRI – La madre di Reyhaneh Jabbari, Shole Pakravan, sulla sua pagina Facebook ha postato un testo sul suo viaggio in Kurdistan e la sua visita alle famiglie dei prigionieri sunniti giustiziati. Quello che segue è un riassunto del testo che ha postato:

“Io odio la pena capitale. L’esecuzione è disgustosa a prescindere dal reato. Ci sono migliaia di ragioni per questo odio e vorrei dirvene una. 

C’è stata l’opportunità di viaggiare con Shahnaz. In un’ora abbiamo preso il pullman e siamo arrivate in una terra che piange i suoi martiri, che hanno sacrificato la loro vita e se ne sono andati senza un saluto. Le ore passavano. Shahnaz ed io fissavamo l’oscurità e la strada tortuosa. A volte parlavamo di quello che ci passava per la mente. Shahnaz parlava della testa di Mostafa ricoperta di sangue e io parlavo degli occhi e delle labbra chiuse di Reyhaneh. Abbiamo anche pianto. Gli occhi di Shahnaz sono diventati tutti rossi. Ha parlato del cranio bucato di Mustafa immerso nel sangue. Mi sono sentita intorpidire tutto il corpo. Come quello di Reyhaneh mentre la abbracciavo vicino ad una fossa profonda. Siamo arrivate alla stazione attorno alle 15:00. Il fratello, la sorella e la moglie di un uomo che è stato giustiziato ci stavano aspettando.

In un paio d’ore abbiamo visitato la madre di due prigionieri giustiziati. Qui siamo a Sanandaj, nella provincia del Kurdistan, nella casa di Bahram e Shahram. Sto seduta per terra mentre ascolto le storie di questi familiari. Mi parlano di quello che gli è accaduto in sette anni. Vorrei sapere come hanno trascorso il tempo mentre viaggiavano da Sanandaj al cimitero di  Behesht-e Zahra (situato nella parte sud di Teheran). Che scene hanno visto e che parole hanno sentito? Come sono ritornati da Teheran e come si sono sentiti? Come hanno affrontato la situazione quando quegli agenti brutali gli hanno sbattuto contro impedendogli di celebrare una cerimonia funebre? Ho sentito il pianto straziante di una donna anziana che tiene le foto dei suoi figli nelle mani. Sta gridando forte il nome di Shahram.

Il padre porta le foto incorniciate dei suoi due giovani figli. Bahram era nato nel 1990. E’ stato giustiziato quattro anni fa, senza aver potuto vedere o abbracciare la sua famiglia e i suoi cari in quegli sporchi parlatori. Prima dell’esecuzione ha donato tutte le sue cose agli altri prigionieri, come anche suo fratello. Quelli sono stati regali fatti agli altri da una persona ormai condannata. La famiglia di Bahram non si era ancora ripresa dai quei lunghi lamenti quando anche Shahram è stato giustiziato. Era nato nel 1987. E’ stato giustiziato senza aver potuto salutare la sua famiglia. Lo hanno condotto all’esecuzione insieme ai suoi compagni con la bocca sigillata e i piedi incatenati. Nessuno sa cosa gli sia successo. Durante la cerimonia funebre un marchio nero era impresso sulla sua spalla. La mazza aveva lasciato lividi sul suo corpo. Durante la cerimonia non hanno potuto vedere le sue mani e i suoi piedi. Tutte le cose di Shahram sono state confiscate e saccheggiate.

Mentre visitavo le altre famiglie, mi faceva tanto male il cuore. Non per i padri e per i figli, ma per le madri, per le mogli e i figli abbandonati. Ho visto una ragazza la cui situazione corrispondeva alla descrizione di Reyhaneh. Due anni fa mi disse: “Mamma! Quello che sta succedendo mi ha insegnato una lezione. Prima non sapevo che ci fossero delle bambine a cui non è concesso di vedere o di abbracciare la loro mamma”.

 

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