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METRO: Ecco com’è essere un prigioniero politico in Iran

L’articolo “Ecco com’è essere un prigioniero politico in Iran è stato pubblicato su Metro.co.uk, il 20 Agosto 2016.

In questo articolo Farzad Madadzadeh, noto prigioniero politico, parla a lungo delle dure condizioni che ha sperimentato di persona e descrive il trattamento scioccante subito dai prigionieri politici detenuti nel carcere di Evin, nella sua famigerata sezione 209 gestita dal ministero dell’intelligence.

Quello che segue è il testo dell’articolo: 

Farzad Madadzadeh aveva appena fatto scendere un cliente a Karaj e stava ritornando a Teheran, quando il suo telefono squillò.

Era la polizia, l’agente in linea gli chiese di andare in una stazione della capitale iraniana per motivi che il tassista ritenne futili.

“Pensai che avesse a che vedere con la mia attività di tassista”, ha detto Farzad a metro.co.uk da una località a Parigi.

“Forse qualcuno aveva preso il mio numero di targa e mi aveva denunciato”.

Ma si sbagliava.

Quello che seguì fu un arresto, mesi di interrogatori, qualcosa che ha descritto come pestaggi brutali e cella di isolamento, il tutto seguito da un processo durato pochissimi minuti e poi cinque anni di carcere.

Ma questo tassista è stato uno di quelli fortunati.

Arrestato nel 2009 e poi rilasciato nel 2014, era uno delle decine di migliaia di prigionieri che si trovavano in carcere a quel tempo.

Ma mentre lui doveva scontare una condanna a cinque anni, gli altri non ne sarebbero usciti vivi.

Amnesty International stima che tra il 2013 e il 2015 circa 2000 persone siano state giustiziate in Iran.

Ed una recente escalation, che ha visto l’impiccagione di 20 detenuti sunniti nel carcere di Gohardasht all’inizio di questo mese, ha fatto temere a molti che si potesse assistere al ritorno di qualcosa di simile ad uno dei più sanguinosi periodi della storia recente iraniana.

Nel 1988 il regime giustiziò quasi 30.000 prigionieri politici. Qualcosa che il Comitato Parlamentare Britannico per la Libertà in Iran recentemente ha detto, deve essere considerato un crimine contro l’umanità.

Nel 2009, Farzad divenne anch’egli un prigioniero politico. Il suo supporto attivo ai Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI), un gruppo di opposizione iraniano, aveva catturato l’attenzione delle autorità.

“Quando entrai nella stazione, vidi che l’atmosfera non era normale”, ha detto.

“C’erano diversi poliziotti in borghese là dentro. All’epoca non me ne resi conto, ma c’erano anche agenti del ministero dell’intelligence”.

Farzad una volta ha detto quando si resero conto che era lui, lo insultarono e gli vennero confiscati i suoi beni 

“Io gli chiesi ‘chi siete?’ e loro mi risposero ‘Questo non ti interessa’.

“Gli dissi ‘fatemi vedere il mandato”, “Ditemi di che si tratta”.

“Mi misero un cappuccio in testa e mi buttarono dentro una macchina”.

Sarebbe stato portato nel carcere di Evin e nella famigerata sezione 209, gestita dal ministero dell’intelligence.

Nel frattempo là avrebbe sperimentato di persona i metodi brutali usati dagli inquirenti per estorcere informazioni a loro prigionieri.

E ha detto: “Mi venivano a prendere alle otto o alle nove del mattino o alle otto o alle nove di sera”.

“Qualunque informazione volessero da me, se non gliela avessi data avrebbero iniziato a picchiarmi.

“Ce n’erano tre e mi prendevano a calci come un pallone.

“E questo non serviva solo ad estorcermi informazioni, ma volevano anche che facessi una confessione falsa.

“Fornire prove false contro il PMOI. In pratica mentire su tutto ciò in cui credevo.

“Ma per essere onesto con voi, devo dire che la peggiore delle torture è l’isolamento”.

Farzad avrebbe passato due-tre mesi in isolamento.

Questi lunghi periodi possono avere un impatto particolarmente forte sia sulla salute mentale che su quella fisica.

La madre inglese Nazanin Zaghari-Ratcliffe, che è stata appena processata in Iran, dopo essere stata accusata di essere “una spia dell’Occidente”, non riusciva più a camminare dopo 45 giorni.

E la sezione 209 non è solo per i sostenitori del PMOI.

Farzad ha spiegato: “Chiunque venga arrestato dal ministero dell’intelligence delle guardie rivoluzionarie, prima di tutto viene torturato, punto e basta.

“Tranne che quella particolare persona sin dal primo giorno non sia disposta a collaborare e a dire tutto quello che vuole il regime. Questa è l’unica eccezione.

“Ma anche quello viene solo dopo la tortura”.

Come sostenitore del PMOI, Farzad aveva preso parte ad attività per i diritti umani, aiutato le famiglie dei prigionieri e portato loro notizie fuori dall’Iran.

Inoltre aveva preso parte alle proteste anti-regime e, come ha poi spiegato, la sua “prima priorità erano le attività contro il regime”.

Queste attività comportavano un rischio ma, come ha spiegato Farzad, era un rischio che lui e gli altri erano preparati ad affrontare.

 

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