mercoledì, Dicembre 7, 2022
HomeNotizieIran NewsAshraf è un fiamma che irradia i valori della democrazia – Jean...

Ashraf è un fiamma che irradia i valori della democrazia – Jean Ziegler

CNRI – “Se in qualunque parte del mondo brucia una fiamma, per quanto piccola, che irradia i valori della democrazia, della libertà, della solidarietà internazionale, questa fiamma diventa insopportabile per qualunque tirannìa, anche la più potente, poiché è proprio quella fiamma che distrugge in modo permanente la legittimità del regime tirannico.” ha dichiarato Jean Ziegler l’11 agosto a Ginevra. Il vice Presidente del Comitato Consultivo del Consiglio dei Diritti dell’Uomo, parlava in una conferenza di giuristi e difensori dei diritti umani nella sede ONU a Ginevra, in presenza di Maryam Rajavi, Presidente eletto della resistenza Iraniana.
Intitolata Il diritto alla pace e il dovere di proteggerlo; la conferenza ha sottolineato che 22 consultazioni giuridiche mostrano che il diritto internazionale, il diritto umanitario internazionale e le diverse convenzioni internazionali si pronunciano a favore dei rifugiati di Ashraf. Sulla stessa linea è l’opinione della maggioranza dei deputati di 30  parlamenti e del Congresso statunitense, così come di numerosi responsabili e dirigenti politici iracheni, che chiedono una soluzione umanitaria e urgente alla crisi di Ashraf; apportando una considerevole assistenza all’ONU in materia di Diritti dell’Uomo.
 
Ecco i momenti più toccanti dell’intervento di Jean Ziegler:
Signora Presidente del CNRI, Signora Rajavi, egregi colleghi, signore e signori; in quanto cittadino di questa Repubblica di Ginevra, sono molto onorato, e credo che la popolazione ginevrina stessa sia molto onorata, per la presenza della Signora Rajavi. Ella ci rende visita, e lo ha fatto anche sulla pubblica piazza e non solo al Palazzo delle Nazioni o all’Intercontinental; ma in contatto diretto con la popolazione di Ginevra. Siamo estremamente onorati della sua presenza. Ed io in particolar modo, mi sono commosso quando, due giorni fa, a Coppet, lo stesso luogo dove il mio amico Kazem Rajavi è stato assassinato, in un aprile di 21 anni fa, la Signora Rajavi, nonostante il suo carico di impegni, il suo programma straordinariamente gravido, abbia trovato il tempo di recarsi in questo luogo tragico dove Kazem Rajavi fu assassinato dai sicari di Teheran.
Kazem Rajavi – lo dico in due parole, per i presenti, e per chi non avesse familiarità con la storia della resistenza democratica iraniana – è stato professore all’Università di Ginevra; uno dei grandi accademici ginevrini, membro del Partito Socialista della città, e principalmente il delegato dei Moujahiddin alla Commissione dei Diritti dell’Uomo; organizzazione che ha preceduto quella del Consiglio dei Diritti dell’Uomo. Egli ha condotto, mettendo in gioco la sua vita – è proprio il caso di dirlo – e ha pagato infine con la vita, il suo impegno infaticabile. Ho assistito di persona alla sua lotta per i Diritti dell’Uomo, qui, in questo stesso Palazzo.
Siamo in tanti, Signora Rajavi, ad essere commossi dall’aver Lei trovato il tempo di spostarsi dal Canton de Vaud in questa piccola cittadina per rendere omaggio a quest’uomo assolutamente indimenticabile, com’è stato Kazem Rajavi.
 
Ora, se si guarda al fondo delle cose, si scorge un paradosso assolutamente incredibile: i soli che hanno capito l’importanza di Ashraf, sono i mullah! Le Nazioni Unite, il Consiglio dei Diritti dell’Uomo, la Signora Pillay e tutti gli altri, non lo hanno capito con la stessa profondità. E questo per una ragione ben precisa: ci sono 3400 persone ad Ashraf, mentre i mullah schiacciano col loro terrorismo di stato 83 milioni di Iraniani. Dunque, com’è possibile che questo campo e i suoi 3400 residenti possano provocare una tale isterìa omicida da parte dei mullah? Perché i mullah annunciano i loro crimini, ed è questo che è straordinario: annunciano i loro crimini – anche se per bocca di Maliki, il loro agente a Baghdad – e dicono: “Prima della fine dell’anno chiuderemo con Ashraf.” Ci sono stati dunque i primi due attacchi: 37 morti e più di 200 feriti. Adesso, il crimine, viene annunciato di nuovo. E assistiamo a questa incredibile letargia; letargia incredibile che la Signora Rajavi, grazie alla sua visita qui, è riuscita ad interrompere in misura minore, presso gli alti funzionari delle Nazioni Unite, sui quali però, personalmente, non farei troppo affidamento.
 
Ed è questo che è straordinario. Bisogna dunque interrogarsi su questo punto: perché Ashraf manda in confusione questo regime potente; questo regime terrorista che uccide i suoi oppositori nel mondo intero; questo regime che è l’ottavo produttore al mondo di petrolio? Perché? La risposta è questa, ed è Che Guevara che l’ha formulata nel giornale della Bolivia, nel giornale di guerriglia della Bolivia; ovvero la teoria del falco, la teoria del focolaio. Se è presente, da qualche parte, un focolaio, anche ridotto nelle sue misure, demograficamente, territorialmente, un focolaio che irradia i valori della democrazia, che irradia i valori della libertà, che irradia i valori della solidarietà internazionale; questo diventa intollerabile per qualunque tirannìa, anche la più potente; è intollerabile che questo focolaio esista da qualche parte nel mondo, perché è questa fiamma che distrugge in modo permanente la legittimità del regime tirannico.
I mullah hanno ben compreso il pericolo che rappresenta Ashraf. Voi mi fate la cortesia di inviarmi costantemente le pubblicazioni del CNRI, pubblicazioni molto ben fatte. Ho letto con orrore che in innumerevoli occasioni i mullah hanno impiccato un padre o una madre che hanno solamente fatto visita al loro figlio ad Ashraf. Il semplice contatto con Ashraf rimette in discussione l’intero edificio terrorista dei mullah.
 
Le Nazioni Unite non hanno capito niente. I mullah, loro, invece, sì. Noi stiamo per mobilitare quella solidarietà internazionale e istituzionale che manca. Lo dico brevemente; la situazione normativa del diritto internazionale è estremamente chiara: l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite; dove l’organizzazione si fonda sul principio dell’uguaglianza sovrana dei membri, da cui il rispetto assoluto dei membri stessi, salvo in un caso preciso: la responsabilità della protezione. Ci sono due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che conoscete a fondo: le risoluzioni 96 e 98.
La seconda dice: “Quando un popolo soffre gravemente per le conseguenze di una guerra civile, di un’insurrezione esercitata dallo Stato o dall’impotenza dei suoi politici, e quando lo Stato in questione non è disposto, o adatto, a porre un termine a queste sofferenze, o ad evitarle, la responsabilità internazionale della protezione muove il passo sul principio del non-intervento.” Per quanto concerne il diritto internazionale, dal punto di vista normativo, la chiarezza è assoluta. Ashraf, è il caso in cui la responsabilità di protezione è assunta. So che alcuni autori dicono: “Ma in ogni caso si tratta di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza.” Sia il nostro Comitato che il Consiglio dei Diritti dell’Uomo concorda sul fatto che le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza creano Diritto Internazionale. Dunque, a livello di Diritto Internazionale, la responsabilità di protezione incombe sulla Comunità Internazionale; qui rappresentata dalle Nazioni Unite.
 
Concludo.
Noi siamo qui per assicurare che Ashraf viva e continui ad irradiare; non a vivere nella clandestinità, ma che seguiti ad irradiare e a testimoniare. E questa testimonianza è ancora più importante di un anno fa, grazie alle rivoluzioni arabe. Perché? Perché lì risiedono dei mussulmani, dei mussulmani, non chiacchiere, ma semplicemente degli uomini e delle donne di fede, profonda, che a costo delle loro vite, incarnano i nostri valori. I nostri valori… Ho persino vergogna a dire di essere Europeo quando vedo quel che succede a Bruxelles o altrove. Loro incarnano i valori universali della democrazia, della libertà e dell’auto-determinazione.
Se Ashraf non avesse dovuto esistere, per esempio per la rivoluzione araba, per i rivoluzionari arabi che cercano dei referenti, che cercano delle direttive, che cercano degli esempi – lo dico perché vengo da una missione per il Consiglio in Nord Africa – è del tutto evidente che dall’Egitto alle montagne del Nafous in Libia orientale e in Tunisia, ogni giovane cerca dei modelli e degli esempi da seguire. Io non oso utilizzare il termine di “guida”, poiché voi siete troppo modesti per rivendicare questo titolo, ma è comunque di questo che si tratta: voi incarnate ciò che loro cercano.
 
Per concludere; perché Ashraf viva, ciò che è nostra responsabilità di cittadini assicurare, due cose si devono ottenere immediatamente: da un lato, la presenza fisica delle Nazioni Unite nel campo e sul territorio di Ashraf, vale a dire non visite episodiche dell’UNAMI com’è stato fino ad oggi, ma una costante permanenza di osservatori all’interno della città, con la bandiera delle Nazioni Unite. In secondo luogo, una decisione giuridica dell’Alto Commissario dei Rifugiati per riconoscerne lo status – ciò che è già un dato di fatto – ai residenti di Ashraf, e dunque accordare, collettivamente, la protezione secondo la convenzione del 1952 sui rifugiati a tutti i residenti di Ashraf.
Si tratta di due decisioni delle quali, la prima, deve essere presa dall’Alto Commissario, la Signora Pillay; e la seconda è quella che incombe su M. Gutierrez. Quando osservo questa magnifica assemblea credo che possiamo essere sufficientemente forti da ottenere la messa in pratica di queste due decisioni, le quali costituiscono un’esigenza del diritto, della ragione e della storia.
Voglio nuovamente ringraziarvi infinitamente per l’onore che fate alla mia città e a questo Palazzo, per la vostra presenza. Grazie. 
 

FOLLOW NCRI

70,088FansLike
1,633FollowersFollow
40,475FollowersFollow