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Accordo con l’Iran: siamo caduti in una trappola?

Vincenzo Cassano , Epoch Times | 15/07/2015

Dopo la firma dell’accordo tra Usa e Iran, la maggior parte dei commentatori ha applaudito alla risoluzione pacifica di un conflitto storico dai toni molto accesi. Uno tra i nemici più terribili degli Usa si trasforma, quasi in una notte – in realtà con un processo di apertura e morbidità da parte del presidente Rouhani – in un docile alleato, capace di un accordo che è di pace, ma non certo di sottomissione.

Chi ci guadagna senza se e senza ma è infatti l’Iran, che, strangolato dalle sanzioni, vede finalmente la luce.

Certamente gli Usa e gli altri Stati del 5+1 hanno firmato un accordo che volevano. L’idea è di farsi amico l’Iran per frenare l’Isis. Ma mentre l’Iran ha tutto da guadagnarci, ottenendo la fine graduale delle sanzioni e lo sblocco parziale del programma nucleare in cambio dei controlli da parte delle Nazioni Unite, gli Usa e il resto del mondo hanno varie questioni spinose da tenere d’occhio, e devono assicurarsi di non farsi distrarre troppo dall’Isis o da altre problematiche, con il rischio che l’Iran di nascosto formi una bomba atomica.

Non si tratta di una visione semplicemente pessimistica. Pur essendo passati dai toni accesi di Ahmadinejad a quelli morbidi di Rouhani, il vero capo dell’Iran è rimasto sempre lo stesso. In Iran, infatti – spiega Antonio Stango, segretario del Comitato Helsinki per i Diritti umani e politologo di cui pubblichiamo l’intervista – a comandare davvero non è il presidente Rouhani. E gli Usa sarebbero caduti in una trappola.

Ma andiamo per ordine.

Cosa ne pensa dell’accordo in generale?

«Intanto io direi che ci sono voluti molti anni per arrivare a quest’accordo, perché era evidente fin dall’inizio che i punti di partenza erano molto diversi.

«Il problema a mio parere è che il regime iraniano sin dagli anni 90 ambiva a dotarsi di un programma nucleare. Il che in un Paese che è grande produttore di petrolio già dovrebbe destare sospetti, perché il programma nucleare non serve all’Iran per dotarsi di energia. È molto probabile che in realtà fin dagli anni 90, quando fu per la prima volta concepito, servisse per rafforzare il proprio ruolo di potenza regionale attraverso la minaccia dell’uso di un’arma atomica.  Ci sono voluti anni e si è dovuti arrivare ad una politica che io definisco di accondiscendenza da parte di molti Stati occidentali verso il regime iraniano.

«Credo che sia complessivamente un errore. Poi c’è qualche aspetto positivo in tutta la vicenda. L’aspetto positivo è che in parte il regime iraniano è stato costretto ad arrivare a delle trattative. Deve assumere una maschera di apparente maggiore morbidità rispetto al passato. Si tratta di maschera perché come sappiamo la politica del regime iraniano è sempre guidata dalla stessa persona, che non è il presidente della Repubblica, che tra l’altro si chiama Repubblica Islamica (né più né meno dell’Isis), ma è la cosiddetta Suprema Guida Spirituale o Supremo Giureconsulto, nella persona dell’ayatollah Khamenei e le politiche di Khamenei sono rimaste esattamente le stesse che erano sotto la presidenza formale di Ahmadinejad.

«Semplicemente il presidente della Repubblica Islamica Rouhani ha un modo di parlare normalmente più pacato di Ahmadinejad. Ma sempre di un regime sanguinario si tratta, e di un regime del quale non ci si può fidare, come hanno dimostrato 36 anni di potere».

Qual è il rapporto esatto tra questa guida spirituale e il governo? In che modo è al comando questa autorità spirituale?

«Khamenei è il successore di Khomeyni. La Costituzione della Repubblica Islamica, voluta da Khomeyni, prevede che tutti i poteri siano subordinati al Supremo Giureconsulto o Suprema Guida. Fra le altre cose è lui, con un suo consiglio ristretto che dipende da lui, a scegliere i candidati alla carica di presidente. Nessuno può candidarsi a presidente della Repubblica Islamica del’Iran se non passa il vaglio della Suprema Guida. Per cui anche coloro come Rouhani che si presentano come moderati, in realtà sono parte dell’establishment, sono parte del sistema di potere assoluto del clericalismo degli ayatollah.

«Ed è un potere che ha determinati cardini. Un cardine evidente è la discriminazione delle donne. Un cardine è il dogma della distruzione di Israele, un altro è quello della ferocia contro gli oppositori, che possono venire definiti ‘nemici di Dio’ e in quanto ‘nemici di Dio’ condannati automaticamente a morte. Un altro cardine è l’uso sistematico della pena di morte, per tutta una categoria di reati, anche reati senza vittime. 

«Quando ci sono state delle manifestazioni contro il regime sono sempre state represse con estrema violenza, in modo tale da spargere il terrore fra i possibili manifestanti. Ed è un sistema che è stato messo quasi in ginocchio da molti anni di sanzioni combinate, in parte della Nazioni Unite, in parte dagli Usa in parte dall’Ue. Ora questo accordo prevede, dopo una prima fase sperimentale, l’ammorbidimento e la fine delle sanzioni economiche, ed è questo lo scopo che ha fatto ridere di gusto il ministro degli esteri iraniano come si vede in alcune immagini di ieri che sono circolate nel mondo.

«Il regime poteva probabilmente spegnersi per incapacità di gestire l’economia del Paese, oltre che per numerose crisi interne e contrasti anche all’interno della nomenclatura. La prospettiva, e quasi la certezza, di un accantonamento delle sanzioni, dà respiro al regime. E poi c’è la questione, l’altro punto molto importante, che l’accordo prevede che l’Iaea, l’agenzia internazionale per il controllo dell’energia atomica, che fa parte del sistema delle Nazioni Unite, possa chiedere di controllare tutti i siti relativi all’arricchimento dell’uranio, ma che le autorità iraniane possano rifiutare di concedere l’ingresso per le ispezioni. Quindi mi sembra una possibilità di controllo in realtà molto debole».

Per quanto riguarda questi controlli che richiedono un permesso da parte dell’Iran…convengo che sia una cosa un po’ particolare. Ma suppongo che se l’Iran dovesse negare questi permessi, si inizierebbe a parlare di caduta dell’accordo o…

«Sì, sì, ma intanto l’Iran prende tempo. Che è quello che sta facendo da 20 anni, quindi nel momento in cui l’Iran rifiutasse dei controlli in alcuni impianti di arricchimento dell’uranio, turbìne e altri elementi che servono per la produzione di armi nucleari, in quel momento si inizierebbe un complesso procedimento di richiesta di revisione o di sospensione dell’accordo. Ma intanto fra una cosa e l’altra passano anni. E intanto molte sanzioni saranno state abolite. Intanto in alcuni degli impianti, quelli tenuti sostanzialmente segreti, può andare avanti l’arricchimento in misura sufficiente a poter produrre testate nucleari, e il regime in questo modo cerca di consolidare la propria egemonia sull’area, in gran parte gabbando gli Stati partner di questo accordo».

Secondo lei si può dire che i nuovi toni dell’Iran, più tranquilli, siano in realtà un piano di questa autorità guida per ottenere delle concessioni?

«In gran parte sì. Poi l’aspetto che ci dà speranza è che trovandosi costretti a poter votare soltanto candidati alla presidenza della Repubblica Islamica scelti dalla Suprema Guida, quindi comunque elementi del regime, il fatto che molti abbiano scelto almeno la maschera di un parziale moderato, anziché la maschera di un fanatico islamista estremo, questo ci dà speranza non nel regime, ma in parte del popolo iraniano, che è un popolo composto in gran parte di giovani, un popolo di persone nate soprattuto dopo la fine del regime dello Shah e la rivoluzione del febbraio 1979, un popolo in cui dobbiamo sperare. Mentre non possiamo, non dobbiamo credere nel regime, che ha dimostrato di non meritare la fiducia internazionale».

Che ne pensa del ruolo anti-Isis di questo accordo?

«È una trappola in cui purtroppo gli Stati Uniti hanno voluto cadere. Perché non credo non avessero analisti in grado di capire che si tratta di una trappola.

«L’Isis in realtà nasce da diversi fattori, che sono in parte riconducibili proprio al regime iraniano. Intanto il regime iraniano è uno dei maggiori sostenitori di quello siriano di Assad, contro cui si è creato negli ultimi anni un vasto schieramento che comprende anche forze estremiste, fra le quali l’Isis. Per cui l’Isis, con altre forze che invece sono anche democratiche o almeno moderate, nasce come risposta agli stermini del proprio stesso popolo da parte del regime di Assad, sostenuto direttamente da quello iraniano.

«In secondo luogo l’Isis si è potuto espandere in Iraq perché il governo iracheno di Al-maliki, dopo che sono andate via le forze militari americane, è stato un governo assolutamente infiltrato, finanziato, manovrato e in parte armato dal regime iraniano. Il regime di Al-maliki si è reso responsabile negli anni scorsi di operazioni molto cruente, di uccisioni di massa, di persecuzioni in vario modo della popolazione irachena sunnita, soprattutto nell’Iraq centrale. Quando sono entrate in Iraq l’anno scorso delle bande – all’inizio si trattava di poche centinaia di uomini – di combattenti dell’Isis, alcune tribù sunnite irachene hanno preferito schierarsi con l’Isis anziché continuare ad essere vittime delle vessazioni, se non dei massacri, da parte delle bande sciite o di Al-maliki o addirittura delle bande dei miliziani iraniani, delle guardie rivoluzionarie iraniane, mandate a combattere contro i sunniti in Iraq.

«Per cui in realtà l’Isis è molto più un prodotto del regime iraniano di quanto possa sembrare. Che l’Iran combatta contro l’Isis, potremmo dire, è un problema loro. Che invece gli Stati occidentali sostengano non il popolo iraniano ma il sanguinario regime di quella che è la Repubblica Islamica dell’Iran – il vero Isis è l’Iran come regime, non come popolo – questo a mio parere è molto inquietante, molto pericoloso, molto sbagliato».

 

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