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Le donne iraniane nelle prigioni degli ayatollah

MIRKO MOLTENI 

Libero, 12 luglio 2015 – In venti donne per ogni cella, senza potersi lavare per giorni, picchiate e insultate dai carcerieri. E su tutto la spada di Damocle della condanna a morte, che arriva improvvisa, senza avvisaglie, come in una grottesca roulette russa.

Così, negli anni Ottanta, migliaia di iraniane patirono la mutazione dalla primigenia rivoluzione contro lo scià alla successiva stabilizzazione dei nuovi poteri nelle mani del clero sciita, gli ayatollah capeggiati da Rullah Khomeini. 

Il dramma, finora poco raccontato in lingua italiana, prorompe in tutta la sua intensità dal libro Non si può incatenare il sole (Menabò, pp. 260, euro 12), scritto da due sopravvissute a quelle oscure prigioni, Puoran Najafi ed Hengameh Hajhassan. Trent’anni fa erano giovani militanti del movimento democratico dei «mujaheddin del popolo», fuori legge in Iran dal 1981. Le loro testimonianze sono state tradotte e assemblate da Esmail Mohades, già autore per la medesima casa editrice di un’originale storia dell’Iran dal titolo Una voce in capitolo. 

Nella prefazione Dacia Maraini scrive: «Sembra di leggere le cronache del primo cristianesimo, quando tante credenti si preparavano al martirio pur di non tradire le nuove idee di uguaglianza e d’amore per il prossimo». Ideali che sembravano a portata di mano quando nel 1979 la rivoluzione islamica aveva rovesciato il regime di Reza Palhevi, puntellato dalla polizia segreta Savak. Pareva che le diverse anime della sollevazione popolare potessero convivere radicando a Teheran una democrazia pluralista, ma il clero e i pasdaran, le guardie rivoluzionarie, la pensavano diversamente. 

Come altri militanti dei movimenti democratici, Puoran fu arrestata nella sua città, Rasht, nel giugno 1981, quando era studentessa 19enne. Restò in galera fino al 1986. Rilasciata, raggiunse gli esuli sul confine iracheno. Fece in tempo a scrivere le sue memorie, prima di morire nel 2013 quando il campobase dei «mujaheddin del popolo» fu bombardato dal governo iraniano. Hengameh, infermiera di 24 anni, fu invece arrestata a Teheran nel novembre 1981 e liberata nel 1985. Entrambe furono sfiorate dalla morte che ghermì le loro compagne di cella. Puoran narra dell’amica Tahmineh, subito finita nel mirino perché fra le attiviste più di spicco: «All’alba, verso le 4.00 sentii i passi mortali delle guardie. Tahmineh era pronta. “Eccoli, sono qui per me!”, disse. Quando la porta della cella s’aprì e chiamarono Tahmineh, noi facemmo finta di dormire. La portarono via e dopo mezz’ora sentimmo il rumore degli spari. Mi alzai, avevo gli occhi intrisi di lacrime. Pregai per Tahmineh». 

Sia Najafi che Hajassan subirono la dolorosa umiliazione delle frustate sulle piante dei piedi, che rendevano difficile camminare scoraggiando i tentativi di fuga. Continuamente interrogate, non tradirono i compagni di lotta sfuggiti alla cattura. Si rischiava di impazzire, con tutti quei pidocchi in testa, ma ci si consolava a fare il thè con l’acqua calda della doccia, una volta alla settimana, come spiega Hengameh: «Il thè era tiepido e scolorito, ma era il frutto del nostro ingegno». Piccole vittorie quotidiane che aiutavano a tirare avanti. Puoran e Hengameh ne uscirono, erano “pesci piccoli”, ma per molte loro amiche fucilazione e impiccagione furono la regola. 

 

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