Rimuovere questo gruppo di rifugiati dalla lista terroristica degli Stati Uniti è un passo importante
The Washington Times – di Lord David Waddington Lunedi, 30 Aprile 2012Quando Eli Wiesel parla, la gente lo ascolta. Lui parla lentamente e sceglie molto attentamente le parole. Quando nel 1986, a questo sopravvissuto del campo di sterminio hitleriano di Buchenwald fu conferito il Premio Nobel per la Pace, fu citato come un “messaggero per l’umanità” il cui messaggio è sempre stato quello della pace e della dignità umana. Ecco perché quando ha parlato all’Holocaust Memorial Museum degli Stati Uniti il mese scorso, presente il Presidente Obama, le sue parole sono state particolarmente pertinenti. Parlando dell’Olocausto e mettendolo in relazione con il fallimento del mondo nel fermare il dittatore siriano Bashar Assad e il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, Wiesel ha detto:
“Avrebbe potuto essere evitata. La più grande tragedia della storia avrebbe potuto essere evitata, se il mondo civilizzato ne avesse parlato, se avesse preso dei provvedimenti nel 1939, nel ’40, nel ’41, nel ’42. Ogni volta a Berlino, Goebbels e gli altri volevano vedere quale sarebbe stata la reazione di Washington e Londra e Roma, e non ci fu nessuna reazione, così pensarono che potevano continuare.
Così ci potremmo chiedere: Non abbiamo imparato nulla da questa storia? Se sì, com’è che Assad è ancora al potere? Com’è che il negatore numero uno dell’Olocausto, Ahmadinejad, è ancora presidente? Lui che minaccia di usare le armi nucleari per distruggere lo stato ebraico.
Non abbiamo imparato? Lo dovremmo sapere che il male ha potere. E’ quasi troppo tardi”, ha detto Wiesel. “Le misure preventive sono importanti. Noi dobbiamo usare queste misure per evitare un’altra catastrofe. E quando altre comunità vengono minacciate da chicchessia, noi non dobbiamo permettere a quest’ultimi di fare ciò che hanno intenzione di fare”.
La cosa da fare ora, quando si affronta il problema dei residenti dei campi di Ashraf e Liberty in Iraq, è semplice: togliere i Mujahedin del Popolo Iraniano (MEK) dalla lista delle organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato americano. Ci vuole solo qualche principio e un po’ di spina dorsale.
Le parole di Eli Wiesel ci riportano alla memoria un discorso che fece giusto uno anno fa circa, ad una conferenza a Parigi il 27 Aprile 2011, organizzata per denunciare l’attacco iracheno a Campo Ashraf, a nord di Baghdad, che ospita circa 3400 dissidenti iraniani. Trentasei civili innocenti morirono e altre centinaia furono feriti in quell’attacco.
Eli Wiesel disse di aver giurato che, ogniqualvolta un essere umano verrà perseguitato, “Io non rimarrò il silenzio”. Ma egli non sapeva di Ashraf fino a poco prima dell’attacco e infatti chiese alla conferenza: “Perché il mondo non lo sapeva?”. Un anno dopo, il mondo è totalmente consapervole dell’esistenza di Ashraf, ma un tragico risultato rimane ancora una chiara possibilità. Gli uomini e le donne di Ashraf non vivono più sotto la protezione degli Stati Uniti, che promisero di garantire la loro sicurezza secondo la Quarta Convenzione di Ginevra.
Ora gli americani hanno lasciato l’Iraq e il governo iracheno di Nouri al-Maliki si è sempre più avvicinato all’ex-nemico del Paese, l’Iran. In questa veste, fa qualunque cosa il burattinaio di Tehran ordina.
In cima alla lista c’è la minaccia e il tentativo di distruggere i Mujahedin del Popolo Iraniano, i cui membri sono stati ad Ashraf per un quarto di secolo. Dopo il raid dell’anno scorso, che seguiva un precedente attacco, al-Maliki ordinò la chiusura di Ashraf per la fine del 2011. Poi ha ceduto ed ha acconsentito al trasferimento dei dissidenti in una ex-base dell’esercito americano ironicamente chiamata Camp Liberty, dove avrebbero potuto essere avviati al procedimento dell’Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite prima di essere risistemati presso paesi terzi.
Metà dei residenti sono stati trasferiti, ma nessuno è stato risistemato. Nel frattempo stanno vivendo in condizioni sempre più disumane a Camp Liberty, vicino all’Aeroporto Internazionale di Baghdad.
La sola scusa addotta da al-Maliki per le sue azioni – oltre alla sua completa disponibilità ad eseguire gli ordini di Tehran – è che il MEK è ancora sulla lista delle organizzazioni terroristiche.
La presenza in questa lista deve finire. Il Dipartimento di Stato si sta trascinando questa questione da quasi due anni nonostante una Corte Federale abbia ordinato di riconsiderare lo status del MEK. Per l’8 Maggio è in programma un’udienza alla quale hanno offerto il loro supporto, come “amici della corte”, decine di ex-diplomatici, ufficiali militari, funzionari elettivi di entrambi i partiti e attivisti dei diritti umani.
Il Dipartimento di Stato non dovrebbe proprio essere trascinato a calci e urla a prendere una decisione per togliere il MEK dalla lista. Infatti il MEK non avrebbe mai dovuto essere nella lista fin dal principio.
I funzionari dell’Amministrazione Clinton riconoscono pienamente che furono messi nella lista per compiacere i mullah a Tehran nello sforzo di aprire con loro un dialogo.
Dialogare allora fu uno sforzo inutile. Dialogare ora con Ahmadinejad sarebbe ugualmente inutile.
Come ha detto Eli Wiesel lo scorso anno e di nuovo il mese scorso, il mondo non può rimanere in silenzio. Il nostro stesso Dipartimento di Stato sicuramente non può contribuire a questo silenzio. La giustizia per i Mujahedin del Popolo Iraniano è in ritardo da troppo.
David Waddington, membro del Partito Conservatore, è ex-Ministro degli Interni del Regno Unito ed ex-Presidente della Camera dei Lords. E’ membro del Comitato Parlamentare Britannico per la Libertà in Iran.
