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Il Governatore Tom Ridge – Non ci possono zittire

Il Governatore Tom Ridge, conferenza internazionale – Parigi, 24 Marzo 2012 
Grazie mille. Grazie mille per il calorosissimo e cortese benvenuto. Lo apprezzo moltissimo.
Innanzitutto, penso che sia molto importante dire al mio amico Rudy Giuliani che ne so qualcosa di sicurezza Rudy. Perciò se tu andrai io verrò come tua guardia del corpo. Andiamo insieme va bene? Porteremo con noi Kennedy e Mukasey e Wes Martin e francamente, signore e signori, avranno  bisogno di un airbus per portare tutti a Camp Liberty e Campo Ashraf. Sapete signore e signori, ho passato la maggior parte della mia vita al servizio dello Stato. Ho avuto l’onore e il privilegio di servire la mia comunità, il mio Stato e il mio Paese in molti, molti modi diversi. Ho iniziato come soldato di  fanteria in Vietnam e ho concluso il mio servizio nell’ufficio del Presidente Bush come primo Segretario per la Sicurezza Interna. Ho avuto l’opportunità di fare molte cose straordinarie e di lavorare con persone straordinarie, ed in ogni singola occasione ho pensato che ciò che stavo facendo fosse la cosa giusta da fare per la causa che stavo promuovendo, per l’interesse che mi vedeva impegnato al primo posto, per le persone alle quali mi rivolgevo per avere supporto. E nei miei quasi 40 anni al servizio dello Stato, l’ultima cosa che avrei immaginato mi sarebbe successa come cittadino degli Stati Uniti d’America e che il mio Paese avrebbe messo in dubbio le mie motivazioni, che il mio stesso Paese avrebbe messo in dubbio il mio patriottismo, la mia integrità. Mi fa un po’ arrabbiare, mi delude molto e suppongo che a fine giornata mi rattristerà proprio.
E non ho intenzione di discutere le motivazioni di coloro che hanno deciso di sfidare le 60, 70, 80 persone che hanno parlato all’unisono, collettivamente, Repubblicani e Democratici, in tutti gli Stati Uniti. Non discuterò le vostre motivazioni. Non chiederò perché. Vi dirò solo questo. Voi non ci zittirete. Non si può fare. Se chiunque sia il responsabile ha un momento di calma riflessione, gli suggerisco di dare un’occhiata alla Costituzione degli Stati Uniti, alla Carta dei Diritti, e di dare un’occhiata in particolare al Primo Emendamento. E’ chiamato “Libertà di parola”, la stessa libertà di parola a cui gli uomini e le donne del MEK aspirano grazie alla leadership di Mrs. Rajavi, la stessa libertà di parola a cui aspira l’opposizione democratica di tutto l’Iran. Perciò alla fine si potrà essere delusi, si potrà essere arrabbiati e si potrà essere rattristati, ma alla fine noi continueremo ad essere dalla parte giusta della storia con la gente del MEK, quelle persone del MEK amanti della libertà che si trovano a Liberty ed Ashraf finché non saranno risistemati. E mi piace pensare  che prima o poi nel prossimo futuro, tutti noi saliremo su un airbus con Rudy, saliremo sullo stesso airbus e andremo a Tehran a celebrare la vittoria, la liberazione, la democrazia e la libertà!!
Sapete, con quella meravigliosa risposta a l’ultima serie di dichiarazioni sto probabilmente facendo la cosa più pazza, ma voglio condividerla con voi – probabilmente dovrei sedermi, ma ho un altro paio di pensieri che vorrei condividere con voi. Perché noi oggi siamo qui anche per parlare degli obblighi internazionali verso il residenti di Ashraf e Liberty. Ora, il mondo occidentale principalmente, ma in generale la comunità mondiale, ha racchiuso i suoi impegni verso i diritti umani, la giustizia sociale, la libertà, la diversità, in molti, molti documenti. C’è la Carta delle Nazioni Unite, c’è la Dichiarazione del Diritti Umani delle Nazioni Unite, c’è la Convenzione di Ginevra; sono racchiusi nelle democrazie, nelle carte e nei documenti di tutto il mondo. E verrebbe da chiedersi quando è stata l’ultima volta che quelli responsabili del destino dei residenti di Ashraf hanno guardato quei documenti e ai principi che contengono.
Sapete, è stato molto difficile come soldato guardare –  e penso anche per il mio amico Wes Martin, che ha vissuto con gli uomini e le donne di Ashraf per molto tempo – è stato molto difficile guardare quel video. Gente inerme. La ragione per cui erano inermi è perché, su richiesta degli Stati Uniti d’America, avevano consegnato tutti i loro mezzi di difesa. Gente inerme. Poi ho visto gli Humvees, ho visto le mitragliatrici, ho visto le armi, a conclusione di tutto quell’addestramento fornito dagli Stati Uniti e mi sono detto che, se c’è stato qualcosa di più vergognoso e più malvagio di ciò che ho osservato in quel video e in ciò che sappiamo essere accaduto in due occasioni, è il relativo silenzio e l’indifferenza del mio Paese.
Come possiamo ingnorare la realtà di quei due ignobili, brutali, malefici attacchi senza dire neanche una parola? Vi voglio dire che questo mi fa arrabbiare e mi delude e mi rattrista più di qualunque citazione amministrativa che metta in discussione la mia integrità. Perché se c’è qualcos’altro, e io sono solo uno di 300 milioni, se c’è qualcos’altro in gioco qui non è solo la credibilità di quelli di noi che parlano a sostegno del MEK, ma la credibilità di un intero Paese. Il mio Paese. E quindi quel video, le immagini, i suoni, l’orrore ad esso associato per me è ben, ben più importante in termini di impegno da parte mia e credo anche dei miei colleghi, verso questa causa, di qualunque citazione amministrativa che chiunque del Dipartimento di Stato o del Tesoro possa inviarmi – magari pensando di fare la cosa giusta. Non discuterò le motivazioni, noi arriveremo alla fine stando dalla parte  giusta della storia. Non mi preoccupo di questo. Non mi preoccupo.
Perciò cercherò di condensare tutto in un paio di osservazioni finali per voi. L’obbligo internazionale, secondo me, inizia con le Nazioni Unite, ben intenzionate ma ultimamente relativamente, miseramente, tristemente inefficaci, numero uno. Numero due, fare delle promesse che non hanno mantenuto. Non voglio dire che hanno falsato i fatti, ma certo a me sembra così se si mostra una foto di un campo in perfette condizioni e si asserisce che ci vivevano 5500 militari delle truppe americane, e che va bene, potete trasferirvi. Potrà essere un pochino inferiore a Campo Ashraf ma ci sono tutti i comforts. E poi tu ci vai e non c’è acqua, non c’è elettricità, le fosse settiche sono un disastro, hai la polizia che vaga dappertutto. Voi non avete fatto il vostro lavoro, Nazioni Unite, ed è ora che lo facciate.
Per quale ragione abbiamo lasciato che Maliki convincesse le Nazioni Unite che dovevano persino lasciare Campo Ashraf, va oltre la mia capacità di comprensione. Un luogo perfettamente adatto a questo scopo, per fare i colloqui e trasferire poi le persone alla fine del processo. Ma per qualche ragione –  e di nuovo Mrs. Rajavi la sua leadership così faticosa, in molte conversazioni che abbiamo avuto, noi ci sentiamo in parte responsabili per questo perché le abbiamo detto che dovevate mostrare la vostra buona fede. Noi vogliamo presumere che ci sia stata buona fede da parte delle Nazioni Unite. Vogliamo presumere che volessero fare la cosa giusta per questi uomini e donne e per questo hanno fatto trasferire i primi 400. Un disastro. Dal momento in cui sono saliti sugli autobus e gli ci sono volute 24 ore per arrivare là, al momento in cui sono arrivati e nulla è materialmente cambiato nelle condizioni del campo. E poi hanno detto: “Trasferiamone altri 400” e voi lo avete fatto, e altri 400 e voi lo avete fatto. Ad un certo punto l’indifferenza, l’inettitudine delle Nazioni Unite deve essere portata all’attenzione dell’intera comunità mondiale.
E l’unico paese, secondo me, che ha l’autorità per farlo sono gli Stati Uniti d’America. Ed è ora che rispettiamo quel documento, quel documento firmato realizzato da un ufficiale delle forze armate americane, un generale che ha detto: “Noi ci occuperemo della vostra sicurezza e incolumità”. Non doveva essere necessariamente questa la conclusione che i residenti di Campo Ashraf avrebbero dovuto trarre nel momento in cui gli americani hanno passato la responsabilità della loro sicurezza e incolumità al governo di Maliki. E’ ora che gli Stati Uniti facciano un passo avanti, che siano molto, molto più aggressivi. E di nuovo lo dico come un soldato, insieme a migliaia di americani morti, molti dei quali sono morti per sostenere e legittimare il governo di Maliki. Le madri di soldati medaglie d’oro al valore negli Stati Uniti non hanno visto i loro figli e figlie  morire per far sorgere un despota, per creare un governo che ignora i fondamentali diritti umani e la giustizia sociale, le questioni qui in gioco. E’ in discussione la credibilità degli Stati Uniti. Le vite di migliaia di americani sono in discussione. E io so che tutti sono stati molto rispettosi, e lo saremo sempre nel nosto Paese, con il nostro Presidente e il nostro Segretario di Stato. Ma è ora che tutti loro siano più aggressivi. E’ ora che ricordino al governo di Maliki, perché lui si trova lì e come ci è arrivato. E chi si è sacrificato per farlo arrivare lì.
C’è una bellissima espressione che penso sia molto appropriata. Non so quanto sia effettivamente bella ma dice: “Il nemico del mio nemico è mio amico”. E l’idea che si possa cercare di trattare con l’Iran –  e apparentemente questo va avanti dal ’97 – quindici anni dopo, possiamo solo concludere che è stato un falso concetto, una pomessa vana, sicuramente non è accaduto nulla di tangibile e positivo in 15 anni. Il tempo per le trattative è finito. Se volete mandare un messaggio, se volete mandare un messaggio all’Iraq e all’Iran e volete mostrargli quanto siamo seri riguardo ad un Iran non nuclearizzato; quanto siamo seri riguardo alla difesa dei diritti umani, della giustizia sociale, della democrazia in quella regione; quanto siamo seri riguardo alla retorica che abbiamo usato nei confronti della Primavera Araba, ma della quale abbiamo bisogno ora per la Primavera Persiana, vi do’ un’idea semplice e facile. Togliete il MEK dalla lista.
E una delle cose più meravigliose nello straordinario documento che i nostri fondatori scrissero un circa duecento anni fa negli Stati Uniti, sta tutta in quel principio chiamato “separazione dei poteri”. Il potere esecutivo ha preso la decisione di mettere il MEK nella lista delle organizzazioni terroristiche estere, ma nelle prossime due settimane, finalmente dopo molti anni, il potere giurisdizionale, potere separato ma egualitario, che si contrappone e controbilancia il governo, io credo che alla fine deciderà se gli uomini e le donne di questa organizzazione appartengono a quella lista. Noi negli Stati Uniti non siamo perfetti, siamo un sistema imperfetto creato da uomini e donne. Noi aspiriamo alla perfezione, questo dovrebbe essere il nostro obbiettivo ogni giorno e io penso che saremo un passo più vicini alla perfezione, un passo più vicini alla credibilità che ci piace promuovere, un passo più vicini all’idea di America, quando grazie al nostro sistema giudiziario, alla nostra Costituzione e alla legge del giusto processo si concluderà che alla fine il MEK non appartiene a quella lista e quindi verrà tolto da quella lista. E poi torneremo dalla comunità internazionale, sia che siano sulla lista o no, e diremo: “Noi abbiamo detto che loro sono protetti dalla Convenzione di Ginevra, perciò è piuttosto irrilevante come li consideriamo. In quanto esseri umani, sia che siano sulla lista o no, loro sono persone protette”.
Agevoliamo il processo di risistemazione. Miglioriamo le condizioni di vita e quelle sanitarie. Portiamo la polizia fuori da Camp Liberty. Facciamogli controllare il traffico in entrata e in uscita ma togliamoli dalle strade e portiamoli fuori dal campo. E infine, voglio dire ai miei colleghi europei e di tutto il mondo, che è un privilegio per tutti noi negli Stati Uniti essere qui insieme a voi per sostenere all’unisono queste persone amanti della libertà, coloro che aspirano all’auto-governo, coloro che aspirano a prendere i principi della democrazia occidentale, la libertà di parola, di religione e di assemblea e a custodirli in un Iran democratico e non nuclearizzato. Noi siamo fieri di essere al vostro fianco dalla parte giusta della storia.
Grazie mille Signore e Signori.