WASHINGTON, 18 settembre 2011 / PRNewswire-USNewswire

Il mantenimento della designazione del MEK come ‘terrorista’ agisce come una licenza per il genocidio a Camp Ashraf, in Iraq, hanno affermato le personalità convenute.
“Dunque, cosa può fare il Segretario di Stato mentre Mahmoud Ahmadinejad si prepara a venire a New York e mettere in scena il suo annuale osceno spettacolo alle Nazioni Unite?” ha chiesto il giudice Mukasey. “Può fare ciò che l’Unione Europea ha già fatto, ciò che il Regno Unito ha già fatto e rimuovere questa maledetta designazione e può farlo come uno splendido benvenuto ad Ahmadinejad, mentre questi viene a New York a sputare contro la faccia collettiva dell’umanità.”
Il governatore Rendell ha aggiunto: “Non una delle fonti ha elencato alcun atto di violenza da parte del MEK contro gli Stati Uniti o uno qualsiasi dei suoi alleati dal 2001 per un periodo di oltre 10 anni … Abbiamo testimonianze, prove circostanziali, l’opinione di un’altra corte; questo dovrebbe essere sufficiente se seguiamo la legge, se decidiamo questo caso nel merito. Il MEK è
con tutta evidenza non colpevole; toglietelo dalla lista e facciamolo adesso”.
“Il mantenimento nella lista di questa organizzazione, contrariamente a tutti i fatti e alla legge, non è semplice passività. E’ la base sulla quale forniamo una licenza di uccidere al regime iraniano e purtroppo al Primo Ministro dell’Iraq. E questa licenza di uccidere viene utilizzata frequentemente, che si tratti di tribunali di regime in Iran che arrestano, torturano e uccidono o delle atrocità dell’8 aprile. Si tratta di prevenire genocidio e crimini di guerra. Così il tempo qui non è solo essenziale; il tempo è fondamentale” ha enfatizzato il direttore Freeh.
Parlando della sua esperienza personale con il MEK a Camp Ashraf, il generale Conway ha detto: “Il mio ufficiale responsabile delle operazioni e il mio comandante di battaglione tornarono indietro scotendo la testa, dicendo ‘Queste persone non sono terroristi, non sono più terroristi che i padri della nostra Costituzione. A loro non piace il governo della nazione ospitante, ma non c’è alcuna attività terroristica di cui preoccuparsi’… Quanto è successo lì [ad Ashraf] qualche mese fa è un oltraggio. Noi come nazione avevamo, ed è stato detto molte volte, una responsabilità morale per la protezione di quelle persone”.

“Penso in particolare che è doloroso sentire delle circostanze di Camp Ashraf. In poche parole, gli Stati Uniti a mio avviso hanno l’obbligo morale di proteggere la gente lì… Alla fine il Congresso e l’Amministrazione devono andare al di là delle risoluzioni e delle cose scritte. Dobbiamo essere molto più forti. Questa è una seria questione umanitaria e non possiamo starcene seduti dietro”, ha sottolineato l’ex ministro Abraham.
“Uno degli elementi centrali dell’opposizione è stato il MEK”, ha osservato l’ambasciatore Bolton, aggiungendo: “Al governo avevo la passione di leggere i rapporti di intelligence… ho letto tutto quello che ho potuto leggere sul MEK… non ho visto niente che giustifichi il fatto che il MEK sia nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere… Il direttore dell’Antiterrorismo alla fine dell’amministrazione Bush e il responsabile dell’ufficio legale del Segretario di Stato Rice sostennero con lei che in termini di diritto e politici la designazione non poteva essere difesa”.
“Sono d’accordo con tutto ciò che è stato detto, per lo più specificamente su Camp Ashraf e sulla questione del MEK” ha detto il generale Wald, sottolineando che “fare un’eccezione per gente come il MEK, che non è affatto identificabile con un’organizzazione terroristica, da un punto di vista legale, rientra nella categoria di immoralità per me rispetto al modo in cui riconosciamo i cittadini nel nostro mondo”.
Il dottor Allan Gerson, ex consigliere capo della delegazione degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, che ha moderato l’evento intitolato “Evitare una crisi umanitaria a Camp Ashraf: obblighi dell’ONU e degli Stati Uniti”, ha affermato: “Si tratta di evitare morte e massacri. Ciò che è incombente [a Camp Ashraf] non è semplicemente un disastro umanitario, ma morte e distruzione, e auto-umiliazione per gli Stati Uniti su vasta scala, perché se mai fosse consentito di rimpatriare queste persone in qualche modo in Iran, questo costituirebbe per gli Stati Uniti un’auto-umiliazione che occorrerebbero generazioni per cancellare”.
FONTE: Human Rights and Democracy International
