martedì, Dicembre 6, 2022
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Una prigioniera politica rivela le restrizioni e le pressioni nelle carceri iraniane

CNRI – Una prigioniera politica iraniana, che recentemente ha praticato lo sciopero della fame nel famigerato carcere di Evin a Teheran, ha rilasciato una dichiarazione nella quale descrive dettagliatamente la natura repressiva delle carceri iraniane.

Narges Mohammadi, 44 anni, ha ribadito che i tribunali-farsa del regime stanno imponendo punizioni severe ai prigionieri politici, separandoli dalle famiglie, costringendoli all’isolamento e fornendo loro condizioni di vita inadeguate. 

Il suo messaggio, pubblicato il 23 Luglio dice: “Io protesto contro l’oppressione e le limitazioni imposte ai prigionieri. Queste restrizioni e queste incessanti pressioni vengono applicate appena la persona accusata viene posta in isolamento. Questo è un tipico esempio di tortura psicologica”.

La Mohammadi ha rivelato che alle prigioniere politiche non è permesso usare il telefono nella loro sezione, nonostante i due terzi delle 27 detenute abbiano dei figli, e spiega come lei stessa si strugga per i suoi figli, ora fuggiti dall’Iran e di come spera di poter parlare di nuovo con loro.

La lettera dice: “I miei cari figli, Kiana e Ali, hanno lasciato l’Iran il 16 Luglio 2015”.

E aggiunge di aver iniziato uno sciopero della fame il 27 Giugno 2016 perché le viene impedito di parlare al telefono con i suoi figli.

Con il suo sciopero della fame vuole anche protestare contro le violazioni dei diritti umani subite dai prigionieri politici e per la doppia oppressione di donne e madri.

La Mohammadi ha spiegato che all’interno del famigerato carcere di Evin, nella sezione dei prigionieri politici, ci sono genitori che stanno scontando entrambi la loro pena, il che li costringe a lasciare incustoditi i loro figli.

Ed ha aggiunto: “Nel frattempo, la totale repressione esercitata sui prigionieri politici e ideologici, si può palesemente riscontrare in tutto il paese”.

Narges Mohammadi ha interrotto lo sciopero della fame dopo che finalmente gli è stato permesso di telefonare ai suoi figli, ma ha detto che non smetterà mai di protestare per i diritti umani in Iran.

E ha detto: “Le autorità iraniane sono ben consapevoli che il riconoscimento dei diritti umani in Iran è una richiesta seria… i diritti umani non sono concetti astratti. Al contrario essi sono interconnessi agli ideali della nazione iraniana e in caso di violazione o negligenza, il popolo esprime il suo malcontento”.

A Settembre 2011, Narges Mohammadi, di professione avvocato, era stata inizialmente condannata a 11 anni di carcere per “atti contro la sicurezza nazionale” e “propaganda contro lo stato”, tra le altre cose. A Marzo 2012, la sua pena era stata ridotta a sei anni ed era stata rilasciata su cauzione tre mesi dopo.

A Maggio 2015, è stata nuovamente arrestata, nonostante i timori per le sue gravi condizioni di salute, per scontare il resto della sua pena.

A Maggio 2016, mentre era in carcere, il cosiddetto “tribunale rivoluzionario” del regime a Teheran, ha condannato la Mohammadi ad altri 16 anni di carcere.

Il tribunale-farsa dei mullah ha ritenuto Narges Mohammadi, colpevole della creazione e della conduzione di un movimento per i diritti umani che chiede l’abolizione della pena di morte.

 

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