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Le manifestazioni in Iran continuano nel silenzio generale

Di Elisabetta Zamparutti, Nessuno tocchi Caino

Il Dubbio, 06.02.2018

Le manifestazioni in Iran, nonostante gli arresti di oltre 8000 persone, la morte di 50 ed il ferimento di centinaia, continuano in diverse città: giovedì sera cittadini sono scesi in piazza in 8 città, la manifestazione più grande è stata quella a Bandar Abbas e anche a Teheran sono continuati gli slogan contro il regime. 

Alcuni detenuti sono stati liberati ma non esiste una cifra precisa su quanti siano mentre 10 sono quelli deceduti in carcere per le torture subite.

Tra gli arrestati vi sono 29 donne che con un coraggio esemplare si sono tolte in pubblico quel velo che la teocrazia misogina ancora gli impone. Per la loro liberazione l’Iran chiede una cauzione di 90 mila dollari.

Ieri il mullah Khatami nella preghiera del venerdì a Teheran ha detto che bisogna giustiziare tutti quelli che manifestano perché commettono Moharebeh (guerra contro Dio) e che bisogna aumentare la costruzione di missili e il sostegno a Hezbollah. 

Perché nella teocrazia iraniana si può certo manifestare purchè non si metta in discussione il principio della Guida Suprema. 

Lo stesso Khatami, il 9 gennaio in un discorso pubblico ha attribuito la responsabilità delle manifestazioni ai mojaheddin del popolo iraniano, precedentemente definita come organizzazione insignificante salvo poi considerarla la principale fomentatrice della rivolta. Ed il 3 gennaio Rouhani, secondo l’Agence France Press, in una telefonata a Macron ha chiesto un intervento contro questa organizzazione e la loro leader Maryam Rajavi che risiede a Parigi, richiesta declinata dal Presidente francese. Maryam Rajavi, per intenderci, lotta per un cambio di regime sulla base di un programma in dieci punti ispirato ai principi dello Stato di Diritto. 

I rapporti con l’Iran sono un punto dirimente della politica estera di un Paese che ne connota anche le caratteristiche. L’Italia ha steso tappeti rossi all’arrivo dei Mullah e incoraggia investimenti verso questo Paese corrotto e destabilizzatore dell’intera area Medio Orientale. E l’Unione Europea emette silenzio. 

Quello che serve invece è un’azione seria per la liberazione delle persone arrestate durante le manifestazioni, per la liberazione di quelle donne che, giustamente, si tolgono la hijab, per condannare le morti avvenute in carcere e scongiurare ulteriori condanne a morte.

E serve a livello internazionale un’inchiesta sul massacro del 1988 in cui sono stati ammazzati oltre 30.000 oppositori politici, molti dei quali appartenenti all’organizzazione della Rajavi, con i responsabili di quel massacro che ancora ricoprono massimi incarichi istituzionali nell’attuale Governo del “moderato” Rhouani. 

 

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