martedì, Dicembre 6, 2022
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Completare al più presto le indagini dell’AIEA per porre fine agli inganni del regime iraniano

Iran’s regime nuclear ambition and IAEA report

Continuano a persistere narrative contrastanti sugli sforzi per ripristinare l’accordo sul nucleare iraniano del 2015 “JCPOA”. Quando all’inizio di questo mese sono ripresi brevemente i negoziati, questi venivano descritti come l’ultimo tentativo di risolvere le divergenze in sospeso tra il regime iraniano e i quattro firmatari occidentali dell’Accordo (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania).
Tuttavia, le notizie riportate dai media di Stato iraniani e le dichiarazioni dei funzionari iraniani hanno presto iniziato a suggerire che il successo di questi negoziati avrebbe portato solo a un inevitabile peggioramento, dal momento che Teheran ha continuato a spingere per ottenere ulteriori concessioni.
Tutti i firmatari occidentali sembrano aver escluso tali concessioni, anche se i funzionari americani ed europei hanno continuato a fissare scadenze “ufficiose” per i colloqui sul nucleare già dalla fine dello scorso anno, dimostrando di non voler abbandonare le infruttuose trattative in atto in favore di una nuova strategia per contenere i progressi dell’Iran verso l’arma nucleare.
Questa linea di insistita “servilità” verso il regime, mostrata nel corso dei vari colloqui a Vienna, è ormai non più difendibile, non solo per il tenace rifiuto del regime iraniano di adottare la bozza di testo “finale”, ma anche per le ricorrenti ostruzioni e posizioni negoziali impraticabili nel corso di diciotto mesi.
Nel giugno dello scorso anno, i colloqui sono stati messi in pausa a seguito della nomina del nuovo Presidente iraniano, l’ultraradicale Ebrahim Raisi, che ha impedito di riprendere i negoziatori a Vienna fino al novembre successivo. L’approccio del nuovo Presidente è stato di avanzare subito nuove richieste di concessioni, sempre più sfacciate. Questo ha palesemente ostacolato ogni progresso possibile alla ripresa dei colloqui.

Da marzo fino alla fine di giugno, quando si sono tenuti a sorpresa due giorni di colloqui a Doha, il regime iraniano ha sostenuto che avrebbe rimandato i negoziatori a Vienna solo per concludere un accordo basato sulle richieste iraniane, alcune delle quali erano già state rifiutate apertamente dalle altre parti.
Tra queste c’era la rimozione del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche da parte del Dipartimento di Stato americano, dall’elenco delle organizzazioni terroristiche straniere. I segnali di apertura della presidenza Biden verso una tale concessione hanno provocato forti reazioni bipartisan tra i legislatori americano, portando infine ad un ripensamento da parte della Casa Bianca. Nel frattempo, altri osservatori e partecipanti al processo negoziale hanno sottolineato che qualsiasi questione relativa all’IRGC è estranea all’accordo nucleare del 2015, quindi non può trovare spazio in un nuovo accordo.
Molti degli ultimi rapporti suggeriscono che l’ostacolo centrale al ripristino del JCPOA consista ora nella richiesta del regime di archiviare l’indagine dell’AIEA sulla possibile dimensione militare dei precedenti lavori nucleari dell’Iran.
Una tale ipotesi deve essere respinta con forza, così come il “delisting” dell’IRGC. A tale proposito è bene ricordare lo stretto coinvolgimento dell’IRGC nel programma nucleare, con una forte presenza delle Guardie Rivoluzionarie addirittura nel team iraniano incaricato di rispondere alle indagini dell’AIEA. I criminali paramilitari iraniani hanno tutto l’interesse a tenere all’oscuro la comunità internazionale la loro presenza e la cancellazione dell’indagine dell’AIEA consentirebbe loro di ottenere tale scopo.
Teheran continua a protestare di aver fornito all’agenzia nucleare delle Nazioni Unite tutte le risposte richieste, ma diversi rapporti dell’AIEA hanno spiegato che tali risposte sono del tutto incomplete o inconsistenti. Il regime non è ancora riuscito a spiegare la presenza di materiale nucleare in quattro siti non dichiarati, di cui la comunità internazionale è venuta a conoscenza solo dopo la firma del JCPOA. I numerosi atti di ostruzione rendono evidenti i timori per l’establishment del regime di venire definitivamente scoperti.
Con ogni probabilità, una conclusione accurata dell’indagine dell’AIEA dimostrerebbe solo ciò che l’NCRI sostiene da tempo: che il programma di armamento nucleare iraniano non è stato sospeso nel 2003, come spesso riportano i media internazionali, ma rimane attivo ancora oggi, con una considerevole supervisione da parte dell’IRGC. E se così fosse, si dimostrerebbe anche che i detrattori del JCPOA avevano ragione nel ritenere che i suoi termini fossero insufficienti a fermare il progresso del regime verso il “breakout”.

Indipendentemente dal fatto che Teheran confessi o meno, dovrebbe essere ormai evidente come sia urgente un diverso approccio al dossier nucleare iraniano. Dal momento che il regime si rifiuta di negoziare in buona fede, prolungando all’infinito l’attuale processo, tale nuovo approccio dovrà essere adottato immediatamente da tutti i firmatari occidentali del JCPOA e dal mondo occidentale in generale.
Il primo passo in tal senso è la reintroduzione di tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e di tutte le sanzioni dell’Unione Europea contro il programma nucleare iraniano. Come sappiamo, tutto ciò può avvenire automaticamente riconoscendo formalmente che l’Iran non è in regola con il JCPOA e invocando le disposizioni di “snapback” dell’accordo. Una volta ripristinata la pressione su larga scala nei confronti del regime iraniano, gli Stati Uniti e l’Unione Europea potranno mettersi al lavoro per esigere la conformità del regime con gli accertamenti dell’AIEA, in modo da completare finalmente quel primo passo, vitale e in passato trascurato, verso un vero contenimento del programma di sviluppo degli armamenti nucleari del regime.

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