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Iran – Mohaddessin: ” Più fermezza con Rohani poteva fermare il nucleare “

L’UNITA’ – Gabriel Bertinetto 

«Se a Ginevra gli Usa e il club 5+1 avessero mostrato maggiore fermezza, avrebbero potuto ottenere molto di più nel negoziato sul nucleare, perché il regime è in gravi difficoltà. Invece Teheran ha incamerato l’attenuazione delle sanzioni a un prezzo molto basso». 

 

Così Mohammad Mohaddessin, responsabile affari internazionali del Consiglio nazionale della resistenza (l’opposizione iraniana in esilio legata ai Mujaheddin del popolo). Mohaddessin è a Roma per denunciare la situazione di tremila suoi compagni trattenuti in Iraq in una condizione a metà fra rifugiato e prigioniero. Oltre cento sono stati uccisi negli ultimi due anni nelle incursioni di forze speciali irachene a Camp Ashraf, vicino al confine con l’Iran.

Lei critica gli accordi dl Ginevra, ma le sanzioni saranno reintrodotte o accentuate se Teheran nonne rispetterà le condizioni… 

«Il punto è che sarà molto complicato rimettere in moto il meccanismo delle sanzioni dopo un’interruzione di mesi. Su questo giocano i dirigenti iraniani, che sono maestri nell’arte dell’inganno, come i governi stranieri hanno già sperimentato più volte. Si sono piegati a trattare solo perché le misure punitive internazionali e la crisi economica interna avevano messo il Paese in ginocchio, e perché temono che il diffuso malcontento inneschi una rivolta come nel 2009. Era l’occasione buona per costringerli ad arrestare completamente e non solo a ridurre l’arricchimento dell’uranio, e a chiudere l’impianto al plutonio, rinunciando così del tutto ai fini militari del programma. Aggiungo anche che se il mondo si preoccupa a ragione che l’Iran cerchi di costruire bombe atomiche, noi siamo contrari anche al nucleare per usi civili, a causa dei suoi altissimi costi. Con le stesse somme (cento miliardi di dollari) potremmo valorizzare meglio i giacimenti di greggio e di gas, e avviare grandi programmi di sviluppo industriale e infrastrutturale». 

Obama e altri leader hanno fiducia In Rohani. Pensano che ci sia della sostanza nei mutamenti politici in atto e valga la pena verificare se può venime fuori qualcosa di positivo.  Che ne pensa?

«Quando Rohani fu eletto, la nostra leader Maryam Rajavi dichiarò che avremmo accolto con favore l’evento se ne fossero derivati miglioramenti, non solo per quanto riguarda il nucleare, ma anche nel campo dei diritti umani, civili e politici, e nei rapporti con l’estero. Purtroppo a sei mesi dal voto di giugno, vediamo crescere il numero delle esecuzioni capitali, le minoranze etniche sono sempre discriminate, le carceri piene di oppositori. Teheran continua a esportare il terrorismo, a cominciare dalla Siria. Qualcuno dirà che ,tutto ciò non dipende da Rohani, perché il potere vero resta in mano alla Guida suprema Ali Khamenei. Ma se Rohani non può, e forse nemmeno vuole, decidere, dov’è il cambiamento sostanziale? Ai protagonisti del negoziato nucleare noi diciamo: quando discutete con i rappresentanti di Teheran non dimenticatevi di porre sul tappeto anche la questione dei diritti umani». 

Rohani è stato eletto a larghissima maggioranza. Molti cittadini l’hanno preferito ad altri candidati ultraconservatori. Sarà anche lui parte dell’élite dirigente, ma non è meglio per voi approfondire le loro divisioni Interne? 

«Sicuramente, ed è quello che facciamo da tempo. Il regime è vicino al crollo e le spaccature fra le sue varie componenti ne sono un sintomo. Esse sono il frutto della crescente ostilità popolare. Se Khamenei nell’ultima campagna elettorale non si è opposto a Rohani (a differenza del 2009 quando aveva appoggiato la riconferma di Ahmadinejad e contrastato apertamente Moussavi) è stato solo per minimizzare i rischi di una nuova sollevazione sociale. Fra tutti i concorrenti Rohani era quello che gli piaceva di meno, ma gli serviva di più