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Iran, è tempo di rivoluzione?

Fondazione Camis de Fonseca, 26/06/2012

Parigi – 23 giugno 2012 – Decine di migliaia di iraniani schierati a favore del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana sono accorsi a Villepinte, alla periferia di Parigi, per ribadire ancora una volta l’appoggio al leader Mayam Rajavi (presidente eletto del CNRI), che da anni guida la lotta per un cambiamento democratico in Iran. Il meeting di Parigi commemora i fatti del 20 giugno 1981, quando Khomeini fece sparare su una folla di oltre un milione di cittadini chiamati a raccolta dai Mojaheddin del Popolo – movimento di opposizione che si batte da decenni contro la Repubblica islamica  – scesi in piazza per gridare la loro opposizione alle misure fondamentaliste e antidemocratiche della neo-nata Repubblica Islamica.

Figure di spicco del panorama politico internazionale come John Bolton, Rudolph Giuliani, Vidal Quadras, e molti altri – fra cui Emma Bonino – hanno partecipato all’evento a sostegno del popolo iraniano e di un cambio democratico in Iran.

Dopo che nel 2009 il popolo iraniano invase le piazze per protestare contro le elezioni farsa che riconfermarono alla presidenza Mahmoud Ahmadinejad, la repressione nei confronti degli oppositori si è fatta più feroce: centinaia di cittadini lasciano il paese ogni anno per scampare alla morsa del regime, che bolla gli oppositori come ‘infedeli’, li tortura e li elimina, anche se minorenni. Fra questi abbiamo avuto occasione di incontrare Mehdi – non è il suo vero nome,  che non diamo per ragioni di sicurezza, perché non ha ancora ottenuto l’asilo politico – giornalista professionista iraniano fuggito sei mesi fa da Teheran, che ci ha illustrato la situazione.

 
Dopo aver partecipato alle manifestazioni del 2009, Mehdi ha iniziato a ricevere minacce scritte, telefonate anonime, finché qualcuno ai ‘piani alti’ della redazione gli ha detto di abbandonare il paese per evitare un arresto e la condanna sicura. Il quadro che dipinge è agghiacciante. Il regime è al collasso e  sopravvive, pur con difficoltà,   solo attraverso una durissima repressione. Lo zoccolo duro dei sostenitori non supera il 15-20% della popolazione: un gruppo ristretto di iraniani che continuano a essere legati agli ayatollah o per ragioni economiche o perché hanno le mani sporche di sangue e rischierebbero di finire di fronte alla corte internazionale di giustizia per crimini contro l’umanità o per terrorismo.

La favola dei “conservatori vs. riformisti” è una vetrina per l’Occidente, da sfoggiare nei momenti di maggiore tensione internazionale. Non esiste alcun movimento riformatore in seno al regime, secondo Mehdi. La piazza non condivide – se non in piccola parte – le idee di Mousavi, tuttora agli arresti domiciliari. La realtà è torbida: fra i Pasdaran – le potentissime e fanatiche Guardie della Rivoluzione che hanno il compito di controllare e reprimere i dissidenti – è in corso una feroce lotta per il potere che sta erodendo il regime dall’interno. Lo stesso Ahmadinejad è solo una pedina che ha ormai fatto il suo tempo e presto verrà eliminato dai vertici del regime.

Il sostegno per i Mojahedin del Popolo, in esilio dal 1981, è in crescita: in passato potevano contare soprattutto sull’appoggio delle classi medio-alte (avvocati, insegnanti, commercialisti, etc.). La crisi economica e le dure sanzioni della comunità internazionale hanno però aggravato le già difficili condizioni dei ceti meno abbienti che, privi dei sussidi statali di cui vivevano in passato, hanno voltato le spalle al regime e sono vicini alle posizioni dei Mojahedin – senza dichiararlo apertamente, pena il carcere e la morte certa.

La società iraniana è moderna, da decenni vive una seconda vita all’interno delle mura domestiche per sfuggire ai divieti medioevali imposti dagli ayatollah al potere, fondamentalisti e reazionari fino al midollo. Ma ora il peso della crisi economica e dell’inflazione galoppante è diventato insostenibile. Se avverrà una saldatura fra i ceti meno abbienti e la classe media, una nuova rivoluzione sarà possibile.

Questa eventualità non è così remota: occorre non mollare proprio ora che il regime è alle corde. L’Occidente deve ostacolare le mosse del regime, e recidere ogni contatto commerciale e diplomatico perché questo possa avvenire. Così potremo liberarci una volta per tutte della più grave minaccia del nuovo millennio.

Davide Meinero

 

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