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I prigionieri politici iraniani chiedono l’attenzione del mondo

“Il 4 Gennaio è giunta la notizia dal carcere di Gohardasht, nei pressi della capitale iraniana Teheran, che l’attivista e prigioniero politico Ali Moezzi, ancora detenuto nonostante abbia scontato la sua condanna, sarebbe scomparso”, ha scritto il Dr. Ali Safavi, membro del Comitato Affari Esteri del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana e responsabile delle Ricerche sulla Politica del Vicino Oriente, su The Hill il 9 Gennaio 2017. L’articolo continua così:

Moezzi ha subito la repressione della Repubblica Islamica sin dai primi giorni. Ha passato anni in carcere negli anni ’80 per essere affiliato al gruppo di opposizione iraniano dei  Mujahedin-e Khalq (PMOI/MEK).

Ha scontato altri due anni, a partire dal 2008, per essere andato a trovare le sue due figlie che risiedevano a Campo Ashraf, in Iraq. È stato arrestato di nuovo nel 2011, sette mesi dopo il suo ultimo rilascio, perché aveva partecipato al funerale di un compagno prigioniero politico, un altro attivista del MEK, morto perché le autorità gli avevano negato l’accesso a cure mediche salva-vita.

Nel corso della sua lunga storia di prigioniero di coscienza, Moezzi ha dovuto subire molte forme diverse di pressioni, come il prolungamento, arbitrario e illegale, della sua pena detentiva più recente, oltre i quattro anni stabiliti.

Questo prolungamento dimostra l’avversione del regime iraniano per il fatto di dover liberare i prigionieri politici. Nel caso di Moezzi, come in molti altri, questa avversione è stata sottolineata con numerose ed esplicite minacce di morte.

La vita di Moezzi era già in pericolo prima di questi ultimi sviluppi. Sembra fosse sottoposto continuamente a pestaggi e torture e, come molti altri prigionieri malati o anziani, l’assenza di cure mediche e le tremende condizioni in carcere, avevano aggravato problemi di salute preesistenti.

L’arresto più recente di Moezzi è avvenuto poco dopo che era stato dimesso dall’ospedale dopo aver subito un intervento chirurgico a seguito di una diagnosi di cancro.

Nel corso degli anni il regime ha ripetutamente dimostrato il suo ostinato e deliberato disprezzo per la salute e il benessere dei prigionieri, soprattutto di quelli detenuti per “reati” politici e religiosi.

Un esempio illustre e recente è il caso di Arash Sadeghi, che sta scontando una pena a 15 anni di reclusione per il suo pacifico attivismo per i diritti umani.

Sadeghi ha iniziato uno sciopero della fame poco dopo che sua moglie era stata arrestata per i contenuti di un breve racconto, mai pubblicato, ritrovato nella sua casa.

Sadeghi ha finalmente interrotto il suo sciopero della fame dopo che le autorità giudiziarie gli hanno fatto la piccolissima concessione di garantire a sua moglie un congedo temporaneo dalla sua detenzione pre-processuale. Ci sono voluti 70 giorni al regime per accettare persino questo e, alla fine, sembra che non sia stata la probabile morte imminente di Sadeghi a convincere le autorità ad agire, ma l’enorme sostegno che la sua protesta si è conquistato in Iran e all’estero.

Centinaia di iraniani si sono riuniti fuori dal carcere di Evin protestando per il trattamento che stava subendo. Diverse migliaia di persone hanno promosso la sua causa su internet e sui social media vietati.

Potrebbe non essere una coincidenza che Moezzi sia scomparso dal carcere di  Gohardasht proprio un giorno dopo l’annuncio che Sadeghi era stato ricoverato in ospedale e salvato mentre era in punto di morte.

Entrambi questi fatti dimostrano che il regime iraniano non si fa scrupoli a mettere in pericolo le vite dei suoi avversari politici. Ma i mullah al potere possono portare questa situazione alla sua estrema conclusione, solo se sono relativamente liberi dal controllo del  pubblico.

È più facile per il regime uccidere i prigionieri politici, o semplicemente consentirgli di morire, se queste morti avvengono in luoghi segreti, sotto la foschia di una negazione “plausibile”.

Perciò la scomparsa di Moezzi non impedisce agli attivisti iraniani o alla comunità internazionale di salvarlo nello stesso modo in cui hanno salvato Sadeghi. Per ora è impossibile conoscere le attuali condizioni di Moezzi, tanto meno seguire il loro peggioramento in tempo reale.

Questo rappresenta una sfida, perché è più difficile radunare le persone attorno ad una causa che non possono vedere con i loro occhi. Non bisogna permettere che queste atrocità continuino nell’ombra.

Questa è la sfida che deve essere vinta. Richiede solamente un impegno serio e una vasta campagna che raccolga una parte maggiore di comunità internazionale e di media. Le potenze mondiali devono interessarsi a questo caso e a tutta la tremenda situazione dei prigionieri di coscienza iraniani.

Questa necessità impellente viene in realtà sottolineata dai recenti successi degli attivisti iraniani in patria, in particolare nel caso di Sadeghi.

Se la comunità mondiale resta in silenzio, è come mandare un chiaro messaggio al regime iraniano che può continuare a commettere questi crimini nella totale impunità. Questo è un messaggio che noi non possiamo giustificare con il nostro silenzio.

Safavi è membro del Comitato Affari Esteri del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana e responsabile per la Ricerca sulla Politica del Vicino Oriente. Potete seguirlo su