
13 maggio 2025 — Nella 68ª settimana di protesta, i prigionieri politici condannano l’esecuzione di 96 persone dalla fine di aprile e chiedono che i giudici responsabili delle condanne a morte siano chiamati a rispondere.
In un potente atto di resistenza contro il crescente uso della pena di morte da parte del regime iraniano, i prigionieri politici in 41 prigioni dell’Iran stanno proseguendo uno sciopero della fame per la sessantottesima settimana consecutiva nell’ambito della campagna “No alle Esecuzioni del Martedì”. Questa protesta collettiva arriva mentre il regime iraniano intensifica la sua ondata di esecuzioni, con oltre 96 persone — tra cui una donna — giustiziate dal 21 aprile 2025, con una media di almeno quattro impiccagioni al giorno.
Nel loro comunicato congiunto, i prigionieri che partecipano alla campagna sottolineano che l’ondata di esecuzioni non è solo una questione legale, ma uno strumento di repressione politica. Mettono in evidenza le recenti condanne a morte inflitte a Amin (Peyman) Farahavar Gisavandani, poeta e prigioniero politico a Gilan, e a Ehsan Faridi, studente dell’Università di Tabriz — entrambi condannati con l’accusa di moharebeh (inimicizia contro Dio) e baghi (ribellione armata). Queste sentenze, affermano, sono state emesse senza l’accesso a un’assistenza legale indipendente, violando i più elementari standard di giustizia.
Week 68 of #NoToDeathPenalty Tuesdays: hunger strikes in 41 prisons across Iran.
Political prisoners warn of rising executions and urge:
“Raise the flag of resistance. Let protest be heard loud and clear.”#StopExecutionsInIranhttps://t.co/64JpNQ6rlz— IRAN HRM (@IranHrm) May 13, 2025
I prigionieri chiedono alle organizzazioni internazionali per i diritti umani e agli attivisti contro la pena di morte di denunciare pubblicamente i giudici responsabili di queste sentenze disumane, incluso il giudice Ahmad Darvish-Goftar, e di presentare denunce formali a organismi giudiziari indipendenti. Esortano la comunità internazionale a non restare in silenzio mentre il regime iraniano continua a giustiziare prigionieri — molti dei quali detenuti politici — sulla base di accuse vaghe e processi iniqui.
“In un momento in cui il regime è incapace di risolvere le sue crisi interne ed esterne, il ritmo delle esecuzioni si è intensificato,” si legge nel comunicato. “Non dobbiamo permettere a questo regime criminale di togliere la vita ai cittadini nell’impunità.”
Il comunicato rende anche omaggio a Barzan Mohammadi, ex prigioniero politico e fervente sostenitore della campagna, recentemente deceduto in un tragico incidente. I prigionieri esprimono le loro condoglianze alla famiglia e riaffermano il loro impegno a portare avanti la sua memoria nella loro lotta in corso.
Lo sciopero della fame della campagna, giunto alla 68ª settimana, coinvolge prigioni in tutto l’Iran, tra cui: Evin, Qezel-Hesar, Grande Teheran, Zahedan, Mashhad, Tabriz, Urmia, Khorramabad, Sanandaj, Marivan e Rasht. Sono coinvolte sia le sezioni maschili che femminili, a testimonianza dell’ampia partecipazione e solidarietà tra gli attivisti incarcerati di tutto il paese.
Ehsan Faridi, a university student in Tabriz, has been sentenced to death for “enmity against God”—with no public evidence, no fair trial.
He is the youngest political prisoner on death row in Iran. #StopExecutionsinIranhttps://t.co/o9ka9Gu0rF pic.twitter.com/Cer0HaJcvG— IRAN HRM (@IranHrm) May 12, 2025
Questo movimento in crescita riflette un malcontento più ampio e profondo all’interno della società iraniana, dove decenni di violenza statale, autoritarismo e ingiustizia sistemica hanno alimentato richieste di libertà, uguaglianza e democrazia. I prigionieri ribadiscono che “la libertà è il diritto di una nazione che ha pagato un prezzo altissimo per decenni nella sua ricerca della libertà.”
Mentre il regime iraniano continua la sua brutale repressione, la campagna “No ai martedì delle esecuzioni” si erge come un potente simbolo di sfida nonviolenta dalle mura delle carceri — un grido di giustizia che risuona ben oltre di esse.
