domenica, Settembre 25, 2022
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La condanna di Hamid Noury: primo passo sulla via della piena giustizia

Dopo 92 sessioni e 33 mesi di manifestazioni da parte di iraniani amanti della libertà, un tribunale di Stoccolma, in Svezia, ha condannato Hamid Noury (Abbasi) all’ergastolo per il suo ruolo nel massacro del 1988 di oltre 30.000 prigionieri politici. La maggior parte delle vittime del genocidio del 1988 erano membri e sostenitori dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran (OMPI/MEK).
La signora Maryam Rajavi, la presidente-eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran (CNRI), ha accolto con favore la decisione del tribunale, descrivendola come il “primo passo sulla via della piena giustizia” e aggiungendo che “una giustizia completa, ovviamente, sarà raggiunta quando i principali perpetratori di quel crimine, fra i quali in particolare Ali Khamenei ed Ebrahim Raisi, saranno processati nei tribunali di un Iran libero o nei tribunali internazionali”.
Noury partecipò al genocidio del 1988 come torturatore nella prigione di Gohardasht. Per quanto strazianti, le testimonianze dei sopravvissuti a questo massacro o dei familiari delle vittime erano solo una parte di ciò che è realmente accaduto in quei giorni bui in centinaia di prigioni in tutto l’Iran.
La signora Rajavi ha evidenziato che perseguire Khamenei e Raisi è ora più imperativo che mai. Ha anche affermato che il governo svedese dovrebbe avviare immediatamente l’incriminazione di Raisi, come carnefice del 1988, per genocidio e crimine contro l’umanità. Più di 1.000 ex prigionieri politici torturati dal regime di Khomeini, dei quali oltre 900 si trovano in Albania, sono pronti a sporgere denuncia – ha affermato.
Contemporaneamente all’annuncio della corte, centinaia di iraniani amanti della libertà, sostenitori del MEK e familiari dei martiri del 1988 hanno tenuto una manifestazione, celebrando questa vittoria e auspicando che gli alti funzionari del regime, come Raisi e Khamenei, siano chiamati a rispondere per decenni di crimini contro l’umanità. Va notato che i sostenitori del MEK e i familiari delle vittime hanno tenuto manifestazioni davanti al tribunale per 33 mesi, chiedendo giustizia per i loro cari e per decine di migliaia di vittime del regime iraniano.
Il contesto
Nel 1988, l’allora leader supremo del regime Ruhollah Khomeini vide il MEK e la sua interpretazione progressista dell’Islam come una seria minaccia per il suo potere e la sua ideologia. Quindi, decise di eliminare tutti coloro che non erano disposti a sottomettersi e preferivano scegliere il destino anziché la fede. L’intero regime avrebbe voluto che quelle decine di migliaia di giovani si arrendessero e tornassero alle loro famiglie con il messaggio che il dissenso contro Khomeini era inutile. Invece, quegli uomini e quelle donne rimasero fieri e scelsero di morire per un ideale che sarebbe sopravvissuto per ispirare amore, uguaglianza e prosperità per le generazioni a venire. Le rivolte di oggi in Iran mostrano che il messaggio e lo spirito dei giustiziati nel 1988 sopravvivono e che essi non sono morti invano.
In effetti, il 14 agosto 1988 l’erede designato di Khomeini – in seguito esautorato – disse ai membri della “Commissione della morte”: “I Mojahedin del Popolo non sono individui; sono un’ideologia e una visione del mondo. Hanno una logica. Ci vuole la logica giusta per rispondere alla logica sbagliata. Non puoi correggere il torto con gli omicidi; così lo diffondi”.

 

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