martedì, Novembre 29, 2022
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Impedire al Presidente iraniano di partecipare all’Assemblea Generale dell’ONU per non alimentare l’impunità del regime

Ebrahim Raisi

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite inizierà la sua 77a sessione il prossimo 13 settembre e nei giorni successivi diversi leader mondiali si avvicenderanno dinanzi all’organismo internazionale.
Allo stato attuale, sembra che il Presidente del regime iraniano, Ebrahim Raisi, sia intenzionato a partecipare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e che gli Stati Uniti siano pronti a concedergli il visto per recarsi a New York. Entrambe le prospettive sono tremendamente inopportune, in quanto dimostrano la volontà degli Stati Uniti di trascurare le terribili violazioni dei diritti umani e le minacce terroristiche, ma soprattutto il fatto che Teheran ne è pienamente consapevole.
Raisi ha già avuto la possibilità di partecipare all’Assemblea Generale dello scorso anno, a un mese dal suo insediamento, ma ha invece preferito inviare un videomessaggio e alcuni osservatori hanno interpretato questa decisione come un segnale di preoccupazione per le possibili conseguenze di un viaggio negli Stati Uniti o in altre nazioni occidentali.
La decisione è maturata nel momento in cui l’ex funzionario carcerario iraniano Hamid Noury si è trovato ad affrontare un processo per crimini di guerra e omicidio di massa dopo essere stato arrestato in Svezia nel 2019. Un arresto reso possibile dal principio della “giurisdizione universale”, che consente praticamente a qualsiasi Paese di perseguire anche i cittadini di un altro qualora vi siano prove di gravi violazioni del Diritto Internazionale.
Nel caso “Noury”, le accuse contestate riguardavano la sua partecipazione al massacro di prigionieri politici iraniani nell’estate del 1988. Un massacro avviato da una fatwa dell’allora leader supremo Ruhollah Khomeini, che dichiarava i sostenitori del principale gruppo di opposizione filodemocratica del Paese nemici di Dio e meritevoli di essere giustiziati solo in base alle loro convinzioni. La fatwa è stata in gran parte attuata da “commissioni di morte” costituite in tutto il Paese, compresa Teheran, che contava Ebrahim Raisi come uno dei suoi quattro membri.

In questo ruolo, Raisi appare chiaramente come responsabile per la maggior parte del numero di morti del massacro, che è stato stimato in un totale di circa 30.000 persone. Un ruolo che è stato ampiamente evidenziato da gran parte delle testimonianze dei sopravvissuti e dei testimoni oculari nel processo a Noury, che ha portato il tribunale di Stoccolma, lo scorso luglio, a infliggere la condanna all’ergastolo.
Una simile sentenza avrebbe dovuto rafforzare i timori di Raisi sulle conseguenze dei viaggi all’estero, ma la sua presunta partecipazione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite suggerisce che tali preoccupazioni si sono dissipate anziché rafforzarsi.
Sono diversi i fattori che incidono in questa direzione, non ultimo il silenzio del governo degli Stati Uniti sui crimini e gli abusi commessi in passato da Raisi, accompagnato dall’apparente desiderio di ammetterlo nel Paese senza restrizioni o precondizioni. La concessione del visto richiesto non farà altro che dare a Raisi e ad altri funzionari iraniani motivo di credere di essere liberi di viaggiare in tutto il mondo. Dopo tutto, se i suoi leader possono aspettarsi un trattamento amichevole dal Paese che considerano il “Grande Satana”, perché dovrebbero aspettarsi qualcosa di meno dai Paesi che considerano avversari minori?
Alcuni di questi Paesi hanno già segnalato la propria disponibilità a non considerare non solo le attività storicamente maligne del regime, ma anche quelle mostrate negli ultimi anni e tuttora visibili. Molte di queste riflettono lo stesso impegno nella repressione del dissenso interno mostrato durante il massacro del 1988. Ma molte altre riflettono la propensione del regime per una politica estera bellicosa e l’uso del terrorismo come forma di diplomazia.
Lo scorso mese, il Parlamento belga ha approvato un trattato segretamente negoziato tra Bruxelles e Teheran. Tale accordo è inequivocabilmente destinato a facilitare il rilascio di un diplomatico terrorista del regime iraniano di nome Assadollah Assadi, il cui arresto nel 2018 è stato da allora oggetto di sdegno da parte dei vertici iraniani.
Assadi è stato arrestato in Germania mentre cercava di tornare alla sua sede diplomatica in Austria, dove sarebbe stato tutelato dall’immunità diplomatica. Per più di quattro anni, Teheran ha insistito sul fatto che tale protezione avrebbe dovuto essere estesa a qualsiasi luogo in cui Assadi stesse viaggiando, anche se era stato identificato come l’ideatore di un piano per un attentato dinamitardo a un raduno di decine di migliaia di espatriati iraniani, che il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana aveva organizzato alle porte di Parigi.
Alla fine Assadi è stato condannato a 20 anni di carcere per terrorismo e omicidio di massa, ma il trattato appena ratificato prevede la possibilità che venga rilasciato dopo soli quattro anni. Ciò è reso ancora più discutibile dal fatto che le indagini delle autorità belghe hanno stabilito che Assadi aveva agito su ordine dei più alti funzionari del regime iraniano.
Questa rivelazione avrebbe dovuto indurre a chiedere una maggiore responsabilità rispetto a quello che avrebbe potuto essere il peggior attacco terroristico sul suolo europeo fino ad oggi. A tali richieste si sarebbe dovuto dare risonanza in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti. Ma poiché non è stato così, il regime è stato incoraggiato nelle sue attività terroristiche, che hanno visto un’impennata negli ultimi anni, soprattutto da quando Ebrahim Raisi è entrato in carica nell’agosto 2021.
Lo scorso luglio, è stato reso noto dalle autorità albanesi che una intera rete di spie e agenti terroristici è stata sgominata nel Paese, la quale aveva come obiettivo il principale gruppo fondatore dell’NCRI, l’Organizzazione Mojahedin del Popolo dell’Iran (PMOI/MEK). Ad agosto, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha reso pubblico un procedimento nei confronti di un “agente” iraniano, ancora latitante, per i ripetuti tentativi di uccidere l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton.
Pochi giorni dopo, lo scrittore Salman Rushdie è stato aggredito sul palco durante un evento letterario nella zona occidentale di New York da un giovane che aveva inneggiato al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche dell’Iran. L’incidente, avvenuto in un momento in cui Teheran stava valutando il “testo finale” di un accordo per ripristinare l’accordo nucleare con l’Iran del 2015, dimostra ancora una volta che la minaccia del terrorismo sostenuto dall’Iran non conosce confini e non è vincolata da considerazioni politiche, a meno che tali restrizioni non vengano chiaramente imposte.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite rappresenta un’opportunità vitale per stabilire limitazioni e opporsi al messaggio inviato da gesti concilianti come il trattato firmato dal Belgio per il “trasferimento delle persone condannate”. A Raisi non deve essere permesso di partecipare all’incontro, soprattutto senza che venga messo alle strette sulla sua storia di violazioni dei diritti umani e sul suo sostegno agli atti terroristici del regime. In questo modo, tutti i funzionari e agenti iraniani saranno costretti a riconoscere il suo isolamento come il segnale che nessuno di loro godrà mai più dell’impunità di fronte a tali crimini.

 

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