domenica, Febbraio 5, 2023
HomeNotizieIran News27° anniversario del massacro di 30.000 detenuti politici in Iran

27° anniversario del massacro di 30.000 detenuti politici in Iran

CNRI – Sabato ricorreva il 27° anniversario del massacro di 30.000 detenuti politici in Iran. Nell’estate del 1988, un mese dopo che Ruhollah Khomeini era stato costretto ad accettare il cessate il fuoco dopo otto anni di guerra con l’Iraq, i governanti fondamentalisti del regime dei mullah ordinarono un’esecuzione di massa di tutti i detenuti politici legati al principale gruppo di opposizione, l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano o PMOI (Mojahedin-e Khalq, MEK). 

Questo brutale massacro, che è stato definito da alcuni avvocati internazionali nel campo dei diritti umani come “il più grande crimine contro l’umanità rimasto impunito dalla Seconda Guerra Mondiale”, ha visto l’esecuzione di circa 30.000 detenuti indifesi.

Verso la fine della guerra Iran-Iraq Khomeini, che sentiva la sconfitta imminente, decise di vendicarsi sui detenuti politici. Emise una fatwa (o decreto religioso) ordinando il massacro di chiunque non si fosse pentito e che non fosse disposto a collaborare pienamente con il regime.

Il decreto di Khomeini diceva: “Chiunque, a qualunque livello, continui ad appartenere ai Monafeqin (PMOI) deve essere giustiziato. Distruggete i nemici dell’Islam immediatamente”. E aggiungeva: “Coloro che si trovano nelle carceri di tutta la nazione e che rimangono determinati nel loro appoggio al PMOI, stanno dichiarando guerra a Dio e sono condannati all’esecuzione…. E’ ingenuo mostrare pietà per quelli che dichiarano guerra a Dio”.

Il regime iraniano non ha mai ammesso queste esecuzioni, né ha fornito alcuna informazione su come molti detenuti siano stati sommariamente uccisi. Giovani ragazze, genitori anziani, studenti, operai e molti di coloro che avevano già scontato la loro pena prima del 1988 sparirono nel giro di pochi mesi. I loro corpi furono gettati in fosse comuni come quella del cimitero di Kharavan, nei pressi di Tehran.

Khomeini aveva nominato una “Commissione per l’Amnistia” dei prigionieri. In realtà era una “Commissione della Morte”, formata da tre individui: un rappresentante del Ministero dell’Intelligence, un giudice religioso ed un procuratore. La maggior parte dei processi duarava solo pochi minuti e sembrava più che altro un interrogatorio. Le domande si concentravano ad appurare se i prigionieri avessero ancora qualche legame con il PMOI (MEK), i cui sostenitori rappresentavano più del 90% dei detenuti. Se questi non erano disposti a collaborare pienamente con il regime contro il PMOI (MEK), ciò veniva interpretato come un segnale di simpatia verso l’organizzazione e la sentenza era di esecuzione immediata. Il compito della Commissione della Morte era quello di determinare se un prigioniero era un nemico di Dio o no. Nel caso dei detenuti Mojahedin, questo veniva spesso deciso da una singola domanda sul partito a cui erano affiliati. Quelli che dicevano “Mojahedin” invece del termine dispregiativo “Monafeqin” (che significa “ipocriti”) venivano mandati al patibolo.

Nessuno dei responsabili del massacro dei prigionieri politici del 1988 in Iran e nessuno degli alti esponenti del regime, come il leader supremo Ali Khamenei, è stato assicurato alla giustizia a tutt’oggi.

 

 

FOLLOW NCRI

70,088FansLike
1,635FollowersFollow
40,935FollowersFollow