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Collaborare con il regime iraniano significa autodistruggersi

By Walid Phares, Sept. 12, 2014

Mentre l’Iraq cade a pezzi, alcuni a Capitol Hill ventilano l’ipotesi di collaborare con l’Iran al fine di sconfiggere la minaccia rappresentata dal gruppo terroristico dello Stato Islamico (ISIS). Ma ciò sarebbe davvero negli interessi dell’America?

 

La proposta è che sia gli Stati Uniti sia l’Iran considerino l’ISIS come un nemico, diventando così potenziali alleati nella lotta contro di esso. 

Per quanto l’ISIS sia abbastanza pericoloso di per sé, i nostri potenziali partner di Teheran rappresentano una minaccia ancora più grande per la sicurezza della regione e per gli interessi vitali dell’America. Affrontare l’incombente minaccia dell’ISIS risulterebbe controproducente, poiché si rischierebbe di rafforzare una minaccia ancora più grande.

I fautori di questa politica riconoscono che una collaborazione con l’Iran e con la Siria conferirebbe una speranza di vita più lunga a questi regimi, i quali vanno sempre più indebolendosi, oltre a causare il protrarsi delle atrocità in Siria.

Risolvere il problema dell’ISIS è di massima importanza. Ma ciò non può e non deve avvenire mediante la sottoscrizione di una pericolosa alleanza con la prima Nazione promotrice del terrorismo al mondo.

Di fatto, l’ingerenza distruttiva in Iraq e in Siria da parte del regime iraniano ha preparato il terreno per la violenza e per l’ascesa al potere dell’ISIS.

Teheran ha incoraggiato l’ex Primo Ministro Nouri al-Maliki ad ostacolare l’assunzione di cariche governative da parte dei sunniti e di altre minoranze, destabilizzando quel governo alla cui instaurazione avevano contribuito gli Stati Uniti, e causando così profondi rancori fra i sunniti, alcuni dei quali sono stati depredati dall’ISIS. In contemporanea, l’influenza esercitata dall’Iran nei confronti di al-Maliki ha fatto sì che le comunità cristiane e yazide nel nord dell’Iraq rimanessero senza protezione, aprendo così la strada, questa estate, alla pulizia etnica di queste da parte dell’ISIS.

Non v’è alcun dubbio che gli Stati Uniti siano in grado di aiutare le forze locali – inclusi i Peshmerga curdi – a respingere l’offensiva jihadista nel nord dell’Iraq. Tuttavia è necessaria la creazione di un’attenta e precisa strategia che tenga conto del fatto che la crisi regionale non si risolverà semplicemente con la sconfitta dell’ISIS. È, infatti, imperativa la neutralizzazione delle minacce ancora più concrete rappresentate da Teheran e Damasco.

Finché Teheran continuerà ad interferire e a cedere potere all’Iraq, terrorismo e forze d’instabilità troveranno sempre nuovi sbocchi. Al-Maliki si è messo di fatto al servizio del regime iraniano, e la più grande testimonianza di ciò è rappresentata dai suoi attacchi ai dissidenti iraniani a Camp Ashraf e Camp Liberty.

La decisione di conferire potere ad una forma di malvagità a scapito di un’altra trova le sue radici o in una miope e fallace interpretazione delle questioni di sicurezza internazionale oppure in una sensazione di assoluto panico. Pur costituendo una furia tremenda sia in Iraq sia in Siria, l’ISIS rappresenta una minaccia che possiamo contrastare efficacemente e senza il bisogno di stipulare un patto col diavolo.

L’Iran è una parte del problema, non la sua soluzione. Vi è un lungo elenco di altre nazioni e di popolazioni da prendere in considerazione come possibili alleati prima di avallare questa opzione. La stragrande maggioranza di questi è palesemente interessata a contenere la diffusione dello Stato Islamico.

Ironicamente, il regime di Tehran ha affermato di non considerare l’ISIS una minaccia reale. Tuttavia, invece, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia ed altre nazioni, dal canto loro, capiscono benissimo che l’ISIS rappresenta una minaccia alla struttura stessa dei loro governi, alla stabilità della loro popolazione sunnita (che è quella maggiormente rappresentata nel territorio) e ai propri interessi regionali.

A causa delle varie instabilità di questi Paesi, potenziali partner, i loro interessi finiscono per coincidere spesso con quelli degli USA. Al contrario, l’Iran è, invece, una fonte di retorica antioccidentale roboante. Le sue Guardie della Rivoluzione parlano incessantemente di guerra all’Occidente, portano avanti progetti con le armi nucleari, e sono capaci di abbattere droni israeliani e americani e di affondare navi da guerra americane. Invece di compiere uno sforzo serio per diventare parte della comunità internazionale, l’Iran lotta per eludere le sanzioni da parte degli USA. Nel frattempo, l’economia nazionale del petrolio rivolge la propria attenzione a compratori non occidentali. Non è un segreto che il regime iraniano non condivida i sistemi di valori statunitensi e che sia ben lontano dal costituire una democrazia liberale. Esso è anzi uno Stato che promuove il terrorismo, viola sistematicamente i diritti di milioni di cittadini, porta avanti progetti con le armi nucleari ed è incline al predominio regionale. 

Perché mai un ragionevole policymaker dovrebbe ignorare i suoi partner più disponibili e volenterosi e scegliere invece di collaborare con un siffatto regime? Perché passare dalla padella alla brace?

Il Dr. Walid Phares è autore di “The Lost Spring: US Policy in the Middle East and Catastrophes to Avoid” ed ha lavorato come Consigliere per gli Affari Esteri e del Medio Oriente tra le file del candidato alla Presidenza degli Stati Uniti Mitt Romney.

Traduzione di Francesco Alzetta