
The Washington Times ha pubblicato un servizio speciale giovedì sulla grande manifestazione “Iran Libero” che si è tenuta a Parigi lo scorso fine settimana. L’articolo dice:
LE BOURGET, Francia — Decine di migliaia di sostenitori di un gruppo iraniano dissidente hanno riempito una enorme sala conferenze, durante il fine settimana, per chiedere la caduta del governo teocratico iraniano.
Questo evento enorme e chiassoso, che si svolge ogni anno in questa città proprio a nord di Parigi, è stato condotto dal controverso Consiglio Nazionale delle Resistenza Iraniana, un gruppo “ombrello” di esuli iraniani, con sede in Francia, che ha riunito decine di ex-funzionari statunitensi, europei e mediorientali che si sono espressi in suo favore.
Era presente una rappresentanza bipartisan di americani, composta tra gli altri, dall’ex-portavoce della Camera Newt Gingrich, l’ex-governatore del Vermont Howard Dean, l’ex-direttore dell’FBI Louis Freeh e da molti altri.
Ma forse il più sorprendente discorso di apertura è giunto da una figura-chiave della famiglia reale saudita, la cui posizione nei confronti della leadership iraniana è divenuta sempre più tesa nel corso dell’ultimo anno, da quando le potenze mondiali hanno stipulato un importante accordo sul nucleare con la Repubblica Islamica.
Il Principe Turki bin Faisal Al-Saud, ex-capo dell’intelligence saudita, ha suscitato grandi applausi e grida di approvazione tra la folla dei dissidenti iraniani quando ha esclamato che anche lui vuole che il governo di Teheran venga rovesciato e che la loro “lotta contro il regime raggiungerà il suo scopo presto o tardi”.
A dimostrazione che la frustrazione araba nei confronti di Teheran va ben oltre l’Arabia Saudita, il Principe Turki è stato preceduto sul palco da una delegazione di altri ex ed attuali esponenti di 12 nazioni arabe, i quali hanno tutti espresso il loro appoggio alla causa del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana.
Ma le affermazioni più caustiche della manifestazione, che si è svolta sabato, sono arrivate dalla delegazione americana, di cui facevano parte i governatori Bill Richardson e Tom Ridge, l’ex-ambasciatore alle Nazioni Unite dell’amministrazione di George W. Bush John R. Bolton e che ha visto la presentazione di una video-dichiarazione di diversi attuali membri del Congresso.
Newt Gingrich ha infervorato la folla lamentandosi dell’appoggio dell’amministrazione Obama all’accordo sul nucleare. È un anno questa settimana che l’accordo è entrato in vigore e si è assistito alla rimozione di molte sanzioni economiche contro l’Iran in cambio di un accordo con Teheran per il contenimento del suo a lungo discusso programma nucleare.
“Non si può avere fiducia della dittatura in Iran”, ha detto Gingrich, aggiungendo che “fare un accordo con loro è una pazzia”. John Bolton è andato persino oltre: “C’è solo una risposta qui: appoggiare i legittimi gruppi di opposizione favorevoli al rovesciamento della dittatura militare e teocratica di Teheran”, ha detto. “Fatemi essere molto chiaro: deve essere la politica dichiarata degli Stati Uniti d’America e di tutti i suoi amici, farlo alla prima occasione”.
Entrambi sono apparsi sul palco con Bill Richardson, democratico, che ha detto di essere “orgoglioso di essere qui con il portavoce Gingrich e l’Ambasciatore Bolton” e ha detto alla folla che gli americani “democratici e repubblicani, sono qui tutti insieme a combattere con voi”.
Tutti e tre erano affiancati da schermi video multipli che riproducevano lo slogan “Iran Libero. La nostra promessa: cambio di regime”.
La manifestazione di sabato è stata una maratona che visto più di nove ore di discorsi e di esibizioni musicali. Il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana è diventato famoso negli ultimi anni probabilmente come l’unico gruppo dissidente del pianeta con denaro e forza politica sufficiente da radunare migliaia di sostenitori nel cuore dell’Europa ogni Giugno, che chiedono tutti insieme il rovesciamento del governo islamista sciita dell’Iran.
Nessuno mette in dubbio che il Consiglio Nazionale abbia influenza, qualcuno lo definisce persino il più grosso gruppo dissidente iraniano del mondo. Ma la perseveranza e le tattiche di questa organizzazione le hanno conferito una reputazione a doppio taglio, persino tra alcuni dei critici occidentali dell’Iran.
La leader del Consiglio Nazionale Maryam Rajavi, ha aperto la manifestazione di sabato con la richiesta che Washington abbandoni l’accordo sul nucleare iraniano e prenda una posizione molto più aggressiva nei confronti di Teheran.
Maryam Rajavi guida il movimento da quando il suo fondatore, suo marito Massoud Rajavi, vive nascosto, dal 2003. In un intervista via e-mail concessa prima della manifestazione, aveva detto che i partecipanti “rappresentano la voce di milioni di iraniani oppressi nel loro paese, che vogliono un cambio di regime e la creazione di un governo democratico, pluralista e non-nuclearizzato, basato sulla separazione tra religione e stato”.
“Ciò che si aspettano dal prossimo presidente degli Stati Uniti, e dagli altri leaders occidentali, è l’abbandono della politica di accondiscendenza, che incoraggia il regime di Teheran ad intensificare la repressione sul popolo iraniano e a proseguire la sua politica di esportazione del terrorismo nella regione”, ha detto.
Maryam Rajavi ha anche parlato diffusamente di un movimento di “resistenza” che, afferma, è cresciuto in Iran negli ultimi anni, nonostante il governo abbia tentato di soffocare l’opposizione.
“Nonostante l’aumento della repressione, negli ultimi due anni abbiamo assistito ad una crescita di interesse tra il popolo iraniano, in particolare tra le donne e i giovani, nei confronti della Resistenza Iraniana”, ha detto Maryam Rajavi. “L’opposizione al regime sta crescendo. La rete della Resistenza in Iran è molto più attiva in termini di organizzazione degli scioperi, delle manifestazioni, dei sit-in e di altri atti di protesta, nel paese e persino all’interno delle prigioni. La Resistenza ha registrato molti successi a questo proposito”.
Maryam Rajavi ha anche respinto le accuse mosse al Consiglio Nazionale e alle sue varie organizzazioni affiliate, di comportarsi come una setta.
“La fonte di queste accuse è il ministero dell’intelligence del regime iraniano”, ha detto. “Le lobby del regime in Occidente, dipingono l’opposizione iraniana come “una setta” o “un gruppo terroristico” privo di sostegno popolare. Così facendo vogliono perpetuare l’idea che non c’è altra alternativa per l’Iran, se non accettare la dittatura religiosa al potere.
“Io ho detto ripetutamente che noi non stiamo lottando per conquistare il potere in Iran”, ha detto Maryam Rajavi. “Noi non stiamo nemmeno lottando per una parte di potere. Noi stiamo lottando per creare una situazione in cui il popolo dell’Iran possa eleggere liberamente le persone che sceglie. Il nostro movimento ed io appoggeremo certamente chiunque risulterà eletto dalle urne, nel corso di elezione libere ed eque monitorate a livello internazionale”.
Cambiando argomento la leader del Consiglio Nazionale ha detto che la situazione della libertà politica e dei diritti umani è solo peggiorata in Iran dalla firma dell’accordo sul nucleare dell’anno scorso.
“Il ritmo delle esecuzioni è aumentato”, ha detto.
Nonostante l’amministrazione Obama abbia rimosso molte sanzioni economiche all’Iran, in base all’accordo sul nucleare dell’anno scorso, il Dipartimento di Stato ha continuato a considerare questa nazione come uno stato sponsor del terrorismo e le sanzioni internazionali sono rimaste in vigore per il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC).
Ma Maryam Rajavi ha precisato che le sanzioni rimaste sono irrilevanti.
Ha criticato, per esempio, il prossimo accordo, che ha occupato i titoli dei giornali di recente, tra la Boeing e il governo di Teheran, affermando che se l’accordo si concludesse, gli aerei fabbricati dal gigante aerospaziale americano “verrebbero utilizzati, direttamente o indirettamente dell’IRGC” e “agevolerebbero le attività del regime per l’invio di truppe ed armi in Siria e in altri paesi della regione”.
• Questo articolo è un estratto di quello del cronista e apparso su The Washington Times l’11 Luglio 2016.
