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Soffochiamo il sostegno di Tehran per Assad

HUFF POST – Brian Binley, 21 Aprile 2012
Dopo le ultime notizie che il governo siriano ha ripreso il suo attaco alla città di Homs – quasi un mese dopo il giorno che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato il piano di pace del ex-Segretario Generale Kofi Annan – il “cessate il fuoco” siriano potrebbe  essere meglio definito come inefficace. In realtà, non c’è mai stato un vero “cessate il fuoco” e ora sembra sia stato più che altro uno stratagemma di Bashar Assad per guadagnare tempo e continuare i suoi attacchi omicidi contro i protestanti indifesi. Quando il Segretario di Stato Americano Hillary Clinton è arrivata a Parigi  lo scorso Giovedi (19 Aprile) con lo scopo di mantenere alta la pressione sul regime siriano, è sembrato come se il mondo fosse tornato al punto di partenza.
Fonti diplomatiche hanno rivelato che il meeting di Giovedi – che coinvolgeva altri membri del gruppo Amici della Siria, come i ministri degli esteri di Qatar  e Turchia –  intendeva inviare un “forte messaggio”, aggiungendo che il piano di pace in 6 punti di Kofi Annan era “l’ultima speranza “ di evitare una guerra civile.
Con tutti i resoconti che affermano che le sanzioni internazionali contro la Siria hanno ridotto le riserve finanziarie del Paese della metà – anche se Damasco sta cercando attivamente di aggirarle –  ci si potrebbe chiedere come ha fatto Assad a rimanere al potere.
Russia e Cina hanno espresso il loro appoggio politico per il mantenimento dello status quo. Ma per scoprire la vera risposta, bisogna guardara non più in là di Tehran. Ci sono rapporti consistenti sull’incessante sostegno finanziario, militare, di intelligence e sicurezza al governo di Assad che è visto come il maggior alleato nella regione. Il leader supremo iraniano Ali Khamenei ha supervisionato la situazione siriana personalmente ed il Generale Qassem Soleimani, comandante della nota Forza Qods del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), è stato un regolare visitatore di Damasco.
La spiacevole realtà è che, parte della soluzione risiede nel porre sotto pressione Tehran basandosi sul fatto che la Siria è stata vista come alleato cruciale per la linea difensiva regionale dell’Iran per gli scorsi tre decenni. In questo contesto, e riconoscendo che le politiche sono sempre locali, Tehran non capisce linguaggio più chiaro se non quello della minaccia proveniente dal nemico interno.
E poiché la Primavera Araba si espande attraverso tutta la regione, Tehran sta affrontando un crescente isolamento interno, sanzioni internazionali ed emarginazione, ed una lotta intestina per il potere ai massimi livelli. I mullah di Tehran sentono il bisogno crescente di distruggere i loro maggiori oppositori e il principale movimento di resistenza iraniano. L’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI/MEK) insieme ai suoi 3300 sostenitori ad Ashraf e Liberty in Iraq, sono in cima alla loro lista.
L’avido piano di Tehran contro l’opposizione è andato a pieno ritmo per tutto lo scorso anno. L’8 Aprile 2011, per conto dei mullah, le forze armate irachene hanno invaso Campo Ashraf, la casa irachena dei membri civili del PMOI negli ultimi 25 anni. Il risultato è stato che 36 residenti, tra i quali 8 donne, sono stati sparati a distanza ravvicinata o investiti fino alla morte dalle forze armate irachene. Centinaia di residenti sono stati gravemente feriti.
Di conseguenza, per aggirare la censura internazionale, il governo iracheno aveva giurato di chiudere Campo Ashraf con l’imposizione di un arbitrario ultimatum per la fine del 2011. Incombeva la minaccia di un altro terribile massacro e, grazie ad una massiccia campagna internazionale, la scadenza dell’ultimatum è stata rimandata. Negli ultimi 9 anni, decine di illustri funzionari degli Stati Uniti di tutti gli schieramenti politici, hanno continuamente condotto delle campagne per garantire la protezione dei residenti di Ashraf. Lo hanno fatto perché ogni residente di Ashraf sottoscrisse un accordo di disarmo volontario con il governo degli Stati Uniti nel 2003, in cambio di una garanzia di protezione fino a che non si fosse trovata una soluzione definitiva per poter ristabilire le loro vite in sicurezza.
Di conseguenza il 25 Dicembre 2011, un Memorandum di Intesa è stato concordato e sottoscritto  tra le Nazioni Unite e il Governo dell’Iraq e, a seguito delle assicurazioni fornite sia dal Segretario Clinton che dalle Nazioni Unite di garantire la sicurezza e l’incolumità dei residenti di Ashraf, la leader della Resistenza Iraniana Mrs. Maryam Rajavi, ha acconsentito a che alcuni dei residenti si trasferissero a Camp Liberty, una ex-base militare americana a Baghdad, dove sarebbero stati intervistati dall’UNHCR come prerequisito per il loro trasferimento presso paesi terzi.
Sfortunatamente gli iracheni ancora una volta hanno scelto di essere disonesti trasformando Camp Liberty in una semi-prigione con delle condizioni che non rispettano i più basilari standards umanitari.
Quattro gruppi di dissidenti – 1600 persone in totale – si sono trasferiti nella loro nuova casa, nonostante tutte le sue carenze. Hanno mostrato un enorme coraggio, rinunciando a molti dei loro diritti fondamentali per accettare un trasferimento all’interno dell’Iraq in un campo con delle strutture minime.
Loro il sacrificio l’hanno fatto e ora è tempo che le Nazioni Unite e la comunità internazionale, ma in particolare gli Stati Uniti, facciano la loro parte e mantengano le loro promesse. I diritti umani dei residenti –  insieme ai loro diritti sulla proprietà, delle case e dei loro possedimenti – devono essere tutelati. L’Iraq deve riconoscere lo status di richiedenti asilo dei residenti di Ashraf e Camp Liberty e deve rispettare i loro diritti secondo le leggi internazionali.
Inoltre le Nazioni Unite devono riconoscere Camp Liberty come un campo per rifugiati designato come punto di sosta per il PMOI. Al contrario, viene designato come un “Luogo di Transito Temporaneo”, il che priva i residenti del soddisfacimento di molti dei loro bisogni fondamentali.
Sostenere i dissidenti iraniani non è più semplicemente solo una questione umanitaria per l’Occidente. Dovrebbe essere vista come parte integrante della strategia di aiuto all’opposizione democratica, sia all’interno che fuori dall’Iran, per rovesciare il governo tirannico di Tehran. Stringere il cappio attorno al collo dei mullah, avrebbe anche un effetto diretto sulla Siria e diminuirebbe la capacità di Assad di terrorizzare la popolazione di quello sfortunato Paese.
Trovare una soluzione alla situazione siriana senza prendere in considerazione il ruolo distruttivo di Tehran, sarebbe come voler completare un puzzle senza avere tutti i pezzi: all’inizio frustrante, ma alla fine impossibile.
Brian Binley, Conservatore, Membro del Parlamento per Northampton South

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