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Una conferenza al Parlamento britannico chiede una rottura con la politica di appeasement e il sostegno alla resistenza democratica in Iran

British parliamentarians, legal experts, academics and Iranian community representatives gather at Portcullis House in Westminster on September 9, 2026

Parlamentari britannici, esperti legali, accademici e rappresentanti della comunità iraniana riuniti il 9 settembre 2026 a Portcullis House, a Westminster

Il 9 settembre, parlamentari britannici, esperti legali, accademici e rappresentanti della comunità iraniana si sono riuniti a Portcullis House, a Westminster, per una conferenza dal titolo “La strada verso un Iran libero: diritti umani, responsabilità e cambiamento democratico” , incentrata sulle esecuzioni, la repressione politica e le prospettive di una transizione democratica guidata dagli iraniani. L’incontro ha esaminato il ruolo crescente della Resistenza organizzata e delle Unità di Resistenza all’interno dell’Iran, il quadro di transizione proposto dal CNRI (Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran) e il Piano in Dieci Punti di Maryam Rajavi, mentre i relatori hanno ripetutamente sostenuto che né l’intervento militare né la continua politica di appeasement ovvero di condiscendenza con il regime offrono una soluzione alla crisi iraniana. Diversi partecipanti hanno anche respinto un ritorno alla monarchia e chiesto che le Guardie Rivoluzionarie e altri funzionari implicati siano chiamati a rispondere della repressione. La signora Maryam Rajavi, presidente-eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran, ha inviato un videomessaggio alla conferenza, esortando la Gran Bretagna ad adottare una politica incentrata sui diritti umani, sul sostegno a una repubblica democratica e sul riconoscimento della Resistenza iraniana.

Nel suo messaggio alla conferenza, la signora Rajavi ha affermato che la questione centrale che lega i diritti umani al cambiamento politico è la determinazione della giovane generazione iraniana a porre fine alla dittatura religiosa e a instaurare “una repubblica libera e democratica”. Ha citato giovani sostenitori dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran (OMPI) imprigionati e giustiziati per sostenere che la repressione non è riuscita a estirpare l’opposizione organizzata, e in particolare due donne prigioniere che hanno scritto: “Siamo la Generazione Z. Siamo contro la dittatura e contro la dipendenza. Siamo contro lo scià e i mullah”. La signora Rajavi ha respinto categoricamente sia il sistema clericale sia la restaurazione della precedente monarchia, affermando che lo scià aveva governato con la tortura e che suo figlio è ancora orgoglioso del passato della dinastia.

“In Iran, solo il regime e i resti della vecchia dittatura vogliono la guerra”, ha affermato la presidente-eletta del CNRI. “Vedono la guerra come la loro unica possibilità. Vogliono riportare al potere la vecchia dittatura e la sua brutale polizia segreta, la SAVAK”.
Ha esortato Londra ad abbandonare sia la guerra che la politica di appeasement: “Ora è il momento che il mondo si schieri al fianco del popolo iraniano”. La Gran Bretagna, ha affermato, dovrebbe sostenere la richiesta di una repubblica basata sulla separazione tra religione e Stato, sulla parità di genere e sull’abolizione della tortura e delle esecuzioni.

La signora Rajavi ha inoltre formulato tre richieste concrete per la politica internazionale. Ha esortato i governi a subordinare le relazioni diplomatiche e commerciali con Teheran alla fine delle esecuzioni, a ricorrere alla giurisdizione internazionale contro i responsabili del massacro del 1988 e delle uccisioni più recenti, e a richiedere una “cessazione reale e verificabile delle esecuzioni” in qualsiasi accordo con le autorità. “Lunghi anni di esperienza dimostrano che ignorare le esecuzioni e la Resistenza del popolo iraniano è alla base di una politica che ha favorito il regime per diversi decenni”, ha affermato. La signora Rajavi ha anche fatto riferimento alla campagna britannica di successo per inserire il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) nella lista nera e ha espresso la speranza che lo stesso impegno politico venga ora indirizzato verso la cessazione delle esecuzioni e la garanzia di una politica di sostegno alla Resistenza iraniana. Il suo messaggio ha presentato la responsabilità in materia di diritti umani non come separata dal cambiamento politico, ma come parte integrante della lotta per il futuro dell’Iran.

Jim Shannon, deputato del Partito Unionista Democratico (DUP) per Strangford, ha affermato che il cambiamento politico deve essere in ultima analisi realizzato dagli iraniani stessi, ma ha sostenuto che la Gran Bretagna dovrebbe appoggiare apertamente l’alternativa democratica organizzata. “Nonostante la propaganda, la repressione e le minacce del regime, sappiamo che esiste un’alternativa democratica organizzata guidata dalla signora Maryam Rajavi e dal Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran”, ha dichiarato, ribadendo il suo sostegno al Piano in Dieci Punti della signora Rajavi. Shannon ha ricordato l’espansione delle Unità di Resistenza, parallelamente alle esecuzioni di membri dell’Organizzazione di Mojahedin del Popolo dell’Iran (OMPI), prigionieri politici e manifestanti detenuti, affermando che ciò dimostra sia la forza dell’opposizione sia il timore che il regime di Teheran nutre nei suoi confronti. Ha esortato la Gran Bretagna ad andare oltre le semplici espressioni di solidarietà: “Schieratevi con il popolo iraniano e la sua resistenza popolare. Rifiutate il regime omicida. Riconoscete il governo provvisorio del CNRI come alternativa democratica a questo regime”. Shannon ha anche elogiato il ruolo di primo piano delle donne nella Resistenza e si è congratulato con Mahnaz Meimanat per la sua elezione a nuova Segretaria Generale dell’OMPI.

Il deputato conservatore Bob Blackman, impossibilitato a partecipare, ha inviato un messaggio che è stato letto alla conferenza da Matthew Goodwin-Freeman. Nel suo intervento, Blackman ha sostenuto che “né la guerra né la politica di appeasement offrono una soluzione sostenibile alla crisi iraniana” e ha identificato il popolo iraniano e la sua Resistenza organizzata come la principale forza trainante per il cambiamento democratico. Ha citato le recenti attività delle Unità di Resistenza, comprese le manifestazioni pubbliche legate al 61° anniversario dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran (OMPI), come prova che il movimento rimane “vivo, organizzato e resiliente in tutto l’Iran”. Blackman ha esortato il governo britannico a riconoscere il CNRI (Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran) come autorità provvisoria per la transizione democratica e ad approvare il Piano in Dieci Punti di Rajavi. Ha inoltre respinto “un progetto restaurazionista” come alternativa democratica, sostenendo che il sostegno di Reza Pahlavi agli attacchi militari stranieri, i dubbi su alcuni suoi sostenitori e l’assenza di un chiaro confronto con gli abusi commessi durante la monarchia sollevano dubbi sulle sue credenziali democratiche. Il futuro dell’Iran, ha affermato, deve fondarsi sulla sovranità popolare piuttosto che sulla restaurazione dinastica.

Lord McCabe ha posto i diritti umani al centro della politica britannica. “È una missione morale proteggere i diritti umani dei comuni cittadini iraniani”, ha affermato, descrivendo la pena di morte come un’arma usata dal regime per reprimere il dissenso. Ha accolto con favore quello che ha definito il divieto imposto dal governo alle Guardie Rivoluzionarie, ma ha affermato che l’attuazione deve andare oltre una semplice decisione parlamentare. McCabe ha respinto sia l’intervento militare straniero che la politica di appeasement, insistendo sul fatto che “solo il popolo iraniano può determinare il proprio destino”. Rispetto a Reza Pahlavi, si è mostrato sprezzante: “Per me, Reza Pahlavi ha un po’ l’aria di un arrivista, e ci sono alcuni aspetti molto discutibili nelle sue affermazioni e nei suoi collaboratori”. Ha anche messo citato i possibili legami tra la cerchia di Pahlavi e la SAVAK, l’ex polizia segreta dello scià. McCabe ha concluso affermando che la Gran Bretagna dovrebbe riconoscere adeguatamente l'”opposizione democratica organizzata” iraniana e sostenere il Piano in Dieci Punti di Maryam Rajavi.

Sammy Wilson, deputato del DUP per East Antrim, ha affermato che la crescente pressione interna e le molteplici crisi del regime hanno creato un momento favorevole per un’accelerazione del cambiamento democratico. Ha elogiato gli iraniani che resistono nonostante i rischi di incarcerazione, tortura, perdita del lavoro e ritorsioni contro le loro famiglie. Wilson ha sostenuto che il regime sopravvive grazie alla repressione e a un’erronea percezione occidentale secondo cui rappresenterebbe gli interessi iraniani. “Questa è una pericolosa illusione. Il regime non rappresenta il popolo iraniano. È il suo oppressore”, ha dichiarato. Ha descritto il CNRI come rappresentante delle aspirazioni democratiche dell’Iran attraverso “una visione democratica per il futuro, un quadro per la transizione pacifica, una rete di unità di resistenza” e una continua mobilitazione per il cambiamento. Wilson ha esortato il governo britannico a riconoscere il CNRI come una credibile alternativa democratica e ha affermato che la Gran Bretagna non dovrebbe ripetere quello che ha definito il suo precedente ritardo nel riconoscere il pericolo rappresentato dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC).

Baggy Shanker, deputato laburista per Derby South, ha osservato che la legittimità democratica può provenire solo dagli iraniani stessi. Riferendosi ai suoi contatti con gli elettori iraniani, Shanker ha affermato che la situazione “non può non cambiare e deve cambiare”, ma ha aggiunto che “è il popolo iraniano a decidere cosa è giusto per l’Iran e cosa è meglio per l’Iran”. Qualsiasi transizione politica, ha detto, non dovrebbe solo apparire democratica, ma dovrebbe effettivamente offrire al popolo la libera scelta sul futuro del proprio Paese. Shanker ha elogiato il lavoro del British Committee for Iran Freedom e degli attivisti iraniani che si confrontano regolarmente con i parlamentari a Westminster, descrivendo le loro campagne come efficaci, persistenti e legittime. Ha ribadito un principio ricorrente della conferenza: i governi stranieri non dovrebbero nominare i futuri governanti dell’Iran, ma dovrebbero sostenere le condizioni affinché gli iraniani possano esercitare una vera scelta democratica in prima persona.

Robert Ward, consigliere conservatore di Croydon, ha affermato che il futuro democratico dell’Iran deve essere determinato “dal popolo iraniano dall’inizio alla fine”, senza che un leader venga scelto o imposto da governi stranieri. Ward ha descritto il CNRI sotto Rajavi come “in prima linea” nella resistenza al regime e ha affermato che i movimenti organizzati ad esso affiliati rimangono attivi in Iran. Ha ricordato la proposta del CNRI di un governo provvisorio della durata massima di sei mesi, incaricato principalmente di organizzare le elezioni per un’assemblea costituente e legislativa. “Decenni di appeasement non hanno ottenuto nulla. Le concessioni non moderano questo regime”, ha dichiarato Ward. Ha esortato la Gran Bretagna a riconoscere il CNRI e il suo programma, a porre i diritti umani al centro della sua politica nei confronti dell’Iran e ad adottare misure più incisive contro le Guardie Rivoluzionarie. Qualsiasi relazione con Teheran, ha concluso, dovrebbe essere subordinata alla cessazione verificabile delle esecuzioni e al rilascio di tutti i prigionieri politici.

Matthew Goodwin-Freeman, consigliere comunale di Harrow e assistente parlamentare senior di Bob Blackman, si è concentrato sulla disinformazione, sul pubblico più giovane e sulla responsabilità degli individui nelle società democratiche di amplificare realtà che gli iraniani stessi non possono discutere liberamente. Ha affermato che le piattaforme dei social media sono sature di propaganda promossa da Stati stranieri e ha contrapposto la libertà di coloro che si riuniscono a Westminster all’impossibilità di organizzare un incontro politico paragonabile in Iran. Goodwin-Freeman ha accolto con favore quella che ha definito la messa al bando, a lungo rimandata, del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche “nella sua interezza” e ha affermato che l’organizzazione dovrebbe essere chiamata “per quello che è: terroristi”. Ha sostenuto che la pressione politica potrebbe crescere cumulativamente attraverso parlamentari, consiglieri, attivisti e cittadini che utilizzino tutta l’influenza di cui dispongono. “Non ci arrenderemo”, ha detto, aggiungendo che, indipendentemente dall’età o dal legame personale con l’Iran, i sostenitori sono uniti da “libertà, equità, democrazia” e continueranno finché gli iraniani non godranno di questi diritti.

La dottoressa Jocelyn Scott, ex giudice, ha sostenuto che le esecuzioni vengono utilizzate sistematicamente per reprimere il dissenso politico e intimidire la società in generale. “Quando il popolo si ribella, le esecuzioni aumentano esponenzialmente”, ha affermato, descrivendo arresti, torture e pena capitale come strumenti per soffocare le richieste di democrazia. Scott ha collocato il conflitto attuale in una cornice storica più ampia, affermando che nel 1979 “una dittatura monarchica, la dittatura dello scià, è stata sostituita da una dittatura teocratica. Ora la democrazia deve prevalere”. Ha respinto le due opzioni politiche che hanno dominato gran parte del dibattito: “Né la guerra né l’appeasement sono la soluzione. Le concessioni al regime iraniano non funzionano. L’intervento militare non funziona”. Scott ha invece chiesto il riconoscimento del diritto del popolo iraniano a resistere alla repressione e a difendersi dalle Guardie Rivoluzionarie. Ha affermato che un’alternativa praticabile esiste già all’interno del Paese attraverso la Resistenza organizzata e deve essere fondata su sovranità popolare, uguaglianza, libere elezioni, trasparenza e responsabilità.

La professoressa Sara Chandler KC, intervenendo in qualità di segretaria del Comitato per i Diritti Umani della Federazione degli Ordini degli Avvocati Europei, si è concentrata sulle esecuzioni, la tortura, l’indipendenza della magistratura e il trattamento degli avvocati e dei prigionieri politici. Ha affermato che la sua Federazione condanna le recenti esecuzioni ed esprime particolare preoccupazione per i sostenitori dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran (OMPI) e i partecipanti alla rivolta di gennaio che rischiano la pena di morte. La professoressa Chandler ha poi collegato direttamente la tutela dei diritti alla questione della transizione politica. “Siamo consapevoli, e lo sappiamo da molti anni, che la Resistenza organizzata dell’OMPI mira a instaurare una repubblica democratica basata sulle elezioni”, ha dichiarato. Ha descritto il quadro di transizione del CNRI come concepito per prevenire un vuoto politico, mantenendo l’ordine pubblico e le funzioni statali, e organizzando al contempo libere elezioni per l’Assemblea Costituente entro sei mesi. La professoressa Chandler ha inoltre evidenziato il ruolo centrale delle donne nel CNRI e il suo rispetto per la diversità etnica, linguistica e culturale, rivolgendosi direttamente a Rajavi: “Hai il nostro sostegno mentre la Resistenza si avvicina finalmente al rovesciamento del regime”.

La dottoressa Leyla Hannbeck, amministratrice delegata dell’Independent Pharmacies Association, ha fatto riferimento alla propria esperienza di repressione subita in Iran durante l’infanzia, affermando che le armi, le prigioni e l’apparato di sicurezza dello Stato non sono riusciti a spegnere il desiderio di libertà della popolazione. Ha sostenuto che quattro decenni di tolleranza internazionale nei confronti dell’impunità hanno rafforzato un governo che ora minaccia la sicurezza regionale e internazionale. La dottoressa Hannbeck ha contrapposto il sistema attuale agli impegni assunti dal CNRI (Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran) per abolire la pena di morte, istituire una magistratura indipendente e abrogare le leggi discriminatorie in materia religiosa. Ha inoltre fatto riferimento al proposto scioglimento del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) e ha descritto il piano di transizione del CNRI come un piano per garantire “un trasferimento di potere pacifico, ordinato e democratico al popolo iraniano”. Il regime, ha affermato, teme l’interazione tra questa alternativa politica e il movimento di protesta interno all’Iran. La dottoressa Hannbeck ha esortato il governo britannico a riconoscere e a dialogare con il CNRI “ufficialmente e pubblicamente”, affermando che tale riconoscimento isolerebbe Teheran e sposterebbe l’ago della bilancia verso le forze democratiche.

La dottoressa Caroline Bennett, accademica specializzata in antropologia, diritti umani, genocidio e crimini atroci, ha sostenuto che la politica occidentale ha una parte di responsabilità nella cultura dell’impunità che circonda l’Iran. “Non possiamo più assecondare i dirigenti del regime iraniano”, ha affermato, insistendo al contempo sul fatto che una transizione democratica guidata dagli iraniani non esonera la comunità internazionale dalle sue responsabilità. La dottoressa Bennett ha affermato che il sistema dei diritti umani del dopoguerra si fonda proprio sull’idea che gli Stati debbano agire collettivamente quando si verificano crimini atroci. L’accondiscendenza nei confronti sia del regime attuale che di quelli precedenti, ha sostenuto, non solo è fallita, ma “contribuisce a rendere possibile l’impunità dilagante in Iran”. Ha criticato un ordine internazionale più preoccupato di proteggere le rotte commerciali che i singoli individui e ha invocato responsabilità e solidarietà. Rivolgendosi direttamente agli iraniani, comprese le vittime di detenzioni arbitrarie, torture e uccisioni, la dottoressa Bennett ha dichiarato: “Non vi abbiamo dimenticato. Non vi dimenticheremo”, promettendo un impegno costante in Parlamento, nel governo e nella società civile.
Dolat Nowrouzi, rappresentante del CNRI nel Regno Unito, ha affermato che la crisi interna dell’Iran è diventata una questione internazionale di primaria importanza, poiché le politiche di Teheran hanno ripercussioni non solo sugli iraniani, ma anche sull’intera regione e sull’Europa. Ha sostenuto che aspettarsi una moderazione del regime in politica interna o estera sia “un’illusione assoluta”, citando esecuzioni, repressione, guerre e sostegno a reti di gruppi armati. Nowrouzi ha dichiarato che la più grande paura delle autorità è la popolazione iraniana, in particolare un’opposizione organizzata in grado di incanalare la rabbia popolare verso un cambiamento politico. Ha descritto la situazione economica e sociale come sempre più esplosiva e ha osservato che le rinnovate proteste dimostrano che la repressione non è riuscita a placare la società. “La guerra non è un’opzione”, ha affermato. “Può indebolire il regime, ma non può cambiarlo. Deve essere cambiato dal popolo iraniano”. Nowrouzi ha esortato la Gran Bretagna e l’Europa a porre fine alla politica di appeasement, a sostenere il Piano in dieci punti della signora Rajavi, a isolare Teheran politicamente ed economicamente e a supportare l’opposizione organizzata iraniana.

La dottoressa Elaheh Zabihi, docente all’Università di Londra intervenuta a nome di una comunità internazionale di accademici, ha affermato che gli intellettuali iraniani sono stati ripetutamente costretti a lasciare il Paese a causa della repressione – prima sotto la monarchia Pahlavi e poi sotto il regime clericale – ma hanno continuato a dare il loro contributo a livello internazionale, rimanendo al contempo interessati al futuro dell’Iran. Ha evidenziato le proteste carcerarie contro le esecuzioni e ha invitato la comunità internazionale a non rimanere in silenzio. La dottoressa Zabihi ha dichiarato che i suoi colleghi accademici sostengono il Piano in Dieci Punti della signora Rajavi e “la Resistenza organizzata del popolo iraniano, che ha combattuto la dittatura per decenni”. Ha esortato il Parlamento a riconoscere il CNRI come rappresentante democratico e ha sostenuto che tale mossa affermerebbe il diritto degli iraniani a determinare il proprio futuro politico. Ha inoltre chiesto ispezioni internazionali delle carceri e di altri centri di detenzione, la fine di quelli che ha definito processi farsa e il rilascio incondizionato dei prigionieri detenuti unicamente per avere esercitato i propri diritti fondamentali.

Rosa Zare, una dottoranda in Politica Internazionale di 24 anni, ha offerto alla conferenza una testimonianza personale sull’impatto ancora irrisolto del massacro del 1988. Sua zia, ha raccontato, fu giustiziata a 21 anni, rendendo così per lei i diritti umani “una responsabilità non solo accademica”, ma anche personale. Zare ha collegato questa storia alla campagna “I martedì del No alle esecuzioni”, affermando che i prigionieri in 62 carceri hanno continuato lo sciopero della fame in quel giorno per 137 settimane consecutive, nonostante i rischi. “Non possiamo permettere che le esecuzioni diventino solo statistiche”, ha dichiarato. “Dietro ogni numero c’è una persona, una famiglia, una madre, un padre, una sorella, un fratello, un amico”. Riflettendo sulla piccola differenza di età tra lei oggi e sua zia al momento dell’esecuzione, Zare ha affermato che ciò dimostra quanto sia sottile la distanza tra la storia dell’Iran e il suo presente. Ha esortato i partecipanti ad andare oltre le semplici dichiarazioni di preoccupazione perché, per i prigionieri che affrontano persecuzioni e l’esecuzione, “la solidarietà internazionale non può essere fatta solo di parole. Deve significare qualcosa”.

Amir-Hossein Olyaee, uno studente di 22 anni iscritto a un master in Ingegneria Biomedica, ha affermato che la repressione del regime lo tocca profondamente a livello personale, poiché suo zio era stato giustiziato dopo che agenti si erano presentati a casa sua; lo avevano impiccato nel seminterrato. “La sua storia è quella di una delle innumerevoli vite iraniane distrutte da un regime che usa esecuzioni, torture e terrore per reprimere l’opposizione”, ha dichiarato. Olyaee ha sostenuto che l’aumento delle esecuzioni riflette la paura piuttosto che la forza del regime e si è unito ad altri oratori nel respingere sia la guerra esterna che la condiscendenza con Teheran. “Né la guerra né l’appeasement offrono una soluzione. Il futuro dell’Iran deve essere determinato dal popolo iraniano stesso”, ha affermato. Ha esortato il governo britannico a porre la fine delle esecuzioni e i diritti umani al centro della sua politica nei confronti dell’Iran, a indicare la responsabilità dei colpevoli, a sostenere la richiesta popolare di una repubblica democratica e a riconoscere l’opposizione democratica organizzata in Iran. Il suo intervento ha collegato le argomentazioni istituzionali della conferenza alle esperienze dei giovani iraniani le cui famiglie hanno subito direttamente la violenza politica.