sabato, Dicembre 10, 2022
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Qual è il meccanismo di decisione politica del regime iraniano? – Articolo di commento

Il regime iraniano, con Hassan Rouhani come suo presidente, è stato ansioso di presentare l’immagine di un governo che ricuciva i rapporti con la comunità internazionale; tuttavia, nessun inizio di un vero cambiamento politico si è verificato in Iran, nonostante i sorrisi ingannevoli di Rouhani, secondo un articolo di commento apparso su “The American Thinker” il 25 gennaio.

L’articolo è proseguito affermando quanto segue. 

La cosiddetta iniziativa “riformista-moderata” in Iran ha solo ulteriormente rafforzato e garantito la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei e le Guardie Rivoluzionarie (CGRI) al potere.

Vi è un concetto fuorviante che vi siano due tendenze politiche divergenti in Iran, una che persegue un cosiddetto approccio “linea dura” guidata dal campo di Khamenei e del CGRI, e un’altra che sosterrebbe un atteggiamento più “riformista” del presidente iraniano Hassan Rouhani e del suo mentore e fiero rivale di Khamenei, l’ormai defunto ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani. Tuttavia la dura realtà è che queste tendenze apparentemente in concorrenza sono piuttosto in armonia tra loro nella pratica. Khamenei continua a monopolizzare il potere in Iran, mentre ha bisogno del campo rivale per dipingere un quadro del suo regime soddisfacente per il mondo esterno.

Khamenei ha l’ultima parola su tutte le questioni di sicurezza nazionale e di politica estera. La preoccupazione a volte sollevata da analisti esterni circa crescenti tensioni tra le due parti su temi come l’accordo nucleare è il risultato del lavoro della macchina di propaganda ingannevole dell’Iran. Il regime, nella sua interezza, mira a spostare tutta l’attenzione lontano dalla vera meccanica di decisione politica che opera in profondità a Teheran.

Rouhani è diventato presidente solo con la benedizione personale di Khamenei, in quanto quest’ultimo aveva compreso appieno il potenziale di un altro fermento di rivolta stile 2009 in Iran. Il Consiglio dei Guardiani, la leva di Khamenei per controllare tutte le elezioni vagliando ogni candidato, ha l’autorità di bloccare qualsiasi individuo considerato sgradevole. Siate certi che Khamenei ha considerato Rouhani utile, altrimenti questi sarebbe entrato nella lunga lista degli squalificati.

Khamenei ha visto il proprio regime di fronte ad una massiccia crisi economica che minacciava di innescare una grande rivolta dopo che l’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, descritto come un incendiario, aveva immerso l’Iran in un serio isolamento internazionale. Le sanzioni stavano frustrando la popolazione iraniana e la picchiata globale del prezzo del petrolio aggiungeva al danno la beffa.

A prima vista il CGRI, avendo il controllo su gran parte dell’economia iraniana, stava beneficiando del fatto che le sanzioni gravavano su concorrenti del settore privato. Tuttavia, a poco a poco anche i profitti del CGRI cominciavano a precipitare, e Khamenei ha compreso di avere un disperato bisogno di liberarsi delle sanzioni al prezzo di compiere un grande passo indietro rispetto alle proprie ambizioni nucleari.

Teheran sta approfittando dell’accordo nucleare iraniano come mezzo per calmare disordini interni e rilanciare la precedente statura economica del CGRI. A questo scopo, Khamenei aveva bisogno di una figura come Rouhani che lo aiutasse a convincere la comunità internazionale a fare l’accordo. Naturalmente, Teheran ha anche goduto di una grande ancora di salvezza attraverso il dogma pro-pacificazione (o condiscendenza) adottato dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

Nel frattempo, Khamenei aveva bisogno anche di preservare la sua immagine interna, mentre mostrarsi ossequioso a pressioni straniere sarebbe stato una ricetta per il disastro. Per questo il regime ha perseguito un approccio bifronte. Mentre Rouhani e il suo diplomatico principale, Mohammad Javad Zarif, recitano il ruolo del “poliziotto buono” stringendo la mano al “Grande Satana”, Khamenei rimane il “poliziotto cattivo” nel ricorrere alla cruda retorica contro America e Compagnia.

Questa politica di doppio standard, perseguita in parallelo, è diventata la dottrina del regime iraniano per mantenere il controllo sulla crescente agitazione nazionale presentando nel contempo un ritratto interessante per il mondo esterno.

Mentre lealisti del regime hanno preso d’assalto l’ambasciata saudita a Teheran e Khamenei ha minacciato Riyadh di “vendetta divina”, cinque ostaggi americani sono stati rilasciati in cambio della dichiarazione da parte delle Nazioni Unite che l’Iran stava rispettando i termini dell’accordo nucleare.

Un’ulteriore valutazione approfondita dimostra che ai nuovi scambi economici dell’Iran con l’Occidente non corrisponde alcun miglioramento politico. Infatti, salvaguardare la presa del CGRI sull’economia è considerato essenziale per migliorare la sua posizione politica.

Il CGRI è stato descritto come “una forza importante quando si tratta di controllare l’economia iraniana. Molti iraniani all’interno e all’esterno del paese hanno chiamato il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ‘la mafia dell’Iran’“.

L’eliminazione del 99% dei candidati cosiddetti “riformisti” nelle elezioni parlamentari del 26 febbraio può fornire un’anteprima delle prossime elezioni presidenziali, con puntate più alte in gioco. 

Nessun comportamento pragmatico dall’Iran porterà alcun cambiamento significativo all’interno. Né Teheran abbandonerà mai le ambizioni regionali in cui ha investito miliardi, incluso il ruolo in Siria, Iraq, Yemen e Libano. Infatti, aumentare gli sforzi per realizzare tali obiettivi è necessario per mantenere lo status quo politico dell’Iran.

Mentre Khamenei rimane in posizione di controllo, i recenti sviluppi in Siria, con la Russia e la Turchia che guidano un accordo di cessate il fuoco, sono completamente contro gli interessi dell’Iran. Parallelamente si osserva una crescita a valanga del dissenso all’interno dell’Iran alla vigilia del periodo delicato che precede le elezioni presidenziali del maggio 2017. Questo lascia Khamenei davanti a un serio dilemma su come giocare le proprie carte.

“L’esperienza di 37 anni del regime distruttivo e omicida dei mullah nel mio Paese ha mostrato che nessun grado di concessioni politiche ed economiche, che sono state fatte a spese del popolo iraniano, ha condotto a cambiamenti del comportamento o delle politiche del regime iraniano all’interno o all’esterno dell’Iran”, ha detto la leader dell’opposizione iraniana Maryam Rajavi, presidente del Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran, un gruppo ombrello di entità dissidenti fra le quali l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran (OMPI/MEK).

La liberazione dalle sanzioni, che fornisce un temporaneo sostegno vitale al regime di Teheran, non durerà a lungo. La comunità internazionale e la nuova Amministrazione a Washington dovrebbero trarre vantaggio dall’accordo nucleare per aumentare la pressione su Teheran, forzandolo a cominciare a rispettare effettivamente il diritto e le norme internazionali.

 

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