“Su Ashraf, è stato eretto ogni sorta di muro immateriale. Inizialmente fu il muro dell’oblìo, poi quello della menzogna, poi quello del silenzio, poi quello dell’embargo alimentare e sanitario. Infine il muro dei decibel, e il muro dell’ascolto coatto e del disturbo elettronico.” Ha così definito Danielle Mitterand in un messaggio inviato ad una conferenza a Ginevra, dove si trattava il tema degli obblighi dell’ONU nei confronti del campo di Ashraf, dove sono ospitati 3400 membri dei Mujaheddin del Popolo Iraniano, la principale opposizione democratica al regime dei mullah. Tenutasi il 21 settembre nella sede europea delle Nazioni Unite, la conferenza è stata presidiata da Michel Joli, segretario generale della Fondazione France Libertés – Danielle Mitterand. La scaletta comprendeva Maryam Radjavi, Presidente eletto della Resistenza Iraniana, Alejo Vidal-Quadras, vice-Presidente del Parlamento Europeo, Struan Stevenson, presidente della delegazione del Parlamento Europeo per le relazioni con l’Iraq (il quale ha presentato un piano europeo per risolvere la crisi di Ashraf), il Pr. Ruth Wedgwood, giurista, Sid Ahmed Ghozali, ex primo ministro algerino, Nontombi Tutu, militante dei diritti umani e figlia dell’arcivescovo Desmond Tutu e Madeleine Rees, Segretario Generale della Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà, Christiane Perregaux, co-Presidente dell’Assemblea Costituente del Consiglio di Ginevra, Gianfranco Fattorini, co-Presidente del MRAP, Marc Falquet, deputato al Gran Consiglio di Ginevra, e il pastore Daniel Neeser. Ecco il messaggio di Danielle Mitterand letto alla conferenza e intitolato: “Le mura di Ashraf”:
“Durante l’occupazione nazista della Francia, eravamo a migliaia, giovani oppressi, sequestrati e silenziosi, che sognavamo il nostro futuro in un’Europa senza frontiere o riconoscendosi ognuno nella propria cultura e nella propria lingua, aggrappandosi fedelmente alla terra che ci ha visto nascere.
Non eravamo chiusi in un campo, ma dovevamo vivere, come i nostri fratelli e le nostre sorelle di Ashraf, giorno dopo giorno con la paura che quello fosse l’ultimo. È stato in quel periodo che ho capito che le mura, le più oppressive e le più violente, non sono quelle fatte di cemento, di pietra, o quelle di ferro delle prigioni, ma quelle che una dittatura vi costringe a portare dentro di voi; mura di umiliazione, di rinuncia e di prostrazione; quelle mura che arrivano a privarvi della vostra identità.
Su Ashraf, è stato eretto ogni sorta di muro immateriale. Inizialmente fu il muro dell’oblìo, poi quello della menzogna, poi quello del silenzio, poi quello dell’embargo alimentare e sanitario. Infine il muro dei decibel, e il muro dell’ascolto coatto e del disturbo elettronico.
Il progresso tecnologico ha sempre infiammato l’immaginazione dei carnefici. Dall’altro lato di queste mura invisibili, la morte si aggira instancabilmente attorno al campo, e talvolta vi penetra con una violenza inconcepibile. Quella di una caccia all’uomo dove tutti i colpi sono permessi; uccidere e lasciar morire; abbandonare dei feriti e prelevare ostaggi innocenti e impotenti.
Quando torna la calma, ai sopravvissuti non resta altro che piangere i loro morti, e poi seppellirli.
È così che si crede di poter giungere al culmine della resistenza di un popolo. Ma ad Ashraf, la speranza riprende vita perché nonostante le mura, ciascuno sa che questa speranza è condivisa da migliaia di fratelli e sorelle rifugiati nel mondo: lei ne è qui, Signora Rajavi, la rappresentante.
Allora le forze ritornano col desiderio di vivere e il sogno di un mondo giusto, che assicuri la pace e la protezione di ognuno, e non è forse questo il tema della nostra riunione di oggi?
All’interno di un campo, non si tratta di sopravvivere per sé, ma per gli altri. Le mamme, le madri, sperimentano la pratica quotidiana di questo sacrificio. Noi tutti conosciamo l’esempio magnifico che ci dà la piccola “shaghayegh*”, nella sua lettera alla Signora Pillay.
Ed ecco cosa distingue il carnefice dalla vittima, il carceriere dal suo prigioniero: gli uni preparano l’avvenire mentre gli altri distruggono il presente. Preparare l’avvenire, cari ed affabili amici di Ashraf, è il prezzo del vostro sacrificio ma non è il solo: dovete mettere nel conto anche l’esempio che voi date a tutti gli oppressi, e il messaggio di speranza scritto col vostro sangue che offrite all’umanità.
Vi ringrazio.”
