mercoledì, Novembre 30, 2022
HomeNotizieIran NewsLa risposta più convincente per Tehran

La risposta più convincente per Tehran

L’autore afferma che se gli Stati Uniti vogliono seriamente trovare una soluzione al problema iraniano senza ricorrere ad un’invasione straniera, dovrebbero affrontare la questione del PMOI.

LONDRA, 20 Aprile 2012 (UPI) –  di DAVID AMESS – Quando sei potenze mondiali hanno incontrato i funzionari iraniani la scorsa settimana, per la prima volta in 15 mesi, i colloqui sono stati salutati in Europa come il primo passo verso una “soluzione negoziata” alle paure sul programma nucleare iraniano. Ma davvero è stato nulla di più di un evento di pubbliche relazioni?

Due giorni dopo i colloqui ad Istanbul, il Ministro degli Esteri iraniano ha chiarito a quale gioco stesse giocando, dicendo che solo una veloce conclusione delle sanzioni occidentali li avrebbero portati più vicini al tavolo dei negoziati.

Poi il giorno dopo, con una dimostrazione di disprezzo, l’Iran ha mostrato “il suo potere militare” durante una parata in occasione della Giornata Nazionale delle Forze Armate e il suo presidente ha messo in guardia contro “l’interferenza straniera del nemico”.

La triste verità è che questi colloqui, e l’ulteriore incontro in programma a Baghdad per il mese prossimo, non sono altro che una cortina di fumo creata dal regime iraniano, mentre dietro le quinte manda avanti il programma per l’arrichimento dell’uranio.

Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha ragione quando dice che “l’onere dell’azione” tocca all’Iran per provare che fa sul serio nei colloqui sul nucleare prima che qualunque promessa venga fatta sulla attenuazione delle sanzioni.

L’Iran ha perso circa il 40 per cento delle sue esportazioni di petrolio nei sei mesi scorsi e la valuta è precipitata di circa lo stesso valore prova, anche se minima, che le sanzioni stanno avendo un qualche effetto.

Ma se la storia ci ha insegnato qualcosa è che non saranno sufficienti. Né l’invasione straniera è la risposta.

C’è una terza via per l’Iran, comunque: spezzare il giogo dell’oppressione e permettere ad una legittima opposizione di sfidare il regime.

In questo contesto, il destino di un gruppo di 3300 dissidenti esiliati in Iraq, e ora sotto una grave minaccia, è di primaria importanza. Proteggerli dalla persecuzione è più di un prerequisito umanitario, è un imperativo geopolitico.

Questi dissidenti, membri del maggior gruppo di opposizione dell’Iran, l’Organizzazione dei Mujahedin del Popolo Iraniano, vogliono la libertà per il loro Paese ed un futuro democratico. La loro stessa esistenza è una minaccia per il mullah che hanno cercato di distruggerli.

Un massacro a Campo Ashraf, la loro casa vicino Baghdad, ha ucciso 36 residenti e feriti centinaia di più nell’Aprile dello scorso anno. Le truppe irachene, per conto dell’Iran, hanno eseguito queste atrocità. I funzionari sciiti del governo del Primo Ministro iracheno Nouri al-Maliki sono andati oltre nella loro alleanza con Tehran, giurando di chiudere Ashraf per la fine del 2011.

Una campagna internazionale ha impedito un disastro e dopo la firma di un Memorandum di Intesa tra le Nazioni Unite e il governo dell’Iraq, Maryam Rajavi, il leader della resistenza, ha acconsentito a che i residenti si trasferissero verso una nuova casa.

A Camp Liberty, una ex-base militare americana, avrebbero potuto essere intervistati e risistemati come rifugiati in paesi terzi.

Ma, naturalmente, non è stato così semplice. Gli iracheni hanno trasformato la casa in una prigione, rinchiudendo i residenti in uno spazio non più grande di un kilometro quadrato circondato da alte mura e sottoponendoli a condizioni talmente disumane che non riescono a raggiungere uno standard minimo di vivibilità: c’è una grave carenza di acqua ed elettricità ed un sistema di smaltimento dei rifiuti fuori uso.

Nonostante la disonestà degli iracheni, i membri del PMOI hanno onorato la loro parte di accordo. Quattro gruppi di residenti di Ashraf si sono trasferiti nel campo a tutt’oggi – più di 1200 persone in totale.

Gli iracheni hanno continuato a violare l’accordo – l’ultimo gruppo di residenti sono stati perquisiti per cinque giorni e poi gli è stato impedito di portare con sé qualunque veicolo, i generatori elettrici e gli strumenti edili necessari per rendere Liberty un luogo vivibile. Persino cose come i condizionatori d’aria, gli stereo e le parabole satellitari gli sono state confiscate.

Ora è tempo per le Nazioni Unite e per la comunità internazionale di entrare in scena. Innanzitutto i più fondamentali diritti dei residenti sulle loro proprietà devono essere rispettati. Le Nazioni Unite devono riconoscere Camp Liberty come un campo per rifugiati designato ad essere una residenza a medio termine per il PMOI. Ora invece è designato come un “Luogo di Transito Temporaneo”, cosa che priva i residenti dei loro più essenziali standards umanitari.

Di importanza cruciale, prima che venga sparso altro sangue, è che i paesi occidentali devono fornire il necessario supporto alle Nazioni Unite per una più veloce risistemazione dei residenti in paesi terzi.

L’arcano motivo per cui il processo di asilo sta durando così a lungo, è che i membri del PMOI sono ancora denominati come “terroristi” dagli Stati Uniti – un’etichetta affibbiatagli in un’altra epoca, quando l’Occidente stava cercando di compiacere l’Iran (allo scopo di colpire l’Iraq).

L’Unione Europea e la Gran Bretagna hanno “tolto” i dissidenti iraniani dalla lista anni fa, ma ancora nonostante le assicurazioni del Segretario Clinton che il loro trasferimento a Camp Liberty sarebbe stato un “fattore chiave” per il cambiamento del loro status, il PMOI è sulla lista nera.

Se gli Stati Uniti vogliono seriamente trovare una soluzione al problema iraniano senza ricorrere ad una invasione straniera, farebbero molto meglio a togliere le catene al principale partito di opposizione.

Nello spirito della Primavera Araba, il Segretario Clinton potrebbe scoprire che sono proprio loro la risposta più convincente per Tehran.

David Amess, Conservatore, Membro del Parlamento del Regno Unito, è un membro direttivo del Comitato Parlamentare Britannico per la Libertà in Iran.

FOLLOW NCRI

70,088FansLike
1,633FollowersFollow
40,400FollowersFollow