mercoledì, Febbraio 1, 2023
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La lotta democratica e per la libertà dei Mojahedin del popolo iraniano – parte 2

di Esmail Mohades

ImageDopo il rovesciamento del regime dittatoriale dello sciah – 1979 –  e l’insediamento del regime dei mullà, i Mojahedin del popolo per due anni e mezzo hanno cercato di rivendicare il loro diritto e quello del popolo alla lotta politica in Iran. Durante questo periodo, finché i loro candidati ebbero ancora la possibilità di partecipare alle elezione, che comunque erano fortemente manipolate dal regime, i Mojahedin del popolo presero milioni di voti, garantendosi un consenso ed un’accoglienza eccezionale tra la popolazione giovanile e tra le donne, appunto per la loro politica progressista.

 Proprio per poter isolare le forze progressiste, gli studenti khomeisiti occuparono l’ambasciata americana a Teheran. Proprio quelli studenti molti anni dopo sono stati riconosciuti, in Occidente, come “riformisti”. 

 Sotto la dittatura di Khomeini, solo  quando il regime dittatoriale dei mullà impose la resa totale al sistema del velayat-e-faghih, essendo divenuta illegittima ed impossibile qualsiasi forma di dissenso anche solo verbale, i Mojahedin furono obbligati come ultima ratio a scegliere  ed organizzare la resistenza;  gli obiettivi furono sempre e soltanto i centri della repressione, e i Mojahedin  hanno sfidato e sfidano chiunque a dimostrare il contrario in una sede giuridica internazionale.

  Durante la guerra Iran-Iraq, quando nell’82 l’Iraq, ormai fuori dai confini iraniani, mostrava la volontà di terminare la guerra, mentre il regime dei mullà voleva insistere, i Mojahedin del popolo, e la coalizione democratica del Consiglio Nazionale della resistenza iraniana, come alternativa al regime, hanno firmato un piano di pace. Allora il leader dei Mojahedin del popolo Massuod Rajavi si reco' in Iraq per formare l’Esercito di liberazione, per poter demolire la macchina di guerra dei mullà. Durante tutto il periodo della sua permanenza in territorio iracheno, l’Esercito di Liberazione ha goduto della totale autonomia e non è  intervenuto mai nelle questioni interne dell’Iraq.

A conferma di cio'basti ricordare che nel rapporto  redatto il 15 dicembre del 1998 dal Direttore esecutivo della Commissione Speciale delle Nazioni Unite era  scritto: “ Il posto (dove si trovava l’Esercito di liberazione) era dichiarato non sottostante all’autorità dell’Iraq”. In realtà dove oggi sorge  shahr-e Ashraf (città di Ashraf, in lingua farsi) prima del 1986 vi era un desolato deserto privo di segni di vita. Il territorio in cui si trova shahr-e Ashraf è a circa 90 km a Nord di Baghdad e soprattutto a 70 km dall’Iran. Shahr-e Ashraf nel frattempo ha completato la sua costruzione ed è  diventata una vera e propria enclave dell’opposizione iraniana. Oggi shahr-e Ashraf si presenta con un’ampia rete stradale ed edifici molto interessanti anche dal punto di vita urbanistico. Include strutture educative, sociali e sportive: ci sono quattro piscine olimpiche, un campo di calcio regolare, uno zoo, un centro commerciale, l’università, una moschea, un cimitero e molti spazi verdi ben curati.

All’interno di shahr-e Ashraf è stato anche costruito un museo dove sono esposti gli effetti personali dei martiri della resistenza e soprattutto molti oggetti e strumenti di repressione che mostrano la barbarie del regime iraniano e gli effetti del suo smodato terrorismo. Una delegazione del parlamento europeo che ha visitato shahr-e Ashraf nel  marzo 2005 riporta nella sua relazione di aver trovato una vera oasi nel deserto, una vera e propria città con tutte le infrastrutture urbane ed una efficientissima stazione di servizi ed una polizia stradale; una città dove i segnali stradali vengono rispettati con tranquillità e rigore. A shahr-e Ashraf sono attive scuole di musica e l’energia elettrica e l’acqua corrente non vengono mai interrotte. Recentemente una delegazione italiana, capitanata dal Senatore radicale, Marco Perduca, ha visitato il campo di Ashraf e ne  è rimasta positivamente colpita.
Nel 1991, durante la guerra del Golfo in Iraq, i Mojahedin del popolo,  presenti nell’Esercito decisi a battersi per la libertà del loro paese, hanno dovuto abbandonare le loro famiglie e loro figli, trasferiti fuori a causa dei massicci bombardamenti. Un prezzo altissimo che la storia dell’umanità giudicherà, mentre il ministero delle Informazione dei mullà spacciava la notizia che le donne dei Mojahedin del popolo avevano perso l’istinto materno, e  i complici dei mullà nell’Europa democratica  gli fanno il verso.

Molti politici occidentali, in verità con l’illusione di sedare l’avidità dei mullà, li hanno assecondati in questo sciacallaggio di menzogne. L’inserimento ingiusto e assurdo nella lista dei gruppi terroristici dei Mojahedin del popolo – loro che sono l’antitesi dell’integralismo islamico –  e il persistere nella politica fallimentare e disastrosa di condiscendenza con il regime dei mullà facevano parte di quella politica miope che sta portando tutta la regione del Medio Oriente verso una catastrofe. Il poeta satirico persiano Obeid-e Zakani del XIX secolo racconta di topi esausti ed impauriti dall’avido e affamato gatto che cercano invano di rabbonirlo con pacchetti di doni. La fine di quei poveri topi è facilmente  immaginabile e comunque si trova scritta nel libro del poeta. I Mojahedin del popolo iraniano è un movimento popolare in Iran e fuori. All’ultima manifestazione, il 28 giugno 2008, a Parigi hanno partecipato 70 mila iraniani e centinaia di parlamentari da tutto il mondo. Aldilà delle comprensibile rabbia del regime iraniano e dei suoi sostenitori all’estero, dal depennamento giusto ma tardivo dei Mojahedin del popolo dalla lista, rimane il fatto che cambiare il comportamento del regime integralista iraniano è irrealizzabile, cosi come è impossibile piegare la volontà del popolo e la sua resistenza organizzata che vuole il cambiamento democratico in Iran. Il mondo non è costretto a subire il regime iraniano,  la crisi iraniana ha una soluzione, che è nelle mani del popolo iraniano e della sua resistenza organizzata, coalizzata nel Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana presieduto da Maryam Rajavi. Nessuno puo' impedire per sempre il corso dell’instaurazione della democrazia in Iran. I governi occidentali lo possono ostacolare, come hanno fatto, lo possono ritardare, ma non potranno mai impedire ai figli dell’Iran di battersi per la libertà. E vero: beato il popolo che non ha bisogno di eroi, ma è vero anche: guai a quel popolo che non ha eroi.
 
* portavoce dell’Associazione dei laureati iraniani in Italia

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