domenica, Novembre 27, 2022
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La crisi di Ashraf è al centro di una crisi più vasta: la crisi iraniana – Maryam Rajavi

CNRI – “Quali sono le ragioni della resistenza al potere dei mullah? La prima è una repressione che non ha paragoni in nessun’altra dittatura contemporanea. La seconda è l’aiuto dei governi occidentali. Se questi non avessero aiutato i mullah, il loro regime, non avrebbe resistito fino ad oggi. Il termine accondiscendenza non descrive a fondo questa politica.” Ha dichiarato Maryam Rajavi il 22 settembre a Ginevra. Sia la Rajavi che eminenti dignitari e personalità europee e americane, hanno espresso la loro preoccupazione per Ashraf e i suoi residenti, durante la conferenza internazionale tenutasi a Ginevra lo scorso 22 settembre, organizzata dal comitato svizzero per la difesa di Ashraf.
 
Sono intervenuti al dibattito: Rudolf Giuliani, ex sindaco di New York e candidato alle presidenziali del 2008; Edward Rendell, ex governatore della Pennsylvania (2002 – 2011) ed ex presidente del partito democratico (2000); Michael Mukasey, ex ministro della giustizia degli Stati Uniti (2007 – 2009); John Bruton, ex primo ministro irlandese (1997 – 2004) e capo della commissione dell’Unione Europea negli USA (2004 – 2005); il generale statunitense James Conway, comandante del corpo dei Marines (2006 – 2010); Louis Freeh direttore dell’FBI (1993 – 2001); Gunter Verheugen, commissario europeo (1999- 2009) ed ex vice ministro agli affari esteri tedesco; Mitchell Reiss, capo della strategia dello sviluppo al Dipartimento di Stato americano (2003 – 2005), e diversi parlamentari dei vari Paesi Europei come Jean-Charles Rielle, Eric Voruz, Eric Barthassat (Svizzera), Giorgio Bornacin (Italia), Matthew Offord (Gran Bretagna) et Rémy Pagani, membro del Consiglio amministrativo di Ginevra. La Signora Nils de Dardel, co-presidente del Comitato svizzero per la difesa di Ashraf, ha aperto la conferenza, mentre Eric Sottas, ex segretario generale dell’OMCT ha svolto le funzioni di moderatore.
 
 Ecco l’intervento di Maryam Rajavi
 
Noi siamo oggi riuniti a Ginevra, la città dei diritti dell’uomo, delle organizzazioni, delle convenzioni e dei diritti internazionali. Ginevra è anche la città dove ha militato il Prof. Kazem Rajavi, martire dei diritti umani, che ha sacrificato la sua vita per i diritti dell’uomo in Iran. Noi siamo qui riuniti per parlare di un problema dei diritti uomani fra i più seri, e di una delle più grandi violazioni dei diritti internazionali e delle convenzioni di Ginevra. Per parlare di quella grande prigione che è l’Iran, dove 80 milioni di persone sono oppresse ogni giorno dai mullah, e per parlare di Ashraf, dove da quasi tre anni i suoi residenti sono assediati e dove ogni giorno i loro diritti vengono calpestati. Questo richiede una reazione urgente, delle istanze internazionali e dei governanti.
 
Fortunatamente, vedo qui i nostri cari amici svizzeri e delle eminenti personalità venute dagli Stati Uniti, dalla Germania, dall’Italia, dall’Inghilterra, dall’Irlanda, dal Portogallo e da altri Paesi che sono all’avanguardia nella lotta contro questa ingiustizia. Io voglio rendere omaggio a tutti.
 
 Manifestazioni a Ginevra e a New York
 
Alcuni partecipanti del sit-in che si tiene davanti al palazzo delle Nazioni Unite a Ginevra sono anch’essi fra noi. Sono già 150 giorni che si trovano davanti agli uffici dell’ONU per sostenere la causa di Ashraf. Oggi migliaia di Iraniani manifestano contro la presenza di Ahmadinejad all’ONU. Il loro urlo dice che un assassino non rappresenta il popolo iraniano all’ONU. Io vorrei dire loro, e a voi qui, che siete l’orgoglio non solo del popolo iraniano, ma  del monto intero. Voi siete la bandiera dei diritti uomani del popolo iraniano. Ieri, in una riunione alle Nazioni Unite, mi sono battuta per la vostra domanda di protezione per Ashraf.
 
L’UNHCR ha riconosciuto i residenti di Ashraf secondo il diritto internazionale, come richiedenti asilo, che beneficiano delle protezioni essenziali. Si tratta di un passo positivo ma insufficiente, e l’Alto Commissariato deve continuare su questa strada. Adesso, per impedire un altro massacro, il Segretario Generale dell’ONU, deve annunciare che Ashraf è una zona non militare sotto la sorveglianza delle Nazioni Unite. Deve anche ordinare l’insediamento ad Ashraf di osservatori dell’ONU. Contemporaneamente, l’Alto Commissario ai diritti dell’uomo, deve aprire, dopo mille ritardi, un’inchiesta indipendente, trasparente e completa sulla tragedia dell’8 aprile.
Queste sono misure cruciali, dal momento che il governo iracheno insiste ogni giorno sul suo ultimatum per chiudere Ashraf alla fine del 2011. Questi impegni non rappresentano solo un favore al popolo iraniano ma conferiscono anche una maggiore credibilità dell’ONU agli occhi dei popoli del Medio Oriente.

 La crisi quadrupla del regime iraniano
 
La crisi di Ashraf è al centro di una crisi più vasta: la crisi iraniana. Da una parte riflette la perseveranza del popolo iraniano per la libertà, e dall’altra, mostra la situazione del regime.
 
Il regime dei mullah è piombato in una crisi quadrupla:
 
1 – La società iraniana è profondamente scontenta. Lo si è constatato tre settimane fa, quando anche di fronte ad una vasta repressione, alcune rivolte sono scoppiate ad Orumieh e a Tabriz, nel Nord-Est dell’Iran.
 
2 – Le rivolte nella regione hanno aumentato il pericolo di una rivolta generale in tutto il Paese. Inoltre hanno provocato una divisione nel fronte regionale dei mullah.
 
3 – Il fallimento economico del regime ha provocato un tasso di inflazione del 20%. La disoccupazione è al 17%, la crescita economica è a zero, e le fabbriche del Paese non producono più del 30% delle loro capacità.
 
4 – C’è una crisi interna ai vertici del potere, segnatamente il confronto tra Khamenei e Ahmadinejad, che i mullah definiscono come la divisione più grave dall’inizio del potere del regime. Due settimane fa, in un incontro con i membri del consiglio degli esperti, Khamenei ha dichiarato: “In 8 mesi (…) sono stati rovesciati quattro dittatori.” Prima di aggiungere: “Questo ci fa tremare.” 
 
Ora, la questione più importante è sapere perché, in questa crisi, i mullah non sono stati rovesciati.
Perché con la primavera araba non sono scoppiate le rivolte anche in Iran?
Le manifestazioni del 2009 e del 2011 cancellano l’ipotesi di un sostegno popolare ai mullah. Il popolo iraniano, sopratutto i giovani, detestano profondamente questo regime. Il popolo iraniano ha compiuto sacrifici enormi nella sua lotta alla dittatura. 120.000 esecuzioni costituiscono la prova di questo sacrificio, e il risultato è un movimento organizzato, dotato di un programma democratico. 
 
 Qual’è la ragione della sopravvivenza dei mullah
 
Nonostante tutto, qual’è la ragione della sopravvivenza dei mullah?
La prima è una repressione che non ha paragoni in nessun’altra dittatura contemporanea. Questo regime impiega 70 organi repressivi. In definitiva, la totalità del sistema è una macchina di repressione. Le più alte autorità del regime, come il suo presidente Ahmadinejad, hanno messo in pratica la tortura sistematica nelle carceri. L’economia, la televisione, i media, le moschee e il sistema giuridico, sono tutti organi di questo sistema repressivo.
I licei sono controllati da telecamere di sorveglianza. Le Università somigliano a caserme. Il fascismo religioso controlla anche la vita privata del popolo iraniano.
 
La seconda ragione è l’aiuto dei governi occidentali.
Se questi non avessero aiutato i mullah, il loro regime, non avrebbe resistito fino ad oggi. Il termine accondiscendenza non descrive a fondo questa politica. Da un lato i governi occidentali bloccano il cammino della resistenza con la lista nera delle organizzazioni terroriste, e dall’altro danno il via libera al regime e ai suoi alleati in Iraq, contro i residenti di Ashraf. Nello stesso tempo osservano in silenzio l’ondata di repressioni e di esecuzioni nel Paese. Per tanto, i governi occidentali, partecipano in pratica alla repressione del popolo iraniano. Per far fronte a questa oppressione del fascismo religioso, il popolo iraniano ha bisogno di un movimento organizzato, al fine di guadagnare la sua libertà. La politica occidentale accompagna il regime nella repressione di questo movimento.
Con l’etichetta di terrorismo, hanno prolungato la vita dei mullah.
 
Non avete dimenticato i sollevamenti del 2009 in Iran. Alcuni affermano che, quell’anno, gli Stati Uniti fossero neutrali. Sfortunatamente questo non è vero. Proprio nel momento della rivolta popolare, gli Stati Uniti, hanno trasferito la protezione di Ashraf, in Iraq, ad un governo fedele a Khamenei.
Questo è stato il più grande regalo fatto ai mullah. Senza questa delega, Khamenei, non avrebbe potuto attaccare Ashraf nel 2009, e di conseguenza il contesto delle rivolte in Iran sarebbe stato molto diverso.
Alcuni si chiedono il perché di questa politica così sbagliata?
Tocca agli Stati Uniti rispondere, dal momento che perseverano in questa politica, a costo di danni immensi per il popolo iraniano; come nel passato: con il colpo di Stato contro Mossadegh nel 1953, il loro deciso sostegno allo Shah, o lo scandalo dell’Irangate negli anni ’80.
Nel 1997 hanno inserito l’OMPI sulla loro lista delle organizzazioni terroriste internazionali, allo scopo di rafforzare i cosiddetti moderati in seno al fascismo religioso. Recentemente infine, hanno voltato la faccia alle loro stesse responsabilità di fronte ai residenti di Ashraf, allo scopo di compiacere il regime dei mullah e i suoi alleati in Iraq.
 
Alcuni si chiedono perché, da un lato, i governi occidentali hanno sanzionato i mullah, mentre d’altro lato fanno pressione sulla Resistenza. Perché questa contraddizione?
 
Infatti, finché i governi occidentali incatenano la Resistenza, le sanzioni non potranno avere nessun crisma di serietà. L’OMPI è la forza del cambiamento.
Fin quando la forza di questo cambiamento sarà incatenata, nessuna misura contro il regime sarà efficace.
Nel 2010, otto Paesi europei si trovavano nella lista dei primi 15 esportatori in Iran. Questi hanno venduto un totale di 12.000 prodotti all’Iran. Si tratta nella quasi totalità di prodotti industriali. I mullah equipaggiano le loro industrie militari e nucleari con questi prodotti. Inoltre, la maggior parte, sono acquistati da imprese legate ai Pasdaran.
 
 La Resistenza ha dimostrato la sua legittimità
 
Nonostante queste pressioni, la resistenza iraniana, ha perseverato nella sua azione e ha dimostrato la sua legittimità e la sua base popolare.
Fortunatamente, e in contrasto coi loro governi, diversi parlamentari occidentali, eminenti personalità americane ed europee, hanno partecipato ad una vasta campagna di sostegno alla libertà del popolo iraniano e per la difesa di Ashraf.
Essi sono i simboli della dignità della nostra epoca. È grazie a loro che noi abbiamo imparato a conoscere l’Europa e gli Stati Uniti. Poiché essi rappresentano la fedeltà alla democrazia e agli autentici valori umani dell’Occidente.
 
La dittatura in Iran sta giungendo al termine, ed è certo che tutti coloro che la aiutano subiranno uno scacco. La radiazione dell’OMPI dalla lista nera americana e la garanzia di protezione dei residenti di Ashraf, fino alla composizione finale della loro situazione, rappresentano, attualmente, il criterio più oggettivo per valutare la posizione degli Stati Uniti.
Chiamo anche il governo svizzero, in quanto garante delle convenzioni di Ginevra, a prendere delle misure urgenti per assicurare la protezione di Ashraf.
 
Nonostante tutte queste pressioni, non c’è alcun dubbio che la dittatura dei mullah sarà rovesciata dalla volontà del popolo iraniano e della sua resistenza organizzata.
 
Prevedo che un giorno, Teheran, non sarà più la capitale della repressione e dell’esportazione del terrorismo. Sarà la città dei diritti dell’uomo, una fonte d’ispirazione per l’uguaglianza tra donne e uomini. Una città senza esecuzioni sommarie né torture, una città esemplare per l’ONU e le organizzazioni internazionali, e la cittadella della libertà e della democrazia.
 
Io credo con tutto il cuore nella venuta di questo giorno.
 

 

 

 

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