sabato, Novembre 26, 2022
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Iran, un popolo sempre in lotta

Ogni sistema politico che non ha l’appoggio del suo popolo, lo cercherà altrove

di Esmail Mohades

Che storia quella di questo antico Paese, di questo antico popolo! Mentre nel 1979 milioni di iraniani in piazza decretarono la fine della dittatura monarchica, fu il presidente francese Valéry Giscard d’Estaing a convincere il suo omologo americano Jimmy Carter a mollare lo sciah e appoggiare l’ayatollah Khomeini.

Infatti su proposta di Giscard d’Estaing, all’epoca presidente della Repubblica francese, si riunirono tra il 5 e l’8 gennaio 1979, nell’isola di Guadalupa in America centrale, il presidente americano Carter, il cancelliere tedesco Helmut Schmidt, il primo ministro inglese Callaghan e appunto Giscard d’Estaing. La conferenza durò tre giorni e fu fatale per Mohammad Reza Shah. Il presidente francese aveva intenzione di convincere i suoi amici della sorte del monarca iraniano. Come racconterà in seguito, con grande stupore trovò gli inglesi e soprattutto gli americani più che convinti del tramonto definitivo dello sciah di Persia.

Che storia codesta di un popolo mai domo che, per poterlo governare, bisogna tagliargli la lingua e metterlo in catena. Che popolo, che confonde la sua generosità con la fiducia che ripone, più volte, in mani sconosciute e rivelatesi assai più sanguinarie di quelle precedenti. Quando, nel 539 a.C., Ciro il Grande conquistò la città di Babilonia liberò gli schiavi, dichiarò la tolleranza religiosa e stabilì l’uguaglianza tra le razze. Questi ed altri decreti furono incisi su un cilindro di argilla cotta, nota oggi con il nome di Cilindro di Ciro. Quest’antica incisione è stata ora riconosciuta come il primo documento al mondo sui diritti umani. È tradotta nelle sei lingue ufficiali delle Nazioni Unite e le sue clausole equivalgono ai primi quattro articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Mentre oggi nella terra dell’Iran la sua gente, soprattutto le donne, non hanno il diritto di scegliere cosa indossare. Quale sorte per un grande ed antico Paese, quale sorte per gli iraniani! Nell’era moderna della storia della Persia ci sono stati due parametri che hanno incatenato il Paese e il suo popolo: le ingerenze straniere e le pedine interne; le prime avide e spietate, le seconde corrotte e insaziabili.

In Iran già nell’Ottocento il despota di turno governava il Paese con una brutale oppressione, ma l’appoggio del Paese straniero gli era fondamentale. Nel primissimo Novecento, dopo una lotta durissima, la Persia ebbe la possibilità di avere una costituzione e un parlamento; Mohammad Ali Shah prima fece bombardare dai cosacchi il palazzo del parlamento con l’appoggio dei russi e dopo riempì il parlamento, resistito ai cannoni, di elementi incapaci e corrotti con l’aiuto della Gran Bretagna. Il risultato fu un paese affamato e nel caos totale. Toccò al fondatore del regime Pahlavi, Reza Shah, a metà degli anni Venti dello scorso secolo, salire al trono grazie agli Inglesi; salvo poi scoprirsi non più funzionale, alla vigilia della seconda guerra mondiale, al progetto inglese. Allora toccò a Mohammad Reza Shah impadronirsi della sovranità dell’Iran. Fu il pavido Mohammad Reza Shah che si spaventò di fronte al processo di democratizzazione di Mossadeg; ma i suoi nuovi amici di oltre oceano, con un golpe nell’estate del 1953, restituirono la corona al Re dei re, nel frattempo fuggito a Roma.

Seguirono anni di sudditanza agli interessi della nuova superpotenza mondiale ed anni di terrore per gli oppositori. Mohammad Reza shah e la sua Savak – la feroce polizia segreta – insieme al fiume di petrodollari, portarono il Paese allo stremo, scoppiato in una rivoluzione che, tra la fine del ‘78 e l’inizio del ‘79, arrivò come il riscatto del popolo. Milioni di iraniani invocarono nelle strade la loro libertà. Perché quella magnifica e poderosa rivoluzione, una risposta radicale a problemi radicali della società iraniana, prese la direzione che consegnò la leadership al clero? Una società politicamente chiusa e repressa, qual era quella iraniana prima della rivoluzione, poteva immaginarsi un altro destino?

Gli iraniani sono sicuramente desiderosi di autodeterminazione, che ai nostri giorni si traduce in democrazia, quella sostanziale e senza alcun aggettivo. Fa sicuramente sorridere l’iraniano medio l’ambiguo concetto di “esportazione della democrazia”. Altrettanto è vero che il regime teocratico al potere in Iran non ha, per nulla, la democrazia nelle sue corde. Ecco il dramma del popolo iraniano e, se vogliamo, del regime che lo governa. Lasciamo agli avventati scienziati, non senza secondi fini, di discutere a ruota libera della compatibilità dell’Islam con la democrazia. Chi non comprende che la questione centrale del Medio Oriente, dell’Iran, è la laicità, se non vive tra le nuvole, se non appartiene alla categoria delle anime belle, se non ha spento definitivamente il lume della ragione, ha il torbido scopo di pescare nel fango dei popoli mediorientali. In realtà l’atipico regime teocratico fondato da Khomeini ha poche chance di sopravvivere nel mondo di oggi, ma i governi democratici occidentali, compresi i suoi mass media liberi, insistono nell’affermare il contrario, a costo dell’immane sofferenza degli iraniani.

Ogni sistema politico che non ha l’appoggio del suo popolo, lo cercherà altrove. Il regime al potere in Iran, che solo per poco tempo dal suo insediamento fu sostenuto, riuscirà a trovare l’appoggio nei Paesi stranieri, normalizzando i suoi rapporti con questi, massacrando il suo popolo. L’insediamento di Rouhani e la sua “apertura” sono costati al popolo iraniano più di tre morti per impiccagione al giorno. Passano trentacinque anni da quell’11 febbraio quando lo speaker della tv di Stato annunciava la caduta del regime monarchico e auspicava un futuro pieno di libertà, parola forse più pronunciata in assoluto dai persiani nella loro storia contemporanea. Libertà come un adorato amante, sognato e mai raggiunto! Ma dopo decenni possiamo affermare con le parole dell’ayatollah Montazeri – un uomo di sicura autorevolezza nella gerarchia religiosa dell’Iran, successore di Khomeini designato e poi caduto in disgrazia, poche settimane prima della sua morte, avvenuta nell’estate del 2009 – che il regime al potere in Iran non è né una repubblica, né islamico. Possiamo affermare – e chiedere che su ciò si rifletta – che il problema del Medio Oriente e dell’Iran è la laicità dello Stato e la democrazia e non la religione. Possiamo sommessamente chiedere ai mass media dei Paesi liberi e democratici di lasciare gli stereotipi ai tabloid ed offrire analisi basate, non solo su bagarre interne al regime teocratico per fette di potere, ma sulla lotta di un popolo che, in Iran, è in atto da più di un secolo.

Link del articolo: http://www.opinione.it/esteri/2014/02/13/mohades_esteri-13-02.aspx

 

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