
I pensionati di Shush, nell’Iran meridionale, hanno organizzato una manifestazione il 19 ottobre 2025
Una tempesta di proteste ha travolto l’Iran il 18 e 19 ottobre 2025, rivelando il profondo e irreversibile decadimento della teocrazia al potere. Dalla capitale, Teheran, a città come Isfahan, Ahvaz e Zahedan, un boato unitario di dissenso si è levato da ogni segmento della società iraniana. Non si è trattato di una serie di proteste isolate, ma di un referendum nazionale contro un regime caratterizzato da corruzione sistemica, catastrofica cattiva gestione economica e brutale repressione.
Pensionati, fornai, studenti, infermieri e familiari di condannati a morte sono scesi in piazza, e le loro azioni hanno dipinto un quadro chiaro di una nazione spinta al limite. Le proteste dimostrano il completo fallimento del regime al potere nel rispondere ai bisogni più elementari della popolazione.
October 19—Kermanshah, western Iran
Retirees of the Social Security Organization rallied against poverty, repression, and systemic injustice, denouncing corruption and neglect by authorities.
They chanted: “What happened to this wealthy country?"#IranProtests pic.twitter.com/3Q7pgy7p3O— People's Mojahedin Organization of Iran (PMOI/MEK) (@Mojahedineng) October 19, 2025
Il crollo economico: una polveriera di rabbia popolare
Il catalizzatore immediato di molte di queste proteste è un crollo economico totale, simboleggiato dal crollo della moneta nazionale, con il dollaro che ha raggiunto la sorprendente cifra di 100.000 toman. Questa iperinflazione ha reso i risparmi inutili e ha spinto milioni di persone in povertà assoluta.
I pensionati, che hanno dedicato la loro vita alla costruzione del Paese, sono ora in prima linea nelle proteste. A Shush, i loro slogan colpiscono il cuore della crisi: “Dollaro a 100.000 toman, le nostre vite sono rovinate!”. Questo sentimento ha trovato eco in tutto il Paese. A Isfahan, i lavoratori siderurgici in pensione hanno gridato: “Un Paese ricco, ma le nostre vite sono rovinate”, mentre i pensionati dell’industria petrolifera a Teheran hanno chiesto le dimissioni dei funzionari. Ad Ahvaz, i manifestanti hanno dichiarato: “Né il parlamento né il governo si preoccupano del popolo”.
Forse la protesta più schiacciante è stata quella dei pensionati di Kermanshah, che hanno smantellato la propaganda di lunga data del regime, gridando: “Il vero problema è la corruzione interna, non i nemici stranieri”.
Questa disperazione economica ha anche scatenato proteste tra coloro che forniscono il prodotto di base più essenziale del Paese: il pane. I fornai di Teheran hanno marciato contro mesi di sussidi non pagati e corruzione dilagante, citando le pratiche fraudolente dell’azienda statale “Nanino”. Il loro grido era una dura accusa alle priorità del regime: “Abbiamo lavorato per anni per sfamare la gente, ora siamo noi ad avere fame!”.
October 19—Tehran, Iran
Bakery workers rallied outside bakers' union and marched toward the governor’s office, protesting unpaid subsidies, soaring flour prices, and corruption in the state-backed “Nanino” company tasked with managing flour distribution.#IranProtests pic.twitter.com/UlR2xN4M2h— People's Mojahedin Organization of Iran (PMOI/MEK) (@Mojahedineng) October 19, 2025
La risposta del regime: manganelli, bulldozer e promesse non mantenute
Di fronte a queste richieste legittime e pacifiche, il regime clericale ha risposto con gli unici strumenti di cui disponeva: violenza, crudeltà sistematica e inganno.
In una terrificante dimostrazione di brutalità a Teheran, le famiglie dei condannati a morte si sono radunate fuori dal palazzo del “parlamento” (Assemblea Consultiva Islamica). La loro protesta pacifica, scandita da slogan come “No alle esecuzioni”, è stata accolta con un violento assalto da parte delle forze di sicurezza, che hanno aggredito le famiglie in lutto con i manganelli. Questo atto smaschera un regime che teme persino le suppliche dei suoi cittadini più vulnerabili.
A Zahedan, la sistematica persecuzione delle minoranze etniche da parte del regime è stata pienamente dimostrata. Il 18 ottobre, agenti della Fondazione per le Abitazioni, senza preavviso legale o ordine del tribunale, hanno utilizzato ruspe per demolire le case delle famiglie baluci nel villaggio di Hassanabad. I residenti, tra cui donne e bambini, sono rimasti senza casa dopo che i loro risparmi di una vita sono andati in fumo.
Questa ingiustizia sancita dallo Stato è diffusa. A Rasht, i richiedenti del Piano nazionale per le abitazioni hanno protestato contro anni di ritardi e aumenti illegali dei prezzi da parte della Fondazione per le Abitazioni del regime. Allo stesso modo, i residenti di Ilam hanno protestato contro anni di promesse vuote da parte dei funzionari comunali, dichiarando che la loro pazienza era finita. Questi episodi rivelano un governo che non solo non provvede ai propri cittadini, ma li sfrutta attivamente.
October 19—Isfahan, central Iran
Retirees of the steel industry rallied and marched to protest worsening living conditions, low pensions, crushing inflation, and the regime's indifference to their woes.#IranProtests pic.twitter.com/62qHeNqozr— People's Mojahedin Organization of Iran (PMOI/MEK) (@Mojahedineng) October 19, 2025
I pilastri della società uniti contro la teocrazia
Fondamentalmente, le proteste hanno galvanizzato professionisti essenziali e i giovani del Paese, settori della società che il regime non può permettersi di alienare.
A Kermanshah, gli infermieri hanno annunciato il boicottaggio delle cerimonie ufficiali della “Giornata dell’Infermiere”. Adducendo come scusa mesi di straordinari, bonus e benefici non retribuiti, hanno minacciato di ricorrere a tutti i mezzi legali di protesta, compresi gli scioperi. Questo rappresenta un fallimento catastrofico nel sostenere gli operatori sanitari vitali per il Paese.
Nel frattempo, le Università iraniane continuano a essere centri di resistenza. Il 18 ottobre, gli studenti dell’Università Khajeh Nasir di Teheran hanno protestato contro la disastrosa qualità del cibo e il trattamento umiliante da parte dei funzionari. La loro protesta non riguarda solo il cibo; è una denuncia della sistematica mancanza di rispetto mostrata nei confronti delle future generazioni del Paese.
October 19—Tehran, Iran
Retirees of the oil industry gathered in front of the Oil Ministry, to denounce incompetence and demand justice, respect, and dignity.
Protesters chanted: “Resign, resign!”#IranProtests pic.twitter.com/y0183hq1hz— People's Mojahedin Organization of Iran (PMOI/MEK) (@Mojahedineng) October 19, 2025
Queste proteste sono un verdetto chiaro e innegabile pronunciato dal popolo iraniano: il regime clericale è illegittimo, fallito e incapace di riformarsi. Lo slogan scandito dai pensionati di Kermanshah – che il nemico non è all’estero, ma nella corruzione interna – è diventato la verità fondamentale di questo movimento nazionale.
Il ricorso del regime a manganelli e bulldozer è un segno non di forza, ma di debolezza insanabile. Rivela una classe dirigente terrorizzata dal proprio popolo. Questa resistenza diffusa e multisettoriale è la vera voce dell’Iran. È un movimento alimentato dalla richiesta di dignità fondamentale, giustizia economica e libertà politica, un movimento che non può essere messo a tacere e che testimonia l’incrollabile determinazione del popolo iraniano a rivendicare il proprio Paese e a fondare una repubblica democratica.
