
Università di Teheran, 22 febbraio 2026 — “Il sangue versato non può essere lavato via”, cantano i manifestanti
L’altopiano iraniano è attualmente teatro di una sfida senza precedenti, mentre la rivolta nazionale entra nel quinto giorno critico di scioperi organizzati guidati dagli studenti. Ciò che è iniziato come un’esplosione di rabbia localizzata si è evoluto in un attacco disciplinato e nazionale ai fondamenti ideologici della dittatura clericale. In tutta la capitale e nei principali centri provinciali, la “gioventù ribelle” ha trasformato i campus universitari in zone liberate, paralizzando di fatto la macchina educativa e amministrativa del regime.
Dai cancelli dell’Università di Teheran ai corridoi industriali dell’Università Tecnologica di Isfahan, l’aria è densa di odore di ribellione. Gli studenti sono andati oltre le semplici richieste riformiste, adottando lo slogan strategico “No scià, No sceicco – Democrazia e Uguaglianza”. Questa cristallina demarcazione politica rifiuta sia la monarchia ereditaria del passato sia l’attuale sistema del velayat-e faqih, segnalando una sofisticata maturità politica all’interno della resistenza. A Isfahan, lo slogan “Khamenei lo Zahhak, ti trascineremo sottoterra” è diventato un grido di battaglia, che riecheggia la storica caduta dei tiranni.
La macchina repressiva del regime ha risposto con misure disperate. A Shiraz, le strade intorno a Eram e all’Università sono state invase da furgoni delle “Unità Speciali” e agenti in borghese nel vano tentativo di impedire gli assembramenti. Nonostante ciò, lo sciopero rimane intenso. I funzionari statali sono ora costretti ad ammettere la portata della paralisi; Fatemeh Mohajerani, portavoce dell’amministrazione Pezeshkian, ha ammesso lunedì che la “rabbia ardente” della società è innegabile e che i processi educativi sono stati gravemente interrotti a causa dell’assenteismo degli studenti.
February 25—Tehran, Iran
Students at Tehran University (central campus) held protest rally, commemorating the martyrs of the January uprising and chanting anti-regime slogans:
"We did not sacrifice lives to compromise and praise the murderous supreme leader!"
"For every person… pic.twitter.com/lUaZBDLP9f— People's Mojahedin Organization of Iran (PMOI/MEK) (@Mojahedineng) February 25, 2026
L’Università come coscienza di una nazione
La geografia della rivolta si è ampliata fino a includere le Università Al-Zahra, Sharif, Amirkabir, Nazionale (Beheshti), Khajeh Nasir e quelle di Arte e Architettura. Gli studenti dell’Università di Al-Zahra hanno risposto duramente ai tentativi di riconciliazione del regime, gridando: “Non abbiamo sacrificato vite umane per scendere a compromessi e lodare la ‘Guida’ assassina”.
Questo sentimento è stato rafforzato all’Università Pardis di Teheran, dove i giovani hanno dichiarato il 2026 “l’anno del sangue” per Ali Khamenei, giurando che il ciclo di omicidi non farà altro che moltiplicare il numero di coloro che si oppongono alla dittatura.
I media statali nazionali, tradizionalmente portavoce dei mullah, stanno ora lanciando l’allarme per il crollo dell’autorità del regime. Il quotidiano Sharq ha confermato che almeno 180 studenti nella sola Teheran sono stati convocati presso le commissioni disciplinari dal 23 febbraio, e a molti è stato vietato l’accesso al campus tramite SMS. Etemad ha riportato cifre ancora più sconvolgenti, citando fonti del sindacato degli insegnanti che affermano che 220 studenti sono stati uccisi negli ultimi mesi, una cifra che il Ministero dell’Istruzione continua a negare patologicamente.
La catastrofe economica che alimenta questo incendio ha raggiunto il punto di rottura. I dati pubblicati da Towsee-e-Irani rivelano che il “paniere di sussistenza mensile” per una famiglia standard è salito a 65 milioni di toman, con un aumento sbalorditivo del 279% del costo della vita nell’ultimo anno. Con la classe operaia spinta nella povertà assoluta, l’alleanza tra la “gioventù ribelle” e il settore del lavoro è diventata la principale minaccia esistenziale per il regime.
February 25—Mashhad, northeast Iran
Students at Ferdowsi University resumed protests for fifth day. Students chanted the "Ey Iran" anthem in defiance of the regime.#IranProtests pic.twitter.com/kuX0377gjG— People's Mojahedin Organization of Iran (PMOI/MEK) (@Mojahedineng) February 25, 2026
Il sangue dei martiri alimenta il motore della rivoluzione
La rivolta non è più confinata alle ore diurne delle proteste nei campus. A Teheran, Nahavand e Anbarabad, le commemorazioni del quarantesimo giorno (Chehelom) per i martiri della rivolta del gennaio 2026 sono diventate trampolini di lancio tattici per un’ulteriore resistenza. A Teheran, il fratello del caduto Saeed Heydari si è rivolto a una folla in lutto, affermando: “Ho ereditato il suo coraggio; giuro sul suo sangue puro che mi vendicherò di ogni singola persona che ha sparato ai figli di questa terra”.
Ad Anbarabad, migliaia di persone si sono radunate per onorare Marziyeh Kamali, una studentessa di Medicina beluci di 21 anni, giustiziata per le strade di Kerman dalle forze di sicurezza con pallini di piombo. Queste cerimonie, caratterizzate da applausi di sfida e cori di “Un iraniano muore ma non accetterà l’umiliazione”, servono come costante promemoria alla dirigenza clericale che le sue tattiche basate sulla paura hanno fallito. Persino il capo della Corte Suprema, Mohammad-Jafar Montazeri, è stato costretto a riconoscere la profondità dell’odio popolare, osservando cinicamente che il regime “è abituato a essere maledetto”.
La strategia del regime di “virtualizzare” le lezioni per svuotare i campus si è ritorta contro di sé. All’Università di Kharazmi, gli studenti hanno avvertito che se le lezioni fossero state trasferite online, i loro slogan sarebbero diventati “ancora più aggressivi”. La dittatura clericale si trova ora intrappolata tra una società che ha perso la paura e un’economia che non riesce più a sostenere il suo apparato repressivo.
Gli studenti iraniani sfidano le forze del regime nel quarto giorno di proteste
Flashback sulla rivolta di gennaio
L’attuale slancio è un’escalation diretta delle battaglie cruciali del gennaio 2026, che hanno infranto le tradizionali barriere di contenimento del regime. Le proteste hanno privato i mullah delle loro ultime vestigia di legittimità. I “giovani ribelli” di oggi sono i diretti successori di coloro che hanno resistito a gennaio, trasformando ogni funerale in una nuova linea del fronte. Il passaggio dalle battaglie di piazza di gennaio agli attuali scioperi universitari organizzati dimostra che il movimento è entrato in una fase permanente e strutturale di rivoluzione che nessuna citazione disciplinare o cordone di sicurezza può estinguere.
