venerdì, Dicembre 2, 2022
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Iran – Behzad Naziri racconta la sua esperienza sulle atrocità del regime iraniano

La seconda e la terza puntata del programma della TV Al Arabiya “Hellish Era” (Era Infernale) è stata dedicata ad un’intervista con Behzad Naziri, membro del Comitato Affari Esteri del CNRI.

Naziri ha parlato del martirio di sua sorella Geitei, della sua fuga dalle prigioni del regime e dell’arresto di suo padre.

Al Arabiya: Behzad ha tenuto qualche immagine di lui e di sua sorella Geitei, giustiziata 40 giorni prima dell’arresto di Behzad  all’età di 24 anni. Nonostante siano passati 30 anni e sia fuggito dall’Iran, la durezza della prigione e la tristezza nei suoi occhi quando guarda la sorella sono ancora con lui. La storia della rivoluzione in Iran è, prima di tutto, la storia di Behzad e Geitei.

Behzad Naziri: Khomeini iniziò abolendo tutte le libertà che erano state conquistate con la rivoluzione. Ad esempio le donne erano molto attive nella rivoluzione iraniana. Noi due eravamo sostenitori dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI/MEK) a quel tempo.

Quando iniziò la guerra Iran-Iraq mia sorella fu inviata come reporter in teatro di guerra e persino al fronte. Preparò delle video clips e tenne persino delle mostre fotografiche a Tehran sulle condizioni delle popolazioni colpite dalla guerra. Era molto attiva in campo culturale e amava la musica. Era una poetessa. A Febbraio 1982 venne portata nella famigerata prigione di Evin. Io ero ancora un reporter a quel tempo e quando mia sorella venne arrestata io accompagnavo dei reporters francesi nelle loro varie attività. Cinque mesi dopo l’arresto di mia sorella venni arrestato anch’io. Io fui arrestato il 25 Giugno 1982. Mia sorella fu giustiziata a Maggio 1982.

Quaranta giorni dopo l’esecuzione di mia sorella, con mia madre distrutta psicologicamente a causa dell’esecuzione di sua figlia che aveva solo 24 anni, fu emesso un mandato di cattura contro di me, fui arrestato dalle guardie rivoluzionarie e poi trasferito alla prigione di Evin. Solo cinque mesi prima ero stato in quella prigione, ma da reporter insieme ad una troupe della stazione TV.

Sapevo a quel tempo che mia sorella, insieme a migliaia di altri prigionieri si trovavano dietro a quelle porte chiuse, ma non potevamo vederli. Vidi uno degli aguzzini di cui avevo letto nei libri.

C’era questo detenuto di nome Shams-ed-din Moqad’dasi. Non potevo vederlo perché ero bendato. Gli chiesi solo il suo nome. Mi disse che era stato costretto a bere tantissima acqua e che aveva lo stomaco molto gonfio. Poi le guardie rivoluzionarie presero a camminargli sullo stomaco con gli stivali, così tutta l’acqua gli uscì dalla stomaco e stava quasi soffocando.

Sono scappato dalle prigioni di Khomeini dopo tre anni. Mi stavano trasferendo per delle cure mediche e avevano dovuto temporaneamente farmi uscire di prigione, così sono scappato. Il regime iraniano prese mio padre in ostaggio. Lasciai frettolosamente l’Iran con l’aiuto della rete della resistenza e del PMOI. Andai a Karachi, in Pakistan, passando per il confine del Sistan-Balucistan. 

Al Arabiya: Behzad Naziri fu arrestato a Tehran nel 1982 mentre stava lavorando per Agence France Presse. Cerca di fare del suo meglio per raccontare le storie degli altri e non la sua. Sente che loro sono gli unici che possono raccontare la storia e questo riapre le sue ferite ogni momento.

Behzad Naziri: Fu nel 1982 che il regime decise di mostrare alcuni prigionieri ai reporters. A quel tempo in Francia si raccontavano molte storie di atrocità, massacri, esecuzioni e torture nelle prigioni iraniane. Il consiglio Nazionale della Resistenza venne creato a Parigi e Massoud Rajavi si trovava in Francia. Il PMOI era molto attivo nel denunciare le atrocità di Khomeini.

Il regime voleva mettere in piedi uno spettacolo per i giornalisti e far sembrare come se non stesse succedendo nulla nella prigione di Evin. Che tutto era normale. Così io e un gruppo di giornalisti del Canale 1 della TV francese (TWF) e di Agence France Presse (AFP), andammo alla prigione di Evin a Febbraio 1982. Ci mostrarono le sale della prigione di Evin dove avremmo condotto le interviste.

Uno di nome Lajevardi, che in seguito divenne famoso come “il macellaio di Evin” e come uno degli elementi più brutali e sanguinari di Khomeini, aveva il ruolo di procuratore a quel tempo. Lo intervistammo e ci disse: “Qui è tutto normale. I detenuti vengono qui per un periodo e vengono addestrati”. Ci mostrò un gruppo di ragazzi dicendoci che erano detenuti.

Behzad Naziri: A pagina 953 di questo libro (il libro dei 20.000 martiri iraniani) c’è la fotografia di mia sorella su fronte della guerra Iran-Iraq. Era una giornalista e venne inviata laggiù con una troupe della TV Nazionale iraniana per preparare degli reportage. Qui c’è un’altra sua foto: Geitei Naziri a 24 anni. Come può vedere è solo un’immagine tra tante. Qui ci sono le immagini solo degli impiegati degli vari dipartimenti, organizzazioni governative ed ONG. In questo libro vedo le immagini di molti miei amici che erano con me in prigione. Ognuno è nella sua pagina insieme a quelli appartenenti alla stessa fascia sociale.

Questi ovviamente sono solo 20.000 dei 120.000 che vennero giustiziati da questo regime in quegli anni. Questo è il mio amico Mahmoud Bani Naj’jarian. Molti di loro sono stati seppelliti in fosse comuni.

Questa è la fatwa di Khomeini che dice che il PMOI, tutti i suoi membri e sostenitori, sono Mohareb (nemici di Dio) e sono condannati a morte. Per questa fatwa furono giustiziate 30.000 persone.

Di 20.000 dei 120.000 giustiziati in quegli anni, sono stati raccolti i nomi e i dettagli dal social network del PMOI. Provengono da diversi strati della società. Le mostrerò una cosa. Qui c’è una foto di mia sorella e quelle di molti miei compagni di cella. Uno di loro era un avvocato, un altro uno studente, un altro un ex-militare, uno era un campione di atletica, un altro era un semplice operaio, uno era un commerciante del bazaar. Erano tutti miei compagni di cella.

Ricordo ancora i loro nomi. Questi sono solo un accenno dei crimini di quegli anni e io ne porto ancora le cicatrici sul mio corpo e nel mio cuore. Si rinnovano sempre. Le mie cicatrici guariranno solo quando i responsabili di questi crimini affronteranno la giustizia.

Molti miei compagni di cella non uscirono mai di prigione e vennero giustiziati nella strage del 1988, quando Khomeini massacrò 30.000 membri del PMOI. Molti erano miei amici, molti amici miei….

 

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