giovedì, Febbraio 9, 2023
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Intervento della Senatrice Silvana Amati alla conferenza sulla situazione delle donne in Iran

Ringrazio gli organizzatori per avermi invitato a questa importante iniziativa, che precede di pochi giorni la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, il prossimo 25 novembre. Le ricorrenze sono importanti, perché ci ricordano che non dobbiamo abbassare il livello di attenzione ma, non mi stancherò mai di ripeterlo, la loro funzione principale è offrire un’occasione per riflettere e definire concretamente come possiamo fare la nostra parte. 

L’Iran è un grande Paese, che ha avuto una civiltà saggia e tollerante. Come ha ricordato lo scorso dicembre durante un’audizione in Commissione Diritti Umani Maryam Rajavi, presidentessa del Consiglio nazionale della resistenza Iraniana,  il rispetto dei diritti dell’uomo e l’osservanza dei principi di libertà e di eguaglianza fanno parte della religione islamica, della cultura e della storia iraniane. Il fondamentalismo è invece una patologia delle religioni, che ha sempre avuto come base la repressione delle donne.

Proprio nell’antica Persia fu redatto il documento riconosciuto come la prima dichiarazione dei diritti umani, un cilindro di terracotta che riporta i decreti con i quali nel 538 a. C. Ciro il Grande liberò gli schiavi, riconobbe la libertà religiosa e proibì le distinzioni basate sulla razza, dopo la conquista di Babilonia. La versione embrionale dei primi 4 articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, con quasi 2500 anni di anticipo.

Ieri, la Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che condanna le gravi violazioni dei diritti umani in Iran, che sarà sottoposta all’Assemblea Generale il mese prossimo. Vorrei citare alcuni dati del rapporto del 2013 del Relatore Speciale dell’ONU, perché ci aiutino a riflettere su cosa vuol dire, oggi, essere donna in Iran.

Oggi in Iran solo il 16% delle donne svolge un lavoro retribuito, guadagnando in media cinque volte di meno dei colleghi uomini. Per le donne con un alto livello di istruzione il tasso di disoccupazione è tre volte più alto di quello degli uomini. Sulla base del Piano Nazionale per la Popolazione e la Famiglia, i posti di lavoro nel settore pubblico e nel settore privato devono essere assegnati dando la precedenza agli uomini con figli, poi agli uomini sposati senza figli e solo per ultime alle donne con figli. Le donne senza figli o non sposate non sono nemmeno citate.

L’età legale per sposarsi è 13 anni, ma con il permesso di una corte può essere abbassata a 9. Nel 2013, 40.000 spose avevano meno di 15 anni, più di 1500 meno di 10 anni.

In seguito all’adozione del Piano per la Protezione dei Promotori della Virtù si è registrato un aumento delle aggressioni con l’acido, contro donne colpevoli di non indossare correttamente il velo.

Nel 2007 il 62% dei nuovi iscritti all’università erano donne, negli anni successivi diverse facoltà hanno chiuso o fortemente limitato l’accesso alle donne. Nel 2013 la percentuale era già scesa al 48% e continuerà a diminuire.

Il 66% delle donne iraniane è vittima di violenza domestica, ma perché la polizia intervenga è necessario poter dimostrare che gli abusi costituiscano una minaccia alla vita della vittima.

Il 3% dei membri del Parlamento iraniano è donna.

Ogni giorno aumenta il numero delle amministrazioni cittadine che proibiscono alle donne di partecipare a spettacoli come artiste, di lavorare in bar e caffetterie o ristoranti tradizionali.

L’Iran oggi è un Paese dove una donna può essere arrestata con l’accusa di propaganda contro lo Stato per aver provato ad assistere a una partita di pallavolo. E’ successo a Ghavami, 25 anni, doppia nazionalità iraniana e britannica ed una laura alla Scuola di Studi Orientali e Africani di Londra, in carcere dallo scorso giugno. 

Il Paese dove nonostante le mobilitazioni internazionali lo scorso 25 ottobre è stata uccisa Reyhaneh Jabbari, arrestata nel 2007, a 19 anni, per aver ucciso il suo aggressore difendendosi da un tentativo di stupro. L’uomo era un ex agente dei servizi segreti iraniani, che aveva convinto la giovane arredatrice a seguirlo con la scusa di voler ridecorare il suo ufficio. E’ stata condannata a morte dopo un processo in cui non si è tenuto conto della legittima difesa, dell’ambulanza che Reyhaneh chiamò per soccorrere il suo aggressore,  né del bicchiere di aranciata pieno di tranquillanti trovato nella stanza dal medico legale. Per ottenere il perdono della famiglia del suo aggressore avrebbe dovuto accettare di negare il tentativo di stupro subito.

Lo  scorso 29 ottobre, su iniziativa della collega Sandra Zampa, abbiamo inviato una lettera all’Ambasciatore iraniano in Italia, firmata da più di cento parlamentari italiane. Nella lettera esprimiamo solidarietà a tutte le donne iraniane e dolore e rabbia per l’uccisione di Reyhaneh. 

Più volte, già come Ministro degli Esteri, l’Alto Rappresentate della UE per gli affari esteri Federica Mogherini ha ribadito che la difesa dei diritti umani e l’abolizione della pena di morte sono battaglie fondamentali, che non possiamo rinunciare a portare avanti in tutte le sedi possibili. Sottolineo che il programma della Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea include l’impegno del nostro Paese a sostenere l’iniziativa europea per riprendere il dialogo sui diritti umani in Iran.

E’ nostro compito, nelle Istituzioni, vigilare perché la questione dei diritti umani e dei diritti delle donne sia posta al centro di tutte le trattative e delle relazioni del nostro Paese con l’Iran.

 

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