giovedì, Gennaio 26, 2023
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Il panico del regime iraniano per l’approvazione del Sanctions Act da parte del Senato degli Stati Uniti

CNRI – Il regime iraniano ha inviato una lettera al Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon affermando che la recente approvazione del Sanctions Act da parte del Senato americano, viola l’accordo sul nucleare con l’Iran. Intanto il comitato di controllo sull’attuazione del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), presieduto dal presidente Hassan Rouhani, ha tenuto una riunione durante la quale ha annunciato che, se l’Extended Act verrà attuato, gli Stati Uniti avranno violato i principi del JCPOA e perciò dovranno essere presi provvedimenti adeguati. Bisogna precisare che questo comitato è  composto anche dal presidente del parlamento iraniano Ali Larijani, dal Segretario del Consiglio Nazionale Supremo, Saeed Jalili e da Ali Akbar Velayati.

L’agenzia di stampa Fars, legata al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane (IRGC), in risposta al meeting ha pubblicato un articolo dal titolo: “Risolvere la violazione del JCPOA da dietro le porte chiuse!”. L’articolo dice: “Un incontro di due ore non risolverà un procedimento di venti minuti di violazione del JCPOA e nessuna notizia è trapelata sulle decisioni della commissione”.

Intanto Rouhani viene criticato dai media e dagli agenti di Khamenei, mentre le sanzioni sono state prolungate per altri 10 anni.

Il Segretario del Consiglio per Discernimento dell’Interesse del Sistema, Mohsen Rezaee, ha detto: “Il JCPOA si scioglie come la neve e il governo non lo farà dissolvere o diventare inutile”.

L’ex-capo dell’Organizzazione per l’Energia Atomica Iraniana, Fereydoon Abbasi, ha dichiarato inoltre: “Rouhani e Zarif dovranno dimettersi, è il minimo che possano fare ora. I danni provocati dal JCPOA sono molto peggiori della collisione dei due treni che ha provocato le dimissioni del presidente della rete ferroviaria”.

L’ex-capo del Centro di Sviluppo dell’Organizzazione per l’Energia Atomica, Hossein Abniki, ha aggiunto: ” Il governo Rouhani ha distrutto le infrastrutture nucleari. Sarebbe stato meglio chiudere la nostra industria nucleare piuttosto che fargli quello che gli abbiamo fatto. Non c’è nulla di reversibile”.

Il quotidiano Keyhan, affiliato a Khamenei, in risposta al discorso di Rouhani all’Università di Teheran ha scritto: “Ora non si può più fare nulla e le conquiste del JPCOA sono diventate praticamente inutili… invece di scusarsi ora affermano, mentendo, che tutti i dettagli e le procedure erano state discusse e ordinate da Khamenei”.

Anche l’ex-membro del parlamento iraniano Alireza Zakani, ha affermato che il JCPOA è il prodotto delle attività di Rouhani e Larijani e che queste due persone ne sono responsabili.

Un parlamentare legato a Khamenei ha detto inoltre: “Se il Consiglio di Sicurezza avesse rispettato il suo ruolo in tutto questo, sarebbe stato possibile trarre un vantaggio da tutte le risoluzioni, nonostante il fatto che abbiamo dovuto portare la maggior parte dell’uranio arricchito fuori dal paese, sostituire il nucleo del reattore di Arak e trasformare l’impianto Frodo di Arak in un centro di ricerca. Abbiamo inviato grosse quantità di acqua pesante fuori dal paese e in cambio non abbiamo riavuto il nostro denaro bloccato e persino 2 miliardi di nostri dollari sono stati bloccati. Molti introiti della vendita del petrolio non ci sono stati ancora restituiti. Perciò abbiamo anche interrotto le attività delle centrifughe, delle industrie e sconvolto la vita delle persone”.

Zakani ha anche aggiunto: “Ieri il presidente ha detto scherzosamente che gli amici rivoluzionari non devono essere rattristati. Ma ora dobbiamo dire che lei e suoi colleghi dovreste preoccuparvi solo delle prossime elezioni presidenziali, che si terranno fra pochi mesi. Molte promesse elettorali, come l’economia per cento giorni e le promesse non mantenute del JCPOA, sicuramente influenzeranno le elezioni”.

Hamid Rouhani ha detto che la persona che ha mutilato l’economia e chiuso i programmi nucleari non potrà ricevere molti voti dal popolo.

 

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