Il punto 27 Gennaio 2013
Stefano Iannaccone
Iran, elezioni a giugno
I cittadini dovranno scegliere il nuovo presidente. Ahmadinejad non può ricandidarsi e vorrebbe puntare sul suo fedelissimo Mashaei. Ma i rapporti con l’Ayatollah Khamenei sono ai minimi termini. Mentre gli oppositori della Rivoluzione Verde sono destinati a restare ai margini. E a fare da sfondo c’è una pesante crisi economica
CHI SI CANDIDA
Esfandiar Rahim Mashaei è l’unico vero nome in gioco. Il presidente lo ha lanciato come suo successore, trovando la ferma opposizione di Khamanei. Secondo la Guida Suprema, infatti, l’erede designato da Ahmadinejad non sarebbe in linea con i principi della Repubblica Islamica. Lo scontro è destinato a proseguire nei prossimi mesi, a meno che il presidente in carica non decida di puntare al “boicottaggio” del voto. La corsa alla candidatura sarà molto complicata. Le normative assomigliano a un salto degli ostacoli: per partecipare alle elezioni occorre ricevere il via libera da un terzo dei parlamentari. La proposta di candidatura deve poi essere sottoposta ai giuristi islamici, che a loro volta devono concedere l’eventuale placet. Una strategia per eliminare la partecipazione alle presidenziali di figure sgradite al regime. Il ricordo del 2009 è ancora vivo: la sconfitta di Mir-Hosein Musavi scatenò le proteste di piazza dopo la denuncia di brogli elettorali. Il leader riformista è tuttora agli arresti domiciliari e la sua candidatura è talmente improbabile da appartenere alla categoria della fantascienza. Le autorità del regime vogliono perciò tenere la situazione sotto controllo, ancora di più dopo che il fronte conservatore si è frantumato tra islamici e laici. «Ogni fazione ha il suo candidato, e non è chiaro chi sarà vincitore», racconta Hakamian. «Khamenei tenterà di far vincere qualche suo fedelissimo. Rafsanjani cercherà di avvicinarsi al potere di Khamenei e candidare il mullah Rouhani o Khatami. Ahmadinejad proverà a candidare il suo fido Mashaei, che però corre il pericolo di essere estromesso dal veto di Khamenei», analizza ancora il membro della Resistenza iraniana.
E L’ONDA VERDE?
Alla lista manca, e probabilmente mancherà, un esponente della Rivoluzione Verde. «Senza il rovesciamento della totalità del regime teocratico non ci sarà alcun cambiamento in Iran. Il regime iraniano costituirà un reale pericolo non solo per il Medio Oriente, ma per tutto il mondo», annota Hakamian. Le opposizioni puntano a un risultato storico: il cambio del regime con la nascita di un sistema democratico basato sulle libere elezioni. La loro struttura istituzionale prevede la separazione tra Stato e religione: un traguardo che, in confronto all’attuale regime, assomiglia a un miraggio. Anche le parti ritenute più riformiste, infatti, sono assoggettate ai dettami della Repubblica Islamica. «L’opposizione possiede un’estesa rete sociale all’interno del Paese. Ci sono state manifestazioni di protesta, come quelle dell’estate 2009 o lo sciopero del bazar. Ed è pronta a sfruttare le occasioni offerte dalle crisi per rovesciare la totalità del regime dittatoriale al potere in Iran», scandisce fiducioso il componente della resistenza iraniana. La sua analisi tratteggia un Iran diviso a metà tra un regime determinato a reprimere ogni protesta e un costante deterioramento del meccanismo potere. In mezzo si colloca la questione nucleare: l’Ayatollah non vuole cedere alle pressioni occidentali, anche se molti consiglieri chiedono un ammorbidimento con lo scopo di alleggerire le sanzioni dell’Occidente.
CLIMA NEL PAESE
«Il regime dei mullah è impigliato in cinque crisi notevoli, che sono l’esplosivo malcontento dei cittadini, la sollevazione popolare siriana, le lotte all’interno del regime che stanno lacerando il corpo dirigente, la situazione di stallo sul programma nucleare, e la bancarotta dell’economia». Con queste parole la presidente della Resistenza iraniana, Maryam Rajavi, ha descritto il clima nel Paese. La cortina di ferro del regime tende infatti a oscurare la condizione economica. Il mix tra inflazione (secondo le stime riportate dal Jerusalem Post, il rial iraniano in poco tempo ha perso il 50% del valore rispetto al dollaro), disoccupazione e recessione può scatenare di nuovo la popolazione. In una misura addirittura maggiore rispetto al 2009. Le sanzioni economiche stanno dispiegando con potenza i propri effetti. Il contesto ha portato così al pronunciamento della Guida Suprema: «Quelli che danno consigli per le elezioni devono stare attenti a non aiutare il nemico. Non devono dire che le elezioni devono essere libere», ha scandito. Le maglie del regime si stringono, quindi, per scongiurare ondate di manifestazioni. «L’esteso sciopero del bazar di Teheran contro l’inflazione selvaggia è stato affrontato con brutalità dalle forze repressive del regime. Ci sono stati molti arresti. La crisi economica sta diventando una crisi sociale», denuncia Hakamian. In quadro di crisi drammatico tutte «le fazioni del regime, da Khamenei a Rafsanjani e Ahmadinejad cercheranno soluzioni diversissime», osserva ancora il componente della Resistenza. Che sul tema chiosa: «Le prossime elezioni non saranno più una semplice guerra per il potere, ma un’autentica guerra sistemica per la conservazione del regime di velayat-e faghih (governo del giurisperito)».
