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I responsabili del massacro del 1988 in Iran devono essere incriminati

Nell’estate del 1988 il regime iraniano giustiziò, in maniera sommaria ed extra-giudiziale, decine di migliaia di prigionieri politici detenuti nelle carceri di tutto l’Iran. Il massacro fu eseguito a seguito di una fatwa emessa dal leader supremo del regime, Ruhollah Khomeini. Le Commissioni della Morte mandarono al patibolo le vittime dopo processi-farsa.

La stragrande maggioranza delle vittime faceva parte del principale movimento di opposizione, l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI), nota anche come Mujahedin-e Khalq (MEK).
I responsabili di questo crimine contro l’umanità non sono mai stati puniti. Ma, cosa ancora peggiore, alcuni sono stati promossi alle più alte cariche del governo iraniano e della magistratura. Una commissione di esperti e di testimoni discute del massacro del 1988, e della necessità di incriminare a livello internazionale i suoi responsabili, lunedì 15 Luglio 2019, 5° giorno della convention Free Iran ad Ashraf 3, che ospita il MEK in Albania. Aggiorneremo questa pagina con le ultime notizie dalla commissione.

I fatti:
• Più di 30.000 prigionieri politici furono massacrati in Iran nell’estate del 1988.
• Il massacro venne compiuto a seguito di una fatwa di Khomeini.
• La stragrande maggioranza delle vittime era composta da attivisti del movimento di opposizione del PMOI (MEK).
• Una Commissione della Morte approvava tutte le condanne a morte.
• Alireza Avaei, membro di una Commissione della Morte, è oggi Ministro delle Giustizia di Hassan Rouhani.
• Gli autori del massacro del 1988 non sono mai stati assicurati alla giustizia.
• Il 9 Agosto 2016 è stata resa pubblica per la prima volta una registrazione audio del successore designato di Khomeini, nella quale ammetteva che il massacro stava avendo luogo e che era stato ordinato ai massimi livelli.
Ashraf 3 in Albania lunedi 15 luglio 2019.

Maryam Rajavi, Presidente eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI) parla alla conferenza del massacro del 1988.

Behzad Naziri

Dopo che la leader dell’opposizione iraniana Maryam Rajavi ha esortato la comunità internazionale a porre fine all’impunità degli esponenti del regime iraniano, per il loro ruolo in questo crimine contro l’umanità, il membro del CNRI ed ex-prigioniero politico in Iran Behzad Naziri da’ il benvenuto agli ospiti presenti oggi per discutere del massacro del 1988.
Il noto giurista spagnolo Juan Garcés alla conferenza sul massacro del 1988 in Iran ha detto:
“Il caso del massacro del 1988, è il caso di un crimine contro l’umanità. Non solo venne violato il codice penale iraniano, ma anche le norme internazionali che vennero calpestate durante e prima di questo crimine”.

Juan Garcés

“Dobbiamo conoscere i fatti, i responsabili, i diritti calpestati e quale tribunale è qualificato per affrontare questo caso. Voi avete diritto alla verità. Avete diritto ad un risarcimento e diritto alla giustizia”, ha proseguito Juan Garcés.
“La corte di giustizia e le indagini non possono essere localizzate in Iran. Anche se non è possibile svolgere queste indagini in Iran esistono altri strumenti, come la Corte Penale Internazionale e le corti di giustizia di altri paesi. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è qualificato per creare un tribunale”, ha sottolineato.
“Molti fatti dimostrano che il massacro del 1988 è un crimine con continua ancora oggi. Il che vuol dire che la CPI, fondata dopo che questo crimine è stato commesso, è qualificata per occuparsi di questo caso”, ha ulteriormente chiarito Garcés.
“Il lavoro della magistratura è difficile, le condizioni politiche stanno cambiando e possono diventare favorevoli a questo crimine. Tuttavia, le leggi internazionali non riconoscono l’amnistia che questi regimi si sono concessi dopo aver commesso questi crimini. Dobbiamo cercare una corte di giustizia che indaghi su questo caso e che assicuri i responsabili alla giustizia. Sono sicuro che sarete vittoriosi”, ha concluso.
Tahar Boumedra, ex-capo dell’Ufficio Diritti Umani dell’UNAMI e Rappresentante dell’Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani in Iraq, alla conferenza ha detto:

“All’interno di un’associazione internazionale di avvocati fondata a Londra, Justice for the Victims of the 1988 Massacre in Iran (JVMI), stiamo raccogliendo le prove sui possibili persecutori dei prigionieri politici e sui responsabili”, ha detto Tahar Boumedra, ex-rappresentante speciale dell’ONU per i diritti umani in Iraq.

Tahar Boumedra

“Abbiamo applicato i criteri d’indagine delle missioni ONU. Abbiamo preso in considerazione prove che siano al di là di ogni ragionevole dubbio. Siamo riusciti ad identificare 70 sospetti autori che sono senza alcun dubbio coinvolti in questo massacro. I documenti sono disponibili. Li abbiamo messi a disposizione delle Nazioni Unite, dell’Alto Commissario per i Diritti Umani e della comunità diplomatica”, ha aggiunto.
“Abbiamo identificato i responsabili. Maryam Rajavi ha appena parlato del tipo di crimine commesso. Avvocati internazionali, come Geoffrey Robertson, hanno classificato il massacro del 1988 non solo come un crimine contro l’umanità, ma anche come un possibile genocidio”, ha proseguito Tahar Boumedra.
“Tra le prove che abbiamo raccolto, pubblicate in un documento separato del JVMI, c’è l’ubicazione delle fosse comuni. Questi siti sono molto ben identificati. Chiunque volesse smentire questi documenti, lo invitiamo ad andare in questi luoghi e a verificare personalmente”, ha aggiunto l’ex-capo dell’ufficio diritti umani in Iraq.
“Abbiamo identificato i fatti, i crimini, gli autori e le vittime. Come dobbiamo procedere ora?”, ha chiesto.
Tahar Boumedra ha raccontato la sua esperienza nel gruppo di giuristi che si è occupato del caso del Gen. Hassan Al-bashir presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel 2010. “È latitante ora. È scappato”, ha spiegato Boumedra.
“Abbiamo identificato 120 paesi che potrebbero tenere il processo penale per crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio. Non stiamo sognando. La situazione cambia”, ha sottolineato.
“In termini di attivismo delle ONG, spetta all’attivismo intrapreso dalle associazioni coinvolte aprire la via all’arresto e all’incriminazione dei responsabili. All’interno del JVMI, dobbiamo mobilitarci di più, dobbiamo essere più persistenti e dobbiamo essere pazienti. Questo tipo di crimine e la sua repressione richiedono tempo. Tuttavia, fintantoché i mullah sapranno che possono essere arrestati e condotti in tribunale, dovranno negoziare ogni volta che vorranno andare da qualche parte”, ha proseguito Boumedra. “Verrà il giorno in cui arresteremo e processeremo queste persone. Lo faremo!”, ha concluso Boumedra.
I sopravvissuti e i testimoni del massacro del 1988 in Iran, ora danno testimonianza dei crimini a cui hanno assistito. Kobra Jokar dice:
“Sono rimasta nelle carceri del regime per sei anni. Le Guardie Rivoluzionarie (IRGC) mi arrestarono nonostante fossi incinta. Venni portata nel carcere di Evin e nelle camere della tortura. Venni trasferita nella Sezione 209. In cella, vidi quattro aguzzini torturare mio marito di fronte a me. E torturarono anche me di fronte a lui”, ha detto Kobra Jokar.

Kobra Jokar

“Qualche giorno dopo lo hanno giustiziato insieme ad altri 75. I suoi torturatori dissero: ‘Volevamo che non vedesse mai suo figlio’. Il regime ha giustiziato 50 donne incinte, compresa Massoumeh, la sorella di Maryam Rajavi. Mi portarono in ospedale, ma poco dopo mi riportarono in carcere nonostante fossi molto malata”, ha aggiunto.
“In carcere non c’erano dottori o medicine per i bambini. Nella sala comune, c’erano solo 15 minuti di acqua calda al giorno e noi la usavao per fare il bagnetto ai bambini. Molti di quei bambini avevano perso i loro genitori”, ha proseguito Kobra Jokar.
“Gli aguzzini interrogavano persino i bambini. Avevano legato una bambina piccola ad una sedia in una camera buia e la torturavano per farle rivelare i nomi degli amici di sua madre”, ha detto.
“Riuscii a fuggire dal carcere nel 1987. Un anno dopo, tutte quelle donne che dividevano la cella con me vennero giustiziate durante il massacro del 1988”, ha aggiunto Kobra Jokar.

“Le radici della nostra speranza e la fede nei nostri leader ci hanno aiutato a superare i momenti bui in carcere e a combattere per la libertà”, ha concluso.
Hengameh Haj Hassan dice:

“Ero un’infermiera a Teheran. Nel 1981 venni arrestata perché ero una simpatizzante del MEK. Avevamo il compito di aiutare le persone ferite dall’IRGC”, ha detto Hengameh Haj Hassan.
“In carcere abbiamo subito torture tremende. Insonnia, celle sovraffollate, dormire nelle bare, ecco cosa abbiamo dovuto sopportare”, ha aggiunto.

Hengameh Haj Hassan

“Ci portarono nelle gabbie. Erano dei piccoli divisori dove potevi solo accovacciarti. Non potevi muoverti, non potevi neanche tossire o starnutire. Se ci muovevamo, venivamo torturate. Eravamo bendate. La mia vista è peggiorata e la mia schiena è ferita. Sono stata operata cinque volte ma ancora non mi sono ripresa”, ha proseguito Haj Hassan.
“Quando venivamo fuori dalle ‘gabbie’ i nostri amici non ci riconoscevano. Quando eravamo nelle gabbie, i nostri aguzzini trovavano qualunque scusa per torturarci”, ha sottolineato.
“I torturatori ci dicevano che saremmo morte lì. Avevamo solo tre minuti al giorno per andare in bagno. Non riuscivamo neanche a lavarci i denti. Il cibo che ci davano era poco e lurido. Di notte, quando ci permettevano di dormire, accendevano gli altoparlanti e ci facevano sentire le canzoni tristi del regime”, ha aggiunto Haj Hassan.
“I nostri aguzzini volevano spezzare la nostra volontà e la nostra forza perché abbandonassimo la nostra lotta. Decisi che gli avrei dato una lezione e mostrato chi eravamo. La mia amica Shekar venne arrestata con me e giustiziata nel 1988 dopo aver subito torture e la gabbia”, ha proseguito.

“Decisi di prepararmi a giorni durissimi. Organizzai meticolosamente il mio programma quotidiano. Ripassavo tutte le materie scolastiche, tutte le poesie che sapevo, tutte le canzoni. Avevo un programma di esercizi fisici. Non ci permettevano di muoverci, ma io facevo esercizio nella mia mente”, ha detto Haj Hassan.
“La notte, quando non potevamo dormire per gli altoparlanti, mi allenavo ad ignorare quei rumori e ad andare nei luoghi piacevoli dei miei ricordi”, ha aggiunto.
“I momenti più duri erano quando sentivo la solitudine. Pensavo a Dio, pensavo al mio leader, Massoud Rajavi. Parlavo con lui e così non mi sentivo più sola”, ha proseguito Haj Hassan.
“Gli aguzzini pensavano di spezzare la nostra volontà con la tortura. Ma ci hanno solo reso più forti, perché abbiamo capito che questo dimostrava che quello che facevamo era giusto”, ha aggiunto.
“In carcere ci consideravamo rappresentanti del PMOI (MEK) e consideravamo una nostra responsabilità difendere i suoi valori. Quando sono uscita dal carcere, la prima cosa che ho fatto è stata riunirmi alla mia organizzazione. Questo è un cammino che proseguirò fino alla fine”, ha concluso Hengameh Haj Hassan.

Homa Jaberi dice:

“Sono rimasta nelle carceri del regime per cinque anni ed ho assistito a molte torture. Sono stata arrestata nel 1981 e ho passato molti anni nelle carceri di Gohardasht (Rajai Shahr) e di Evin. Quando il regime non riusciva a spezzare la volontà dei prigionieri del MEK con la tortura, creava un complesso chiamato ‘unità residenziali’”, ha detto Homa Jaberi.
“Era un complesso segreto. Sono rimasta là per 40 giorni. Il primo giorno sono stata brutalmente torturata con fruste e picchiata selvaggiamente. Ci hanno fatte uscire tutte da una stanza, ci hanno bendate e ci hanno detto che ci avrebbero uccise quella notte. Ci hanno torturato per ore, fino a mezzanotte”, ha aggiunto.

Homa Jaberi

“Le mie mani erano gonfie per le frustate. La mia faccia e il mio corpo erano lividi. Gli aguzzini del regime dicevano ‘Nessuno vi sentirà qui. Morirete tutte qui’. Ci hanno tenuto sveglie per molti giorni e non ci lasciavano dormire”, ha proseguito Jaberi.
“Alcune mie amiche sono rimaste in quel posto per sei mesi. Non ci permettevano neanche di gridare durante le torture. Ogni ordine veniva dato con una frustata. Ad esempio: se ci volevano dire che potevamo dormire, lo facevano frustandoci”, ha aggiunto.
“Dopo 40 giorni, mi hanno portata nel carcere di Evin. Alcune mie amiche sono impazzite. Alcune prigioniere non sono riuscite neanche a parlare delle torture che hanno subito. Hanno detto che i loro aguzzini gli facevano fare i versi degli animali e le insultavano. Alcune sono state stuprate”, ha spiegato Jaberi.
“Io ho fede che con la leadership di Massoud e Maryam Rajavi, noi libereremo l’Iran. È stata questa fede che mi ha aiutata a superare le dure condizioni del carcere”, ha concluso.

Il parlamentare giordano Abed Al Masiri

Il parlamentare giordano Abed Al Masiri, in visita al complesso del MEK ad Ashraf 3, in Albania, ha parlato alla conferenza del massacro del 1988 in Iran.
“PMOI (MEK) non è solo un nome. Voi siete una causa e un messaggio. Un grande messaggio. Ho visto gli uomini e le donne del MEK mettere da parte tutto nella loro vita per gli altri. Qualcosa che non avevo mai visto in vita mia. Voi siete amanti della libertà. I mullah sono in catene. Voi siete persone libere”, ha detto il parlamentare giordano Abed Al Masiri. “I regimi dittatoriali verranno gettati nel secchio della spazzatura della storia”.
Ora altri sopravvissuti e testimoni del massacro del 1988 in Iran rendono la loro testimonianza.
Majid Sahebjam dice:
“Ho passato 17 anni in carcere. Il mio crimine era aver sostenuto il MEK. Ho assistito a molte violazioni dei diritti umani. Il massacro del 1988 fu un crimine premeditato e ben pianificato. Alcune delle persone direttamente coinvolte in questo crimine ancora ricoprono alte cariche in posizioni di potere. Il regime ha fatto tutto ciò che era in suo potere per nascondere questo crimine. Non ha neanche rivelato i luoghi di sepoltura ai familiari delle vittime”, ha detto Majid Sahebjam.

Majid Sahebjam

“Durante il massacro i giudici facevano una sola domanda, in un processo brevissimo che durava solo pochi minuti. Domandavano del crimine commesso dall’imputato. Pronunciare la parola ‘Mojahed’ era sufficiente a segnare il destino del prigioniero e a spedirlo sul patibolo”, ha aggiunto. (Invece i prigionieri che rispondevano con ‘Monafeq’, che vuol dire ‘ipocrita’, il termine dispregiativo con cui si definisce il MEK, venivano riportati nelle loro celle).

“I prigionieri rinchiusi nelle carceri del regime portano le cicatrici delle torture sui loro corpi. Il massacro del 1988 è stata un’opportunità per il regime di occultare le prove dei suoi orribili crimini. Conosco almeno 20 famiglie che hanno perso due dei loro figli per mano dei boia del regime”, ha proseguito Sahebjam.
“Molti prigionieri avevano 14, 15 e 16 anni quando furono arrestate. Tutti giustiziati in seguito dal regime”, ha spiegato
“Durante il massacro del 1988 decine di sostenitori del MEK avevano già scontato la loro pena. Tuttavia vennero tenuti in carcere perché non rinnegarono il loro appoggio al MEK. Furono giustiziati nel 1988 a causa della loro dedizione alla libertà e ai valori umani”, ha concluso Sahebjam.

Mostafa Naderi, sopravvissuto al massacro del 1988 in Iran dice:
“Ho passato 11 anni in carcere, cinque dei quali in isolamento. Durante il massacro del 1988 ero in ospedale a causa delle torture. Ero svenuto in infermeria quando chiamarono il mio nome per l’esecuzione. È così che sono sopravvissuto”, ha detto Mostafa Naderi.
“Dopo le esecuzioni, quanto ti riportavano in cella, ti chiedevano il nome e controllavano su un taccuino. In quel taccuino tutti i nomi erano sbarrati, il che significava che quelle persone erano state giustiziate”, ha aggiunto.

Mostafa Naderi

“All’inizio non dissero niente delle esecuzioni, affermando che i prigionieri erano andati a far visita alle famiglie. In molte piccole città, neanche una persona è sopravvissuta per raccontare la storia di questo massacro”, ha proseguito Naderi.
“In carcere sono stato barbaramente torturato. Dopo otto mesi di torture, io e altri cinque prigionieri siamo stati portati da un mullah che ci ha detto che saremmo stati giustiziati quella notte. Ci hanno portato sul luogo dell’esecuzione. Ci hanno legato le mani e abbiamo sentito le armi che venivano caricate. Hanno sparato, ma avevano puntato un po’ più in alto delle nostre teste durante questa finta esecuzione. È stata un’esperienza traumatizzante. Un prigioniero è svenuto e un altro ha perso la vista”, ricorda.
“Il massacro del 1988 era stato pianificato due anni prima. Ma il massacro continua ancora oggi. Dobbiamo fermarlo”, ha concluso Naderi.

Mahmoud Royaie, un ex-prigioniero politico dice:

“Ho passato 10 anni nelle carceri del regime. Molti miei amici erano adolescenti quando vennero arrestati. Hanno passato molti anni in carcere e alla fine sono stati giustiziati. Persone che avevano già scontato la loro pena e che erano attese dalle loro famiglie. Ma non li rividero mai”, ha detto Mahmoud Royaie.
“Un mio amico è stato giustiziato cinque anni dopo la fine della sua condanna. Venne mandato al patibolo solo perché aveva difeso il nome dei Mojahed. Molti familiari dei prigionieri morirono dopo aver appreso che i loro cari erano stati giustiziati. Il padre di un mio amico ha avuto un arresto cardiaco quando ha saputo dell’esecuzione di suo figlio. Perciò si potrebbe dire che il regime ha giustiziato persino i nostri familiari”, ha proseguito.

Mahmoud Royaie

“Alcuni di questi parenti ancora fissano le immagini dei loro cari e piangono dopo 30 anni. Alcuni genitori sono impazziti quando i loro figli sono stati giustiziati”, ha aggiunto Royaie.
“Il regime ha giustiziato persino i disabili e gli handicappati. Ma questi prigionieri sono stati coraggiosi quando sono andati al patibolo. Uno dei miei amici ha perso il senno a causa delle torture. Ma quando lo hanno portato dal giudice, a testa alta ha detto: ‘Sono un Mojahed’. È stato giustiziato”, ha spiegato.
“Il massacro del 1988 è stato un disastro nazionale, ma è anche l’orgoglio della nostra nazione. Oggi, persone che non erano neanche nate allora, chiedono giustizia. I membri delle ‘Commissioni della Morte’ fanno parte del governo oggi”, ha ricordato Royaie.
“Quando penso a quei prigionieri coraggiosi, mi sento onorato. Con il movimento per la giustizia sento che loro sono qui con noi, ad Ashraf 3”, ha concluso.

L’ex-Primo Ministro algerino Sid Ahmed Ghozali dice:

“Abbiamo sentito tutti di questi massacri. Oggi le vittime stesse ci parlano. Non possiamo più essere osservatori, sebbene solidali. Dobbiamo essere responsabili. Quando diventiamo testimoni, la legge degli uomini ci vieta di rimanere in silenzio e di non fare nulla”, ha detto l’ex-Primo Ministro algerino Sid Ahmed Ghozali.

Sid Ahmed Ghozal

“Dobbiamo farci una domanda, dobbiamo riflettere, soprattutto con la gente dei paesi arabi. Non possiamo perdonarci se continuiamo ad ignorare tutto questo, dicendoci che l’Iran è lontano e non ci riguarda. I crimini contro l’umanità sono ben definiti nei libri e persino il Corano dice che chiunque uccida anche una sola persona innocente, uccide tutta l’umanità”, ha aggiunto.
“Le leggi degli uomini e di Dio ci vietano di rimanere in silenzio quando diventiamo testimoni. Come ha detto il Presidente del Comitato per la Solidarietà con il Popolo dell’Iran ‘Io invito i miei amici dei paesi arabi a comprendere quello che è avvenuto in Iran e a chiedere giustizia. Noi non vogliamo vendetta, ma vogliamo giustizia”, ha proseguito Ghozali.
“Questa è una nostra responsabilità collettiva. Ci sono migliaia di film sul massacro del popolo ebraico. Dobbiamo avere uno stesso numero di documenti su ciò che abbiamo appena sentito. Non sono mai stato torturato, ma sento un dolore immenso quando sento queste testimonianze. Donne incinte uccise. Bambini uccisi nel ventre delle loro madri”, ha concluso. “Questo è stato un silenzio pesante. Non basta versare lacrime. Dobbiamo agire”.
L’ex-Senatore americano Robert Torricelli dice:
“Non avevo mai assistito a nulla di simile a quello che ho sentito oggi. Io appartengo ad una fede e ad una nazionalità differente, ma mi sono impegnato nelle vostra lotta. È difficile trovare qualunque motivo in tutto quello che abbiamo sentito. Sarebbe facile lasciare questa stanza senza nulla nel cuore se non disperazione”, ha detto il Senatore Robert Torricelli.
“C’è stato un momento nella storia dell’umanità in cui la coscienza umana era protetta da queste linee artificiali che disegniamo su queste mappe”, ha aggiunto.

Il Senatore Robert Torricelli

Il Sen. Torricelli ha spiegato come quelli coinvolti in diversi genocidi e crimini contro l’umanità, come l’Olocausto e la Cambogia, siano stati assicurati alla giustizia.
“L’unica possibilità di vivere per i morti è nella memoria dei vivi. Ma è anche una prova per la giustizia. Oggi la vostra responsabilità è quasi insopportabile. Sono incredibili. Ogni uomo o donna è morta non deve essere dimenticata, perché così loro non moriranno e i mullah non conquisteranno la vittoria”, ha proseguito il Sen. Torricelli.
“Combattendo per la rivoluzione, noi combattiamo anche per la giustizia. La tentazione di diventare come loro e di conquistare la giustizia con la canna di un fucile o con un cappio è molto forte. Ma la nostra giustizia sarà secondo la legge, e sarà rapida e sicura”, ha aggiunto.
“C’è solo una giustizia finale. I mullah, i boia e le Guardie Rivoluzionarie, possono essere portate in tribunale ad affrontare la giustizia. Non abbiamo la responsabilità di dare un significato al perché questi martiri siano morti? Saranno confortati dal sapere che sono nei vostri cuori. Ma per quelli che hanno subito il martirio, non c’è in realtà una sola giustizia, cioè distruggere questo regime?”, ha concluso il Sen. Torricelli.
Fereshteh Akhlaghi ha detto alla conferenza:
“Questa mostra è solo la punta dell’iceberg. In soli due anni il regime ha giustiziato 477 giovani e adolescenti, tra cui tre ragazzi di 12 anni. Otto avevano 13 anni. Diciannove avevano 14 anni. Altri 32 avevano 15 anni. Altri avevano tra i 16 e i 17 anni”, ha detto Fereshteh Akhlaghi che ha fatto ricerche sul massacro del 1988 per decenni.

Fereshteh Akhlaghi

“Vennero giustiziate 55 donne incinte. Una di loro venne convocata dal boia che le disse di aver giustiziato il marito e poi le offrì il rilascio se avesse fatto un’intervista alla televisione di stato. Lei sputò in faccia al giudice”, ha aggiunto.
“Un marito e una moglie vennero arrestati e torturati a tal punto che non riuscirono a riconoscersi quando si rincontrarono due settimane dopo”, ha proseguito Akhlaghi.
“La sorella di Maryam Rajavi venne giustiziata mentre era incinta di sei mesi.
Il regime ha anche torturato e giustiziato persone anziane. Anche la madre della famiglia Shafaie, a cui avevano giustiziato tutti, venne giustiziata dal regime. Prima della sua esecuzione disse: ‘Sono fiera di aver dato tutti i miei per la libertà”, ha ricordato.
“Sono certa che con la leadership di Maryam Rajavi, non ci saranno più torture ed esecuzioni nel nostro caro Iran”, ha concluso Akhlaghi.
Peter Murphy, Co-Segretario degli Australian Supporters of Democracy in Iran, ha detto alla conferenza:
“Vediamo tre cambiamenti fondamentali. Il primo è il proseguimento delle proteste in Iran. Il secondo è la creazione di Ashraf 3. Il terzo la rottura dell’amministrazione Trump con la politica di accondiscendenza. Questo è il risultato del lavoro incessante del MEK e del CNRI, che vengono qui anno dopo anno a portare questo messaggio, ha detto Peter Murphy, Co-Segretario degli Australian Supporters of Democracy in Iran.

Peter Murphy

“Noi chiediamo ai nostri stati di chiedere giustizia. Noi chiediamo al governo australiano di condannare questo crimine contro l’umanità e di ottenere giustizia per il massacro del 1988”, ha concluso.

 

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