sabato, Gennaio 24, 2026
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“Non temete coloro che uccidono il corpo”: i prigionieri iraniani sfidano la macchina delle esecuzioni del regime

Iran’s political prisoners extend the “No to Execution Tuesdays” campaign into its 101st week, turning hunger strikes into an act of collective resistance.

I prigionieri politici iraniani prolungano la campagna “I martedì del No alle esecuzioni”, giunta alla sua 101a settimana, trasformando gli scioperi della fame in un atto di resistenza collettiva.
In un Paese in cui lo Stato considera la morte uno strumento di governo, la resistenza ha assunto una forma netta e profondamente umana. La campagna “I martedì del No alle esecuzioni”, guidata dai prigionieri politici iraniani, è ora entrata nella sua centunesima settimana consecutiva. La sua persistenza è di per sé un atto d’accusa contro un sistema che fa affidamento sulla forca per mantenere il controllo, e una testimonianza della lucidità morale di coloro che vi si oppongono da dietro le mura del carcere.

Nella loro ultima dichiarazione, rilasciata mentre proteste e scioperi si diffondevano nei bazar di Teheran e in altre città, i prigionieri inseriscono la loro lotta all’interno di una più ampia rivolta sociale. Celebrano il nuovo anno non con rassegnazione, ma con sfida e solidarietà. Rivolgendosi ai cristiani iraniani, offrono gli auguri per Natale e Capodanno, estendendo al contempo un messaggio di speranza a tutti coloro che vivono sotto quella che descrivono come “la repressione e l’oppressione della dittatura religiosa al potere”.

L’affermazione trae forza da un passo biblico attribuito a Gesù Cristo: “Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima”. Nel contesto delle carceri iraniane, questa non è una metafora. È una sfida diretta a uno Stato che crede che le esecuzioni possano estinguere il dissenso.

 

I prigionieri affermano di entrare nella 101a settimana della campagna in un momento di acuta tensione politica. Come evidenziano, i commercianti di Teheran hanno iniziato a scioperare e protestare contro l’ingiustizia dello Stato, e il movimento si è rapidamente esteso oltre la capitale. Secondo la dichiarazione, è proprio in questi momenti che il regime ricorre con maggiore aggressività alle esecuzioni come arma preventiva contro le rivolte di massa.
Scrivono che il governo ha “intensificato la repressione e le esecuzioni per impedire l’intensificazione delle rivolte popolari”, citando la recente notifica delle condanne a morte per due prigionieri politici curdi, Mehrab Abdollahzadeh nel carcere di Urmia e Younes Bakhshi nel carcere di Mahabad. La dichiarazione riporta inoltre che dall’inizio di dicembre almeno novantasei prigionieri, tra cui una donna, sono stati giustiziati nel solo carcere di Vakilabad a Mashhad. Questi numeri sono indicativi della portata della violenza di Stato.

Ciò che distingue questa campagna non è solo la sua durata, ma la sua natura collettiva. I prigionieri politici in tutto l’Iran hanno sincronizzato la loro protesta attraverso gli scioperi della fame, trasformando centri di detenzione isolati in un fronte nazionale contro la pena capitale. Nelle loro parole, l’obiettivo è “smussare la lama della repressione e delle esecuzioni” e creare le condizioni per abolire quella che definiscono “una condanna disumana”.

 

La dichiarazione ringrazia esplicitamente le famiglie, i sostenitori e gli attivisti che hanno aderito alla campagna durante la sua centesima settimana, affermando che la solidarietà esterna non è simbolica, ma essenziale. Senza la pressione pubblica, avvertono i prigionieri, la macchina delle esecuzioni opera nel silenzio.
Da questa dichiarazione emerge il ritratto di un regime profondamente timoroso della instabilità sociale. Le esecuzioni non sono presentate come giustizia, deterrenza o legge, ma come uno strumento di contenimento politico. Il messaggio dei prigionieri spoglia lo Stato delle sue giustificazioni e ne svela la cruda logica sottostante: quando la legittimità crolla, la violenza diventa la linea politica.

 

Ma la campagna rivela anche qualcos’altro. Nonostante la tortura, le condanne a morte e la minaccia costante dell’esecuzione, i prigionieri politici iraniani continuano a parlare il linguaggio della dignità e della resistenza morale. Il loro rifiuto di sottomettersi al silenzio sfida l’assunto del regime secondo cui la paura possa governare in modo permanente una società.
L’importanza della campagna “I martedì del No alle esecuzioni“ si estende ben oltre le mura del carcere. È diventata un punto di riferimento morale per una società alle prese con la violenza di Stato come strumento di governo quotidiano. Portando avanti questa protesta fino alla sua 101a settimana, i prigionieri hanno trasformato la resistenza stessa in una forma di discorso politico.

Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana
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