martedì, Novembre 29, 2022
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Ashraf, il campo della resistenza democratica

Ingrid Betancourt
 
CNRI – Noi siamo tra coloro che non abbassano la testa. E non cederemo alle menzogne, né alla violenza, né al tempo che passa e fa dimenticare. Noi saremo qui, costantemente, per testimoniare e portare la voce di coloro che vivono ad Ashraf, il campo della resistenza democratica, per essere la loro voce, per essere i loro testimoni e per prendere le loro difese.
Ha così dichiarato Ingrid Betancourt, il 20 gennaio scorso a Parigi.
Si è così espressa durante una conferenza internazionale, nella quale si riunivano alte personalità americane ed europee, attorno a Maryam Rajavi, presidentessa eletta della resistenza iraniana. La conferenza dibatteva il tema del campo di Ashraf, in Iraq, dove vivono 3400 oppositori iraniani, membri dei Mujaheddin del Popolo Iraniano, e su un’uscita pacifica dalla sua crisi.
 
Ecco di seguito i momenti salienti dell’intervento di Ingrid Betancourt:
 
Campo Liberty, campo Libertà, che giudiziosa scelta di termini! Un campo costruito dall’esercito americano in tutta comodità. Un campo per la libertà. Che menzogna! Quale artificio di disinformazione! Ci troviamo di fronte ad un regime che sa il fatto suo, che sa usare non solo le parole e le menzogne, ma anche le armi e la violenza. E noi siamo qui, di fronte a questo regime, col verbo, con le parole, perché le parole sono l’anima dei democratici. Ed è con queste parole, con queste semplici parole, che una donna coraggiosa è riuscita a fermare la macchina infernale delle follìa del regime dei mullah e dei suoi complici in Iraq. E questa gran donna è Maryam Rajavi.
 
E noi siamo tutti testimoni della sua lotta, una lotta che lei porta avanti da molti anni, prima da sola, attorniata da tutti voi, certo, ma sola di fronte al mondo; e a poco a poco, con perseveranza, con intelligenza, con coraggio, ha aperto delle porte, ha aperto dei cuori, ha aperto delle sensibilità.
 
Oggi, se parliamo del campo di Ashraf, la gente non risponde più come un anno fa’: “Cos’è?” Oggi la gente dice: “Ah sì! Il campo di Ashraf!”
 
A poco a poco il mondo si sveglia, poco a poco il mondo inizia a prendere coscienza, proprio grazie al lavoro straordinario dei nostri alleati negli Stati Uniti. Di tutti quegli uomini e donne che sono venuti qui, dal continente americano, per parlare in favore del campo di Ashraf, e che sono riusciti ad aprire le porte dei media americani, molto più di noi; noi siamo riusciti a farlo qui in Europa. Ci resta dunque ancora molto da fare. Perché, se è vero che siamo riusciti, con le parole, tutti insieme, e sopratutto Maryam Rajavi, a scongiurare l’ultimatum di Nouri al-Maliki che scadeva il 31 dicembre dell’anno appena trascorso; ci resta ancora molto da fare, perché lo scenario che abbiamo di fronte ci preoccupa.
 
E ci preoccupa perché ci hanno parlato di uno scenario di transizione, in un campo chiamato Liberty, il quale è, in tutta evidenza, non una prigione, ma un autentico campo di concentramento. E vorrei sottolineare la differenza, perché, vedete, ho riflettuto molto, e a mie spese. Ho conosciuto in prima persona la vita in un campo di concentramento. E non è una prigione. Una prigione è un luogo dove la legge esiste, è un luogo dove i prigionieri sono protetti e coperti da una legge, ed hanno accesso alla giustizia, hanno accesso alla famiglia, hanno accesso a cure mediche, hanno accesso alla comunicazione. Una prigione è un sistema democratico, un luogo di giustizia.
 
Ma il campo Liberty non è un luogo di giustizia. È un luogo di violazione dei diritti dell’uomo. È un campo pensato in modo machiavellico, per umiliare, per spegnere l’uomo nella sua dignità, per ridurre la volontà degli esseri umani, in modo che questi abbassino la testa e si arrendano.
 
E se noi siamo qui, è perché noi siamo tra coloro che non abbassano la testa. E non cederemo alle menzogne, né alla violenza, né al tempo che passa e fa dimenticare. Noi saremo qui, costantemente, per testimoniare e portare la voce di coloro che vivono ad Ashraf, il campo della resistenza democratica, per essere la loro voce, per essere i loro testimoni e per prendere le loro difese.
 
Dunque, il nostro primo obbiettivo in questo 2012, è un obbiettivo che è terribile da constatare ma è anche qualcosa che dobbiamo ripetere. È assolutamente necessario convincere il governo americano a togliere l’OMPI dalla sua lista delle organizzazioni terroriste. Questo è assolutamente vitale. E lo,è, evidentemente, perché è il paravento che nasconde gli abusi sulla credulità degli esseri umani, sull’opinione pubblica internazionale, e può dunque mascherare gli orrori pianificati da Maliki, orrori da genocidio, orrori da violazioni dei diritti dell’uomo, orrori da menzogne, orrori, orrori infine, di un preciso interesse affinché si faccia silenzio attorno ad una resistenza che è, quanto meno, una resistenza importante in questo mondo, proprio mentre assistiamo al risveglio del mondo arabo.
 
Questa resistenza, e voi tutti che ne fate parte, è e siete un pericolo, perché siete coloro che mostrano la via. Avete già l’esperienza necessaria. E in tutto il mondo arabo la vostra lotta si dispiega a diversi livelli ma sempre con le stesse ragioni, per altre persone, ma con le stesse intenzioni, quelle di liberare dalla tirannia questi popoli fieri, che ci riguardano tutti. Perché sì, noi facciamo parte di un mondo globalizzato, e che come ha detto il sindaco Giuliani, quello che succede in Iran si ripercuote negli Stati Uniti, ed anche in Colombia; senza dubbio.
 
Vorrei tornare per un attimo sul ruolo degli Stati Uniti; ruolo assolutamente fondamentale. E lo è perché, vorrei dire, insieme a tutte le ragioni appena espresse, tutte una più giudiziosa dell’altra, che se guardiamo agli anni appena trascorsi, quando non abbiamo partecipato agli eventi accaduti, provo una profonda tristezza, in quanto cittadina del mondo, nel dirmi che abbiamo visto gli Stati Uniti giungere in Iraq per affrontare una terribile tirannìa, quella di Saddam Hussein, che era necessario affrontare, credo. E io so che ci sono diversi punti di vista in merito, ma io credo che fosse necessario.
 
Io penso che il risultato di questo impegno non possa essere il disimpegno di fronte alla libertà, alla democrazia e ai diritti dell’uomo. E lo dico perché; quale peggior danno l’aver rovesciato il regime di Saddam Hussein perché crescesse un regime ancora più nefasto, alleato ad un altro regime che è il più grande nemico della democrazia nel mondo? Bisogna riflettere. Come giudicherà la storia la decisione dell’invio di truppe in Iraq per lasciare che l’Iran crescesse e si rinforzasse? C’è una contraddizione di fondo in questo. E se noi non lo facciamo presente finiamo per esserne complici. Siamo complici a causa del nostro silenzio. C’è qualcosa che non possiamo accettare. Non possiamo accettare la contraddizione di fondo di aver difeso l’idea di dichiarare guerra all’Iraq per difendere la democrazia, e nel momento in cui i principî della democrazia sono in gioco, semplicemente guardare da un’altra parte perché questo ci infastidisce. Perché abbiamo altri impegni nella nostra agenda.
 
Ed è per questo che mi appello ad Hillary Clinton. Perché credo che si trovi in quel momento della vita nel quale possa prendersi delle responsabilità per se stessa, per il suo Paese, come donna, per noi, per le sue ambizioni personali, presidenziali in seguito, se continuerà ad averne. Ma sopratutto per il mondo. Cos’è questo mondo nel quale viviamo, nel quale si compiono atti del tutto incoerenti? Non possiamo accettare le migliaia di morti in Iraq.
 
Se Nouri al-Maliki può uccidere senza subire conseguenze la Resistenza iraniana democratica, gli uomini e le donne che si trovano in questo momento ad Ashraf, allora sì, bisogna trovare una soluzione, ma questa soluzione non è quella di Nouri al-Maliki, è la nostra. Ed è quella di trovare il modo affinché questi 3400 uomini e donne siano portati rapidamente in salvo. Cosa si deve fare? Innanzitutto chiedere all’ONU di fare quello che è suo dovere fare. Perché l’ONU ci mette così tanto tempo per compiere il suo dovere? Perché i colloqui non sono iniziati dal primo gennaio, dal momento che era già stato siglato un accordo? Noi vogliamo fatti, vogliamo responsabilità, e sopratutto vogliamo dire ai nostri fratelli e alle nostre sorelle di Ashraf che siamo qui, tutti insieme, noi tutti che abbiamo lottato contro il terrorismo, noi siamo là per lottare contro il peggior terrorismo, il terrorismo di Stato, il terrorismo legalizzato, il terrorismo che osa sedersi alle Nazioni Unite.
Grazie.
 
 

 

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