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“Abbasso i despoti”. Così gli studenti in Iran scompaiono nelle carceri del regime

ImageIl Foglio, 23 dicembre 2008 – Assuefatti alle stanche profferte di “rivolte studentesche”, i giornali hanno calato il silenzio sulla battaglia degli universitari iraniani in corso da mesi in molti atenei. E’ uno dei principali fuochi della dissidenza popolare sotto il regime dei mullah. L’Agenzia ufficiale della Repubblica islamica ha dovuto ammettere che l’università di Teheran, dopo ore di scontri tra i giovani e la polizia, assomigliava a una “zona di guerra”. Mentre Mahmoud Ahmadinejad serra i ranghi intorno al premio Nobel Shirin Ebadi, attirando su di sé l’attenzione della grande stampa occidentale, nessuno, tranne il valoroso Wall Street Journal, ha dedicato spazio agli studenti che hanno protestato contro il presidente al grido di “morte al dittatore”.

E con manifesti come “Abbasso i despoti” e “Vogliamo la democrazia”. Di loro non si sa più nulla. E’ stata una delle più roboanti proteste da quella del 2005 che finì nel sangue e nell’ondata di arresti. “Una chiara dimostrazione di come il khomeinismo abbia perso gran parte del suo fascino tra i giovani iraniani”, scrive il giornalista iraniano Amir Taheri sul New York Post. Gli studenti sono divisi in fazioni, dai marxisti ai nazionalisti-monarchici e ai democratici laici.

“L’idea di creare uno stato islamico ideale, che rappresentasse un modello per l’umanità intera, poteva sembrare allettante trent’anni fa”, ha detto Ali Qavimi, uno degli attivisti. “Oggi suona più come uno scherzo amaro”. Un video è stato messo su Internet, girato all’università di Shiraz, uno dei maggiori atenei. Si apre con uno studente che prende la parola di fronte allo speaker del Parlamento – ed ex negoziatore nucleare – Ali Larijani, ospite d’onore. “Io non le farò una domanda, in quanto non la riconosco come legittimo speaker del Parlamento – attacca lo studente – così come non riconosco la legittimità del Parlamento stesso”. “Non conosciamo il nome del ragazzo e quello che gli è successo dopo – scrive il Wall Street Journal – secondo alcuni iraniani è stato arrestato, secondo altri è sparito dalla circolazione”.

La loro colpa più grande è aver fatto arrivare in occidente video in cui affermano: “Preferiamo la morte all’umiliazione” e “siamo uomini e donne in lotta, venite a battervi e lotteremo”. Video in cui intonano l’inno nazionale proibito “Iran, terra di gioia” durante la sfilata. Secondo Maryam Rajavi, presidente eletto della Resistenza iraniana, le dilaganti proteste studentesche sono “una manifestazione di odio da parte della popolazione iraniana per la Velayat-e Faqih (la supremazia del potere religioso), come espressione della volontà del paese di un cambiamento democratico”.

Un gruppo di dissidenti ha intanto organizzato una conferenza dal titolo “Freedom of Ideas and Rights of Religious Minorities”, contro la legge che prevede la morte per gli apostati che lasciano l’islam. Ospite d’onore era il professor Hashem Aghajari, storico di Hamedan, invalido della guerra ed erede spirituale di Ali Shariati, che predicava un “islam senza clero”. Aghajari era stato condannato a morte per blasfemia nel 2002 (la pena poi era stata sospesa) e oggi è il guru intellettuale delle confraternite studentesche antiregime. “Considerare degli individui in una posizione divina e di assoluto potere è un atto di politeismo, in contraddizione con la volontà dell’Onnipotente e in evidente oppressione della dignità dell’uomo”, sostiene Aghajari in un manifesto che oggi è il principale punto di riferimento degli universitari. “La relazione che i religiosi fondamentalisti cercano di realizzare è quella tra un padrone e i suoi servi. Come una catena al collo. Ma invece il padrone non è un essere divino. E le persone non sono scimmie capaci soltanto di imitare”. Dinamite in grado di far implodere la teocrazia. Infatti i pasdaran hanno detto che Aghajari è “peggio di Rushdie”.

 

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