Al grande ritrovo annuale della resistenza iraniana in esilio a Parigi, si sono incontrate centocinquantamila persone provenienti da tutta Europa. Ne esce un documento in dieci punti a sostegno dell’Islam moderato
LA STAMPA, 16/06/2015 di CARLA RESCHIA
Ayatollah e miliziani dell’Isis? Due facce della stessa medaglia, quella del fondamentalismo che sta distruggendo il Medio Oriente e precludendo ogni futura possibile “primavera” islamica, sí, ma anche laica e democratica.
Nel cinquantesimo anniversario dalla fondazione dei mujaideen del popolo, il messaggio che arriva dal grande ritrovo annuale della resistenza iraniana in esilio, a Parigi, è spiazzante per chi legge gli scontri in atto nelle tre aree di conflitto, Siria, Iraq e Yemen come un regolamento di conti tra sunniti e sciiti.
Il nemico è invece l’oltranzismo religioso e in particolare il governo che nell’area destabilizza da tempo ogni equilibrio. Un atto d’accusa senza sconti che emerge da un appuntamento ogni anno più affollato e complesso: centocinquantamila persone da tutta Europa a stipare il grande palazzo congressi di Paris Nord, un elenco infinito di ospiti internazionali, molti americani e soprattutto repubblicani, guidati da un agguerrito Rudy Giuliani, già in campagna elettorale e assai critici verso l’accordo firmato da Obama che concede fiato e credibilità al regime iracheno, delegazioni europee e mediorientali. Tutti amici e simpatizzanti della leader del movimento, Maryam Rajavi, e sostenitori dei “dieci punti” per un Iran pluralista, laico e aperto al mondo occidentale. Una maratona di interventi politici, bandiere sventolate, musica tradizionale iraniana, l’omaggio dell’orchestra della radiotelevisione albanese al completo, il ricordo di Mossadecq e il rimpianto per una rivoluzione finita sul nascere e sfociata in una teocrazia.
Nomi anche di fascino per il pensiero liberale e occidentale, Marco Pannella arrivato appositamente dall’Italia, il videomessaggio di John Mc Cain, Alan Dershowitz che propone un tribunale internazionale che si occupi dei crimini commessi dal regime iraniano, un folto gruppo in rappresentanza del parlamento inglese, tedeschi e finlandesi, Ingrid Berancourt e l’ ex primo ministro canadese. E poi politici e analisti da Libano, Iraq, Egitto, Giordania, Mauritania, Marocco. Il ministro, donna, palestinese per le pari opportunità che denuncia l’ingerenza dell’Iran in tutto il Medio Oriente a partire dal sostegno ad Hamas nella striscia di Gaza e non menziona Israele e l’ opposizione siriana, quella “buona”, riconosciuta dall’Europa.
Tutti contro l’Iran che, dicono, non ha nessuna intenzione di rispettare gli accordi e ha quasi pronta la bomba atomica. Che manda combattenti in Libano, Siria, Iraq e fomenta i ribelli Houti nello Yemen. Sullo sfondo il dramma dei profughi che, ricorda il rappresentante giordano,nel suo paese sono già un milione e mezzo e sono destinati a crescere perché alle atrocità dell’estremismo sunnita seguono le rappresaglie degli sciiti ,a sconvolgere sempre più la regione e ad allontanare ogni speranza di pace.
Maryam Rajavi parla e sorridendo denuncia senza mezzi termini “l’ignobile ricatto nucleare e le tre terribili guerre in atto nella regione. In Siria, in Iraq e nello Yemen”. “La lotta a Daesh, come nel mondo musulmano viene chiamato l’Isis – spiega – passa attraverso l’abbattimento del regime iraniano’. Un paese devastato, nel racconto dell’opposizione: “rivolte e scioperi quotidiani, scioperi della fame, sit in delle madri dei prigionieri, venditori di strada che si danno fuoco, dieci milioni di giovani senza lavoro”.
Perché, chiede Maryam Rajavi, il regime a tre mesi dalla realizzazione della bomba atomica sembra essersi arreso?” Perché è in effetti in un vicolo cieco. Ha investito milioni nel regime di Assad che ora è in bilico. In Iraq ha perso il governo fantoccio di Al Maliki. E con il pretesto della lotta a Daesh massacra i sunniti”. E se proprio accordo dovrà essere, dev’ essere bloccato l’arricchimento dell’ uranio e si devono fare ispezioni in tutti i siti militari e non. Nessuna compiacenza, nessuno sconto al regime e al presunto moderato Rohani che ha totalizzato 1800 condanne a morte in due anni di governo.
Ma che fare, alla fine? La ricetta della pace è, nella visione della dissidenza iraniana, più semplice e meno intuitiva rispetto alle strategie in corso: “Bisogna coinvolgere i sunniti moderati che non sono nemici degli sciiti moderati ma piuttosto il loro naturali alleati. Perché tutti i fascismi religiosi si assomigliano, inutile contrastarne uno per favorirne un altro”. E quindi “ dare la parola al popolo”. Ovvero rovesciare Assad e sostenere la popolazione. In Siria e nelle altre aree di crisi. In Iran, se mai il cambio di regime dovesse davvero avvenire, il movimento che da qualche anno non è più terrorista ma interlocutore, é pronto per elezioni”vere’, libertà di culto e il riconoscimento di Israele.
