HomeNotizieIran News“Rohani è l’uomo del potere, Con lui in Iran non cambierà nulla”

“Rohani è l’uomo del potere, Con lui in Iran non cambierà nulla”

Mohammad Mohaddessin, esiliato in Francia: «Non ha mai contestato il regime, chi comanda è Khamenei»

La stampa 4.08.2013 – ALBERTO MATTIOLI

CORRISPONDENTE DA PARIGI

«Cosa ci aspettiamo da Hassan Rohani? Lo posso riassumere in una parola sola: niente». Il Consiglio nazionale della Resistenza dell’Iran, cioè i fuoriusciti che hanno preferito l’esilio al regime degli ayatollah (spesso dopo aver contribuito a far cadere quello dello Shah), sceglie proprio il giorno della proclamazione del nuovo presidente per celebrare con un grande banchetto a Parigi la fine del digiuno del Ramadan e, contestualmente, per far sapere che la guerra continua. Il perché lo spiega Mohammad Mohaddessin, il «ministro degli Esteri» dei «mujaheddin del popolo». 

Signor Mohaddessin, il mondo ha qualche speranza.

«Si sbaglia. Rohani non vuole e non può cambiare nulla. Non vuole, perché fa parte del regime da 34 anni, in posti chiave della sicurezza e delle forze armate, e non ha mai dato segni di contestarlo. Non può, perché secondo la Costituzione dei mollah, il Presidente non ha alcun vero potere. Chi comanda, gestendo il dossier nucleare e nominando i vertici militari e della giustizia, è la Guida suprema».

Appunto: in Occidente si scommette sul fatto che Rohani sia l’uomo scelto da Ali Khamenei per fare le riforme indispensabili.

«Non credo che si possano fare riforme per conto terzi. E poi semmai è il contrario: Rohani è stato scelto perché dava garanzie di non modificare gli equilibri di potere esistenti».

Il regime può crollare dall’interno o è necessario un intervento esterno?

«Il cambiamento è sicuramente voluto dal popolo iraniano, che però per il momento non può imporlo. Il regime non è riformabile e cadrà soltanto per le sue contraddizioni interne. Quello che l’Occidente deve capire è che non si tratta di aiutarlo a riformarsi, ma di fare pressione perché sia costretto a cambiare, quindi a cadere».

Le sanzioni, dunque, di recente riaffermate dal Nuclear Iran Prevention Act in attesa di ratifica dal Senato americano. Ma, come tutti i fuoriusciti, voi siete in una situazione scomoda: le sanzioni sono indispensabili per colpire il regime, ma chi soffre davvero è il popolo.

«Sì, ma io ricordo l’inverno rigidissimo del 1979, l’ultimo con lo Shah al potere. Ci fu uno sciopero dell’industria petrolifera. Era diventato difficile non solo fare il pieno, ma anche soltanto scaldarsi. Eppure il popolo era dalla parte di chi scioperava: i disagi erano duri, ma la speranza del cambiamento era più importante. Oggi la situazione è esattamente la stessa: il malcontento è più forte del disagio».

Secondo le sue informazioni, di quanto tempo ha bisogno l’Iran per avere la Bomba?

«Quanto di preciso, non so. Di certo, non molto. Per questo è stato scelto Rohani e per questo si sta presentando in maniera conciliante. Lo scopo è appunto quello di guadagnare tempo. E’ un bluff e io spero che l’Occidente non cada nella trappola».

L’attacco militare sarebbe la soluzione del problema?

«No. E non perché, come spesso si dice, darebbe nuovo consenso a un regime che non l’ha più. Ma perché non risolverebbe nulla. Un’invasione non è possibile. Un blitz sì, ma non fermerebbe il progetto: lo rallenterebbe soltanto. Il regime, lo ripeto, crollerà dall’interno. Per questo l’Occidente dovrebbe appoggiare la Resistenza, dentro e fuori l’Iran. Il regime sembra solido ma è minato dalle sue stesse contraddizioni».

Quelle economiche, per esempio. Le statistiche sono catastrofiche: inflazione superiore al 40%, moneta deprezzata dell’80…

«Certo. L’economia iraniana è allo sfascio per due ragioni. Da un lato, la corruzione dilagante, che rende impossibile qualsiasi gestione razionale delle risorse. Dall’altro, i folli investimenti per le forze armate, il programma nucleare, l’esportazione del terrorismo, il sostegno agli Hezbollah in Libano e al regime di Assad in Siria, cui la settimana scorsa è stato aperto un credito per 3,6 miliardi di dollari. Queste spese, da sole, sono maggiori dei proventi dell’industria petrolifera».

Insomma, in nessun caso Rohani sarà meglio di Ahmadinejad.

«Questo per ora nessuno può dirlo. Io spero e prego, perché amo il mio Paese, che Rohani possa comunque tentare qualche riforma. Ma non ci credo».