
La dittatura clericale iraniana si trova ad affrontare una delle sfide politiche più gravi degli ultimi anni, con l’intensificarsi delle divisioni interne e il ripristino delle drastiche sanzioni delle Nazioni Unite nell’ambito del meccanismo “snapback”. Le pressioni simultanee del collasso economico, dell’isolamento diplomatico e delle lotte intestine hanno creato un clima instabile all’interno del regime, erodendo ulteriormente il morale anche tra la sua base leale.
Pezeshkian sotto accusa dopo un’intervista televisiva
Le ultime tensioni si sono inasprite dopo l’intervista trasmessa a livello nazionale del presidente del regime, Masoud Pezeshkian, che mirava a proiettare unità, rassicurare i sostenitori del regime e ingannare l’opinione pubblica. Nonostante le esplicite promesse di lealtà di Pezeshkian alla “Guida Suprema” Ali Khamenei, i media controllati dallo Stato, vicini alle fazioni estremiste, lo hanno apertamente attaccato.
Il 31 agosto, Kayhan, un quotidiano considerato portavoce di Khamenei, ha accusato Pezeshkian di non avere affrontato le crescenti crisi del Paese, descrivendo le sue dichiarazioni come “una performance in stile campagna elettorale” piuttosto che una valutazione onesta delle politiche governative. Il caporedattore di Kayhan, Hossein Shariatmadari, è andato oltre, affermando che “onestà e giustizia richiedono azioni concrete, anche con missili e droni”, e ha criticato l’amministrazione di Pezeshkian per avere mostrato “troppo pochi segnali di soluzioni alle difficoltà economiche della popolazione”.
Senior #Iranian Regime Insider Faces Prosecution After Comments Seen as Undermining Morale Amid Escalating Criseshttps://t.co/jVfljdqUSN
— NCRI-FAC (@iran_policy) August 29, 2025
Basso morale tra la base leale del regime
La crescente insoddisfazione non si limita alle lotte intestine all’élite. Alcuni analisti osservano che i ripetuti fallimenti politici, aggravati da anni di sanzioni, proteste e mancanza di trasparenza, hanno contribuito a un costante calo del morale anche tra i sostenitori più fedeli del regime, tra i quali parti della Guardia Rivoluzionaria e della milizia Basij. Mentre i sostenitori della linea dura chiedono maggiori dimostrazioni di sfida all’Occidente, ci sono crescenti segnali che la fiducia nella capacità della leadership di gestire la crisi si sta indebolendo, in particolare tra coloro che un tempo ne erano i più strenui difensori.
Reintrodotte le sanzioni secondo il meccanismo snapback
I disordini all’interno dell’establishment al potere sono stati acuiti dall’attivazione formale del meccanismo di snapback (ripristino delle sanzioni) previsto dalla risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Secondo un rapporto del quotidiano statale Ettelaat del 30 agosto, le sanzioni ripristinate riprendono sette precedenti risoluzioni originariamente imposte tra il 2006 e il 2010, annullando di fatto qualsiasi agevolazione concessa dall’accordo nucleare del 2015.
Etemad, un altro quotidiano affiliato al governo, ha evidenziato che il meccanismo funziona automaticamente: trenta giorni dopo l’attivazione, le sanzioni riprendono senza richiedere un voto del Consiglio di Sicurezza, eliminando la possibilità per Teheran di bloccarne l’attuazione tramite veti russi o cinesi.
#Tehran in Damage-Control Mode After Snapback Sanctions Triggered, Economic Fears Soarhttps://t.co/tet1fJqorJ
— NCRI-FAC (@iran_policy) August 30, 2025
Appello per uscire dal trattato nucleare
All’interno del “parlamento” (Assemblea Consultiva Islamica) del regime, la risposta è stata conflittuale. Diversi membri hanno chiesto apertamente che l’Iran si ritiri dal Trattato di Non Proliferazione nucleare. Alireza Salimi, membro del “parlamento”, ha dichiarato il 30 agosto che “l’uscita dal TNP è una delle nostre potenziali contromisure contro l’Europa”. Ebrahim Azizi, capo della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale e la politica estera, ha confermato che un “piano di tripla urgenza” per uscire dal trattato è in fase di revisione con il Consiglio dei Guardiani e ha dichiarato che “tutti i pilastri del sistema devono decidere su questo tema”.
L’ex ministro degli Esteri Manouchehr Mottaki ha fatto eco a questi appelli, sollecitando “un’azione rapida del governo” per contrastare quella che ha descritto come “un’aggressione europea”. Ahmad Ardastani, membro della stessa commissione, ha avvertito che Teheran si trova di fronte a due possibili strade: lo scontro, come la chiusura dello Stretto di Hormuz e il ritiro dal TNP, o il proseguimento dei negoziati per “vendere concessioni” all’Europa. Il religioso estremista Hamid Rasaee ha chiesto l’espulsione degli ambasciatori europei, una misura che dovrebbe essere sollevata nell’assemblea la prossima settimana.
#Iran’s Leadership Faces Growing Fears of Unrest Amid Snapback Sanctions and Internal Divisionshttps://t.co/vHMBfE7JON
— NCRI-FAC (@iran_policy) August 30, 2025
Kayhan prende di mira Rouhani e Zarif
Queste crescenti controversie hanno anche riacceso vecchie rivalità sull’accordo nucleare del 2015. In un editoriale del 29 agosto, Kayhan ha lanciato una rinnovata offensiva contro l’ex presidente Hassan Rouhani e l’ex ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, accusandoli di avere commesso “un errore strategico” accettando la clausola di snapback. Il quotidiano ha incolpato la loro squadra negoziale di avere fornito alle potenze occidentali “un’arma permanente contro l’Iran” e ha descritto il meccanismo come una trappola progettata per indebolire il regime.
Tuttavia, i critici sostengono che lo stesso Khamenei abbia approvato l’accordo e ne abbia ordinato la rapida ratifica parlamentare, vanificando il tentativo di Kayhan di scaricare la responsabilità esclusivamente sulla fazione di Rouhani.
#Iran Clerics Downplay Snapback Sanctions as Regime Grapples with Crisishttps://t.co/9lbmL89Wce
— NCRI-FAC (@iran_policy) August 31, 2025
Pressione in aumento e crescente instabilità
La posta in gioco per la dirigenza clericale è alta. Le sanzioni ripristinate riattivano un embargo completo sulle armi, severe limitazioni alla tecnologia nucleare, restrizioni bancarie, ispezioni sui carichi e congelamento dei beni di funzionari e istituzioni chiave. Mentre la pressione economica aumenta e le proteste continuano a covare sotto la superficie, l’establishment politico si trova ad affrontare sfide simultanee derivanti dall’isolamento esterno e dalla frammentazione interna.
