mercoledì, Dicembre 7, 2022
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Alan Dershowitz: “Dobbiamo agire per proteggere questi individui vulnerabili a Camp Ashraf. Se manchiamo di farlo, il sangue di innocenti sarà sulle nostre mani collettive.”

CNRI – Sabato 10 dicembre, nella Giornata Internazionale dei Diritti Umani e alla vigilia dell’incontro del presidente degli Stati Uniti Barack Obama con il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki a Washington DC, in un appello al Presidente Obama dignitari americani ed europei hanno sollecitato l’annullamento della scadenza del 31 dicembre per la chiusura di Ashraf e per il trasferimento forzato dei suoi residenti in altri luoghi all’interno dell’Iraq, mettendo in guardia su un massacro e una catastrofe umanitaria imminenti ad Ashraf. Gli oratori dell’incontro sono stati: Maryam Rajavi, presidente-eletto della Resistenza iraniana; André Glucksmann, scrittore ed esponente dei Nuovi Filosofi francesi; Andrew Card, capo dello staff del presidente Bush (2001-2006); Bill Richardson, già governatore del New Mexico (2003-2011) e ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite; Mitchell Reiss, già direttore dello Sviluppo strategico al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti (2003-2005); Alan Dershowitz, uno dei più importanti sostenitori dei diritti individuali e il più celebre avvocato penale del mondo; Geoffrey Robertson QC, eminente giurista britannico ed ex giudice di appello del Tribunale Speciale delle Nazioni Unite per la Sierra Leone; Sid Ahmed Ghozali, ex Primo Ministro dell’Algeria; Patrick Kennedy, già membro del Congresso degli Stati Uniti (1995-2011); la senatrice Ingrid Betancourt, candidata alla presidenza colombiana; il generale David Phillips, già comandante della polizia militare degli Stati Uniti (2008-2011); Jean-François Le Garrett, sindaco del Primo Municipio di Parigi; Aude de Thuin, fondatrice del Forum delle Donne per l’Economia; e la filosofa Cynthia Fleury.

Di seguito è riportato discorso di Alan Dershowitz.

Un essere umano non può avere onore, privilegio o responsabilità più grande di prevenire la morte di un altro essere umano. Di solito, come avvocati, abbiamo il compito di reagire a qualcosa che è già accaduto. Qui oggi abbiamo l’opportunità di pre-agire, di agire a titolo preventivo e fare qualcosa per evitare che un orribile, orribile crimine si verifichi. La mia tradizione religiosa e la tradizione islamica condividono l’affermazione che chi salva anche una sola vita  umana, è come se avesse salvato il mondo intero. Immaginate quale onore avremmo noi oggi se potessimo partecipare al salvataggio di più di 3.000 vite umane innocenti. Ora, dopo il fatto, quando i reati devono essere dimostrati nel modo in cui, per esempio, i crimini commessi in passato contro la gente di Camp Ashraf devono essere comprovati, la regola è la prova oltre ogni ragionevole dubbio. Ma quando il problema è prevenire un crimine, quando stiamo cercando di agire prima che il crimine sia commesso, allora il criterio non è la prova oltre ogni ragionevole dubbio, è la possibilità sostanziale o la causa probabile, e se qualcuno dubita che ci sia oggi probabile motivo di credere che un grande crimine stia per essere commesso, a meno che non siamo in grado di agire preventivamente, lasciamoli semplicemente guardare i rapporti fatti da altri qui in questo panel, relativi agli eventi del 1988 e, più recentemente, agli eventi dell’8 aprile 2011. C’è più che un probabile motivo di credere che se non agiamo preventivamente un terribile crimine contro l’umanità sarà perpetrato.
Queste regole sono particolarmente vere quando il crimine è grande come quello che è potenzialmente in questione qui e quando le misure preventive sono così ovvie e così semplici come è stato affermato in precedenza da persone che ne sanno più di me. Ciò che gli Stati Uniti possono fare è molto semplice e molto ovvio. Noi abbiamo il potere di impedire che questo accada.
Abbiamo il potere per evitare la chiusura del campo. Abbiamo il potere di fare agire il governo iracheno in modo responsabile. Sapete, questo non è come la difficilissima decisione di fronte alla quale si trovano gli Stati Uniti, Israele e altri paesi del mondo se intraprendere azioni militari preventive per impedire agli iraniani di sviluppare armi nucleari. Queste sono decisioni molto, molto difficili perché il costo dell’azione e il costo dell’inazione sono ugualmente gravi, ma non è questo il caso. Nel nostro caso il costo dell’inazione è monumentale e il costo dell’azione è relativamente limitato.
E così Elie Wiesel ci ha insegnato che la lezione principale della Shoah è “Credete sempre alle minacce dei vostri nemici più che alle promesse dei vostri amici”. E lo stiamo vedendo così drammaticamente oggi: le minacce dei nemici dei residenti di Camp Ashraf sono talmente chiare che essi non stanno cercando di nascondere nulla. Ascoltate. Ascoltate gli altoparlanti. Ascoltate quello che dicono. Essi non nascondono le loro intenzioni. E poi che dire delle promesse? Gli Stati Uniti hanno fatto promesse. I grandi Paesi mantengono le promesse. Le persone di alta moralità mantengono le loro promesse. Abbiamo l’obbligo di mantenere le promesse che abbiamo fatto a quelle persone che abbiamo disarmato quando abbiamo detto loro che dovevano rinunciare a qualsiasi tipo di armi. Abbiamo promesso loro protezione. Ci sono obblighi che vengono con le promesse – obblighi di legge, obblighi della diplomazia, obblighi della moralità.
E così, con queste considerazioni in mente, venerdì scorso mi sono recato all’Aja e ho incontrato il procuratore capo della Corte Penale Internazionale. E gli ho presentato una bozza di atto d’accusa contro nominati e specifici individui in Iran per crimini di guerra commessi, crimini contro l’umanità, [applausi] incitamento al genocidio, sollecitazione di genocidio.
E lui ha preso il documento, l’ha guardato e lo ha letto. E quindi gli ho detto: “Mister Ocampo, sa chi sono i testimoni di quei crimini?”. Mi ha chiesto: “Lei ha testimoni?”. Ho detto: “Sì”. E gli ho presentato 24 testimonianze – dichiarazioni di persone a Camp Ashraf. E ho detto: “Sa cosa sta succedendo a questi testimoni?”. Proprio come la mafia uccide i suoi testimoni, gli iraniani (mullah), la mafia iraniana, hanno iniziato a uccidere i testimoni del genocidio che stanno pianificando, dei crimini contro l’umanità che hanno commesso, dei crimini cui hanno incitato. E questo è uno dei motivi per cui c’è così grande interesse tra i mullah iraniani nel fare in modo che ai testimoni, ai testimoni di omicidi, ai testimoni di torture, ai testimoni di genocidio, ai testimoni di Camp Ashraf non sia mai permesso di andarsene vivi. E gli ho detto: “Mister Ocampo, lei ha l’obbligo come procuratore di proteggere i suoi testimoni”. La sua risposta, naturalmente, era quella che pienamente aspettavo e avevo previsto. “La Corte Penale Internazionale in questo momento non ha giurisdizione sugli individui in Iran o sull’Iran poiché l’Iran non è un firmatario del Trattato di Roma”. Ma il Trattato di Roma stabilisce che il proprio scopo è quello di “contribuire alla prevenzione dei crimini contro l’umanità”.
E questo lunedi a New York le nazioni firmatarie del Trattato di Roma si incontrano e stiamo cercando con molta insistenza di ottenere che il governo canadese e il ministro degli Esteri canadese sollevino la questione, in base al trattato, se il trattato possa essere modificato o espanso e se altre misure possano essere prese, ad esempio se l’Iraq possa essere convinto a diventare uno degli Stati parte del Tribunale Penale Internazionale. Ci sono anche molte, molte altre vie che si possono praticare e posso dirvi che sono stato incoraggiato dal procuratore capo all’Aja a fare tutto il possibile per espandere la giurisdizione della Corte, per includere crimini orribili potenziali; niente di ciò che la Corte potrebbe fare sarebbe più importante che prevenire un’uccisione imminente, uccisione di massa e crimine contro l’umanità.

E quindi quali sono le opzioni che sono ora a disposizione della comunità internazionale? La prima e più ovvia è quella di convincere gli Stati Uniti a fare la cosa giusta. Ed è interessante che l’ambasciatore (Reiss) abbia correttamente citato il grande libro di Samantha Powers “Un problema dall’inferno”. Samantha è stata mia studente alla Harvard Law School e le diedi il permesso di assentarsi e andare in vari paesi stranieri a raccogliere il tipo di informazioni che stava raccogliendo, e presentai una copia di quel libro al presidente Clinton appena fu pubblicato. Ed è stato dopo aver letto quel libro che lui tornò e mi disse quanto si era pentito di non aver fatto di più per prevenire quei genocidi. E sapete dov’è Samantha Powers adesso? E’ alla Casa Bianca. Ha l’orecchio del presidente degli Stati Uniti. Ha l’orecchio del segretario di Stato. E vi prometto che quando andrò via da qui oggi, prima di lunedì, prima della riunione, chiamerò Samantha Powers e le ricorderò del suo libro. Dirò a Samantha Powers che non voglio dover scrivere un libro intitolato “Un problema da nessun luogo”, perché questo non è un problema che viene dall’inferno. Questo è un problema che è facilmente risolvibile e la soluzione è nelle mani di questa amministrazione. E’ nelle mani del presidente degli Stati Uniti, che sta per incontrare il capo dell’Iraq, e se il presidente degli Stati Uniti siede in silenzio durante quella riunione, il capo dell’Iraq lascerà l’incontro pensando di avere un imprimatur per andare avanti e chiudere Camp Ashraf. Il silenzio non è un’opzione per il presidente. Il silenzio è complicità. Il silenzio è facilitazione. Il silenzio è permesso. E il silenzio in alcuni contesti può essere un crimine.
Lasciatemi spiegare. Il diritto penale criminalizza le omissioni, criminalizza l’inerzia quando vi è una responsabilità di agire. Crimini non sono solo le azioni, sono anche le inazioni. Il diritto internazionale è già stato applicato a coloro che con la loro inazione hanno consentito o facilitato i massacri e il governo degli Stati Uniti è in una situazione in cui con il suo silenzio può diventare complice di un crimine. Il nostro Paese non vuole farlo. Siamo un grande Paese. Abbiamo un presidente morale, un segretario di Stato morale. Abbiamo persone morali in posizioni di autorità. Vogliamo fare la cosa giusta. E’ facile non agire, ma l’inerzia è chiaramente una responsabilità. La Bibbia dice: “Non restare inerte a guardare il sangue del tuo prossimo”. Potrebbe essere riferito a Camp Ashraf oggi. Non possiamo restare inerti a guardare [applausi] il sangue dei prigionieri di quel campo.
Ci sono altre misure che possono essere adottate, oltre ad andare al Consiglio di Sicurezza e chiedere al Consiglio di Sicurezza di dare giurisdizione sull’Iran in questo caso alla Corte Penale Internazionale, cosa consentita ai sensi del Trattato di Roma. E questo sarebbe incoraggiato, credo, dal procuratore dell’Aja se dovesse essere richiesto da uno degli Stati firmatari. C’è anche la giurisdizione universale per certi tipi di crimini e omissioni e anche Stati non firmatari possono essere ritenuti responsabili. Essi possono anche essere ritenuti responsabili nei loro tribunali nazionali e so che ci sono cause in preparazione contro il governo degli Stati Uniti in tribunali americani, ritenendoli responsabili e chiedendo loro di adempiere ai loro obblighi di legge. Ci potrebbe essere una causa potenziale presso la Corte Internazionale di Giustizia contro gli Stati Uniti, l’Iran e l’Iraq – una denuncia preventiva con richiesta di provvedimenti ingiuntivi per richiedere che il campo non venga chiuso. E poi naturalmente, in ultima analisi, c’è il motivo per cui siamo qui oggi, il tribunale della pubblica opinione.
Quindi non dobbiamo restare seduti in silenzio. Abbiamo detto “Mai più” molti anni fa e quello che abbiamo visto è “ancora e ancora”. Non dobbiamo vederlo accadere ancora una volta. Dobbiamo agire per proteggere questi individui vulnerabili. Se manchiamo di farlo, il sangue di innocenti sarà sulle nostre mani collettive. Non c’è tempo per aspettare. L’orologio della morte sta ticchettando. Se non ora, quando? Grazie.

 

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