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Proteggete i combattenti per la libertà dell’Iran a Camp Ashraf

PUNTO DI VISTA
di Louis J. Freeh e Michael B. Mukasey – lunedì 18 aprile 2011

Karim Kadim / AP

Nelle prime ore del mattino di venerdì 8 aprile, mentre Washington e i media si concentravano su una possibile sospensione dell’attività governativa [per il rischio di una mancata approvazione del bilancio federale], l’esercito iracheno attaccava un campo di civili iraniani, chiamato Camp Ashraf, uccidendo almeno 28 residenti e ferendone centinaia. Sebbene il governo iracheno pretenda che solo tre persone siano state uccise e descriva l’accaduto come un tentativo di recuperare un terreno agricolo, una squadra ispettiva delle Nazioni Unite ha trovato 28 corpi, inclusi alcuni di donne, e ha stabilito che la maggior parte di loro erano stati uccisi con armi da fuoco. Le autorità irachene non hanno consentito a giornalisti di visitare il campo. Situato nell’Iraq nord-occidentale, a 120 km (75 miglia) dal confine iraniano, Camp Ashraf è stato per oltre vent’anni la sede di 3.400 membri dei Mojahedin-e-Khalq (MEK, conosciuti anche come OMPI [Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano]), un gruppo chiave di opposizione che opera contro il regime iraniano. Ai residenti di Camp Ashraf fu promesso nel 2003 uno status legalmente protetto ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra da comandanti superiori delle forze degli Stati Uniti in Iraq. Il generale David Petraeus, che è stato vicecomandante delle forze di coalizione, ha dichiarato che il passaggio della responsabilità per Camp Ashraf al governo iracheno era condizionato a una diretta assicurazione da parte irachena che lo status protetto dei suoi residenti sarebbe continuato. Tuttavia, l’attacco senza scrupoli sferrato da 2.500 soldati iracheni armati pesantemente l’8 aprile non è stato il primo assalto non provocato contro i civili di Camp Ashraf. Nel luglio 2009, durante una visita del Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Robert Gates nel Paese, l’esercito iracheno invase il campo e uccise dei residenti disarmati.
In entrambe le occasioni, gli Stati Uniti hanno deplorato la violenza ma hanno mancato di compiere azioni efficaci, forse per la fretta di lasciare l’Iraq. Fino a poco tempo fa, c’era una base militare operativa avanzata [Forward Operating Base] degli Stati Uniti chiamata “FOB Grizzly” adiacente a Camp Ashraf. Ma è stata chiusa, e questo ha portato anche al ritiro della missione di osservazione delle Nazioni Unite. Nel più recente assalto, soldati americani erano dentro o presso il campo poco prima dell’attacco ma è capitato che si ritirassero prima che le forze irachene procedessero. E purtroppo, in ciascun caso, il Presidente Obama e i Segretari di Stato e alla Difesa hanno reagito debolmente dopo queste violazioni del diritto umanitario da parte del regime iracheno. Una dichiarazione del Dipartimento di Stato ha riconosciuto che “la crisi e la perdita di vite sono state provocate dal governo dell’Iraq e dalle forze armate irachene” ma ha detto che il governo degli Stati Uniti non ha fatto niente di più che “esortare” il governo del Primo Ministro Nouri al-Maliki “a evitare la violenza e dare prova di moderazione”. Mark Toner, in qualità di vice-portavoce del Dipartimento di Stato, ha servizievolmente aggiunto il 12 aprile che “dobbiamo davvero tenere presente che questa è una materia sovrana per il governo dell’Iraq” — un atteggiamento di deferenza che difficilmente scuoterà il governo di al-Maliki riportandolo alla ragione.
L’inerzia americana mette in pericolo la nostra stessa sicurezza ponendo in dubbio la nostra volontà di adempiere ai nostri impegni. Ai residenti di Camp Ashraf era stata fatta la promessa che il loro status secondo la Convenzione di Ginevra sarebbe stato rispettato, ma gli Stati Uniti stanno ora agendo come uno spettatore vagamente interessato.
Il MEK è l’organizzazione politica più temuta da ayatollah e dittatori al potere in Iran. Sfortunatamente, il governo degli Stati Uniti, sotto amministrazioni sia repubblicana che democratica, è stato complice nell’ammanettarla. Nel 1997, l’Iran adescò l’Amministrazione Clinton a inserire il MEK nella lista redatta arbitrariamente delle Organizzazioni Terroristiche Straniere (FTO) del Dipartimento di Stato, con l’aspettativa che tale gesto potesse normalizzare le relazioni con un leader che si supponeva moderato, l’allora presidente Mohammed Khatami. Questo riavvicinamento non è avvenuto. L’Amministrazione Bush ha mancato di cancellare dalla lista il MEK per paura di irritare l’Iran mentre i nostri soldati stavano combattendo in Iraq. Anche così, l’Iran surrettiziamente ha fornito armi e IED [ordigni esplosivi improvvisati] per attacchi dei ribelli contro le nostre truppe.
Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti si aggrappa ancora a questo affare unilaterale, mantenendo il MEK sulla lista, nonostante il fatto che l’Unione Europea, nel 2009, e il Regno Unito, nel 2008, hanno rimosso il MEK dalle proprie liste di organizzazioni proscritte. Questa designazione è usata dall’Iran come un pretesto per la spietata tortura e l’esecuzione sommaria di membri del MEK, gli atti medievali che hanno spinto il MEK in esilio. Anche ora, l’Iran e l’Iraq indicano la designazione di ‘terrorista’ da parte degli Stati Uniti come una presunta scusa per attaccare i residenti di Camp Ashraf.
Il MEK non è un’organizzazione terroristica. E’ ampiamente riconosciuto che il processo di inserimento nella lista è gravemente viziato. La Corea del Nord non è nella lista, e né l’IRA né i Talebani vi sono mai stati inclusi. All’appello pubblico per rimuovere dalla lista il MEK e proteggere i residenti di Camp Ashraf hanno aderito decine di membri del Congresso, compresi il presidente e il capogruppo dell’opposizione della Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti, così come un ex Attorney General [ministro della Giustizia] degli Stati Uniti, un ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, due ex presidenti degli Stati Maggiori Riuniti, un ex Segretario per la Sicurezza Interna, un ex direttore della CIA, due ex ambasciatori degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, un ex comandante del Comando Militare Centrale e due ex capi dell’Antiterrorismo al Dipartimento di Stato. 
Il più fanatico sostenitore del mantenimento dello status del MEK nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere è l’Iran. Che sia un obiettivo dell’Iran distruggere il campo e i suoi residenti è un fatto pubblico. Mouwafak al-Rubaie, ex consigliere per la sicurezza nazionale di al-Maliki, ha dichiarato che intendeva rendere la vita “intollerabile” per i residenti di Camp Ashraf. Nel febbraio 2009, il capo supremo dell’Iran, ayatollah Ali Khamenei, rivelando un accordo con al-Maliki per “eliminare Ashraf”, si è lamentato pubblicamente che l’Iraq si stesse “muovendo troppo adagio”.
Sebbene nel suo passato il MEK si sia impegnato in azioni che non cerchiamo di approvare, nell’ultimo decennio il MEK ha cessato tutte le attività militari. Ha consegnato tutte le proprie armi e ha fatto affidamento sulla promessa da parte degli Stati Uniti dello status di persone protette come civili sotto la Quarta Convenzione di Ginevra. Tutti i membri del MEK residenti a Camp Ashraf firmarono allora un impegno scritto rinunciando alla violenza. La leader del MEK, Maryam Rajavi, ha pubblicato una piattaforma sui diritti umani in 10 punti, che sostiene la democrazia, incluse le libertà religiosa e di genere. E il MEK ha costantemente condiviso con il governo americano informazioni preziose sul programma iraniano di armamenti nucleari.
Nel 2003, quando le nostre truppe entrarono in Iraq, il governo degli Stati Uniti promise ai membri del MEK che, se avessero consegnato le proprie armi, noi li avremmo protetti. Era loro permesso di ricevere visite di familiari e amici e potevano uscire dal campo per cure mediche.
Tutto questo è cambiato. Noi abbiamo violato la nostra promessa. Il nostro governo rimane silente di fronte a queste palesi e brutali violazioni della Quarta Convenzione di Ginevra. Il Dipartimento di Stato dovrebbe immediatamente rimuovere dalla lista il MEK e riconoscere questi coraggiosi combattenti per la libertà come la più importante resistenza organizzata al regime iraniano. Noi abbiamo un’obbligazione giuridica e morale a proteggere i residenti di Camp Ashraf. L’Amministrazione non deve più seguire gli ordini di Teheran nel futile capriccio di raggiungere un accomodamento. Il nostro rifiuto di agire risulterà solo in più martiri per la libertà dell’Iran.
Mukasey è stato Attorney General degli Stati Uniti dal 2007 al 2009. Freeh è stato direttore dell’FBI dal 1993 al 2001. Freeh e Mukasey hanno parlato della questione di Camp Ashraf e del MEK in dibattiti pubblici promossi dall’organizzazione statunitense Near East Policy Research [Ricerche sulla Politica per il Vicino Oriente].

 

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