mercoledì, Novembre 30, 2022
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«Onda massacrata. In Iraq»

Medioriente. Le violenze risalgono alla metà di luglio: 11 vittime tra la folla disarmata che manifestava contro Ahmadinejad

L’opposizione iraniana in esilio diffonde un video che dimostra gli abusi della polizia di Baghdad ad Ashraf: «Intervenga Obama»

Imagedi Antonio Picasso

Liberal, 26 agosto – PARIGI. «Cosa direbbe il contribuente statunitense se sapesse che le risorse destinate alle truppe irachene sono spese per il compimento di un disastro umanitario, da parte del governo di Baghdad ad Ashraf?» La domanda di Shahin Gobadi, membro della Commissione Esteri del Consiglio Nazionale per la Rivoluzione in Iran (Ncri), è maliziosa ma altrettanto diretta. L’Ncri, l’opposizione in esilio al regime degli Ayatollah, è composta nella sua maggioranza dai Mujaheddin del popolo. Ed è proprio all’interno di questa fazione che si conta il numero maggiore di vittime negli scontri di Ashraf: «Sono nostri amici e fratelli!».

Da qui l’accorata denuncia di Gobadi. Facciamo un flashback riepilogativo però. A metà luglio, ormai dopo un mese dalle elezioni presidenziali in Iran, anche la comunità iraniana che vive in Iraq esiliata da trent’anni decide di scendere in piazza e manifestare a sostegno dell’Onda Verde che contemporaneamente sta attraversando le
vie di Teheran.
L’obiettivo di scalzare il regime di Ali Khamenei e di Mahmoud Ahmadinejad, illegittimamente rieletto Presidente della Repubblica, è condiviso da tutte le forze dell’opposizione, sia dai riformisti che fanno capo a Mussavi, sia dall’eterogeneo Ncri attivo da anni oltreconfine. Ma a questo moto di solidarietà, il governo iracheno reagisce con la forza. Per due settimane Ashraf si trasforma in un campo di guerriglia urbana tra i manifestanti e le forze di polizia. Gli scontri provocano 11 morti e 450 feriti; alcuni di loro versano ancora in condizioni critiche e sono ricoverati in un
ospedale delle truppe statunitensi.
Dell’episodio ne parlano tutti i giornali. Poi vi cala sopra l’oblio. «Le elezioni in Afghanistan e la stessa tensione interna all’Iran hanno deviato altrove l’attenzione», giustifica Gobadi. «Ma la situazione si è tutt’altro che stabilizzata».
«Ashraf si sta trasformando nel contrappeso vincente oltrefrontiera alle criticità interne che i Mullah non riescono a gestire». Il teorema dell’Ncri è lineare e plausibile. Gli Ayatollah sono in difficoltà a casa disposi propria.
Quindi, per recuperare terreno, sono alla ricerca di un’occasione nella quale mostrare i muscoli. Lo spazio gli sarebbe stato offerto dal governo iracheno, anch’esso interessato a mantenere buone le relazioni con il potente vicino persiano. «Seguiamo le date», aggiunge Gobadi per spiegare il suo ragionamento. All’inizio dell’anno è stato fissato l’avvio del graduale ritiro delle truppe straniere dal territorio iracheno. «Il 28 febbraio il Presidente Talabani si è incontrato con le massime cariche iraniane nel corso di una sua visita a Teheran». Nell’occasione si è giunti all’accordo per un impegno di Bagdad a contenere e, se necessario, sopprimere qualsiasi focolaio di opposizione proveniente da Ashraf. «I due governi hanno concordato anche l’espulsione dei Monafeqin (termine che il regime iraniano utilizza per indicare i
Mujaheddin del popolo ndr)», si leggeva nella nota congiunta di quell’incontro.

Il racconto di Gobadi viene quindi supportato da una serie di documenti che certificano le decisioni bilaterali tra Iran e Iraq. Ma quello che lascia più di stucco è il video degli scontri. Immagini amatoriali, ma estremamente efficaci nella loro crudezza. Poliziotti in tenuta antisommossa che caricano un corteo di uomini con le mani visibilmente alzate per dimostrare di non essere armati. Manifestanti feriti gravemente e altri già morti. Poi la telecamera si concentra su alcuni particolari. Le ferite mortali che si vedono su alcuni cadaveri sono state provocate senza dubbio da armi da fuoco. Più oltre nel video si notano alcuni poliziotti che, per respingere la folla, fanno ricorso a pesanti assi di legno, catene, accette. «L’acqua degli idranti
gettata sulla folla è bollente!», sottolinea ancora Gobadi. Il filmato termina con un’ambulanza anch’essa crivellata di colpi e un paio di Humvee, i fuoristrada messi da disposeizione dagli Usa alle truppe irachene, che investono intenzionalmente
alcune persone.
«Per questo pensavo ai cittadini statunitensi e alla loro reazione se si rendessero conto di quello che stanno facendo con i loro soldi», ci dice ancora l’esponente dell’Ncri. «Da Washington arrivano in Iraq armi e mezzi che Bagdad dovrebbe destinare
al ripristino della sicurezza nel Paese. Al contrario sono utilizzati in questo modo».
Ma c’è dell’altro. Quasi con rabbia, Gobadi estrae la copia di una lettera che il 30 giugno – quindi solo due settimane prima dell’inizio della rivolta – Lord Corbett of Castle Vale, presidente della Commissione del Parlamento britannico per la libertà in Iran, ha inviato al presidente Usa, Barack Obama. In questa si esprimeva la più viva preoccupazione in merito alle sorti di Ashraf. Il rischio di un intervento armato da parte degli iracheni, i quali avevano cominciato a concentrare uomini e mezzi nella zona da cinque giorni, era nell’aria quindi. A questo appello la Casa Bianca aveva fatto seguire una replica – il 15 luglio, a firma di Richard J. Schmierer, del Dipartimento di Stato – in cui veniva garantita la massima protezione agli abitanti di Ashraf nel caso si fossero trovati a rischio di persecuzioni. «Il governo Usa si è impegnato in prima persona affinché non accada nulla alla popolazione e perché
la sua controparte irachena continui a rispettare gli impegni presi a difesa dei residenti
del campo di Ashraf». Il comando Usa, inoltre, aveva redatto una lista dei singoli individui da proteggere proprio perché Mujaheddin del popolo e di conseguenza più esposti a eventuali azioni di forza. Ognuno di loro era stato schedato.
La protezione era stata firmata dalle autorità locali e da quelle Usa, ma anche controfirmata dal diretto interessato, il quale si dichiarava estraneo a qualsiasi attività terroristica o che fosse in possesso di armi da fuoco. «Questa è la conferma ulteriore che le manifestazioni del mese scorso erano state organizzate espressamente in modo pacifico, sulla linea dei contemporanei sit-in di Londra, Parigi o Roma». «Perché bisogna capire una cosa: Ashraf non è un campo profughi, come è stato descritto da molti, ma una città a tutti gli effetti». «E come tale si è comportata. La sua è stata una manifestazione collettiva e ordinata». Invece Baghdad ha mandato un contingente di duemila uomini, per fronteggiare gli appena tremila manifestanti. «Lo scambio di colpi è stato di uno contro uno», commenta ancora Gobadi. «Logico che, di fronte ai manifestanti disarmati, le forze irachene abbiano avuto la meglio». Il nostro interlocutore, in questo senso, parla senza mezzi termini di crisi umanitaria in merito a una situazione che i giornali hanno relegato ora alla seconda pagina. «Ma il problema é tutt’altro che risolto». L’Ncri, infatti, è in attesa di vedere come si metteranno le cose dopo che il governo Ahmadinejad sarà entrato pienamente in carica.
«A quel punto torneremo da Obama e chiederemo un intervento della comunità internazionale, per far luce sulle violenze commesse e sulle persone arrestate durante gli scontri di cui oggi si sono perse le tracce. La cosa non può passare sotto silenzio».

 

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